L’unico mare senza confini: perché il Mar dei Sargassi è molto più misterioso del Triangolo delle Bermuda

Tra "deserti biologici" e migrazioni millenarie, ecco come la foresta d'oro dell'Atlantico ha finalmente svelato i suoi segreti più profondi

Se provaste a cercare le coste del Mar dei Sargassi su una mappa, restereste delusi. Situato nel cuore dell’Atlantico del Nord, a Est degli Stati Uniti e proprio attorno alle isole Bermuda, questo specchio d’acqua vanta un primato geografico unico: è l’unico mare al mondo a non avere confini terrestri. Mentre il mito del Triangolo delle Bermuda cattura l’immaginazione popolare con leggende di sparizioni, la realtà scientifica del Mar dei Sargassi è, se possibile, ancora più incredibile. Con una superficie di circa 5,2 milioni di km quadrati, questa distesa è soprannominata la “foresta pluviale galleggiante dorata”. Il motivo risiede nel Sargassum, un genere di alga bruna che non ha bisogno di radici sul fondale per sopravvivere.

Una foresta che non tocca mai il fondo

A differenza della quasi totalità delle alghe marine, le specie che popolano questo mare (Sargassum fluitans e Sargassum natans) sono olopelagiche. Questo significa che completano l’intero ciclo vitale fluttuando in superficie.

  • Riproduzione vegetativa: non nascono dal seme o sul fondale, ma si propagano per frammentazione: piccoli pezzi si staccano e continuano a crescere come nuovi individui;
  • Dimensioni record: queste alghe formano strutture interconnesse che possono estendersi per chilometri, facendo parte della Grande Fascia del Sargasso Atlantico, una fioritura di 8mila km che rappresenta la più grande biomassa macroalgale del pianeta.

Il mistero millenario delle anguille

Per secoli, i biologi si sono posti una domanda apparentemente semplice: dove vanno a riprodursi le anguille europee? Solo nel 2022 la scienza è riuscita a confermare ufficialmente ciò che si sospettava da tempo. Grazie a un ambizioso progetto di tracciamento satellitare, i ricercatori hanno seguito il viaggio epico di questi esemplari dai fiumi europei fino al Mar dei Sargassi.

I dati hanno rivelato che il viaggio per raggiungere i siti di riproduzione può durare oltre un anno. Si tratta di una sfida monumentale per creature che si muovono costantemente tra acqua dolce e salata, trovando nel fitto groviglio di alghe dell’Atlantico il luogo perfetto per dare inizio a una nuova generazione.

L’asilo nido delle tartarughe marine

Il Mar dei Sargassi non è fondamentale solo per le anguille. Per decenni, gli scienziati hanno cercato di capire dove sparissero le giovani tartarughe marine durante i loro “anni perduti”, ovvero il periodo tra la schiusa sulle spiagge e il ritorno in età adulta.

Per risolvere il puzzle, i ricercatori hanno dovuto ingegnarsi con soluzioni insolite: hanno applicato piccoli localizzatori sui gusci delle tartarughe utilizzando adesivi simili a quelli usati in odontoiatria e manicure, poiché la cheratina dei gusci è simile alle unghie umane. I risultati sono stati sorprendenti:

  • la maggior parte delle tartarughe sfrutta la Corrente del Golfo per farsi trasportare verso il Mar dei Sargassi;
  • le alghe offrono una mimetizzazione perfetta contro i predatori grazie al colore bruno simile a quello dei giovani rettili;
  • le chiazze di alghe intrappolano il calore solare, riscaldando l’acqua circostante e accelerando il metabolismo e la crescita di questi animali a sangue freddo.

Il paradosso del “deserto biologico”

Nonostante la ricchezza di vita che ospita, il Mar dei Sargassi è tecnicamente un deserto biologico. Le sue acque sono classificate come oligotrofe, ovvero estremamente povere di nutrienti. Eppure, in questo ambiente apparentemente sterile, la vita fiorisce in modo massiccio, sostenendo crostacei, pesci e tartarughe. Tuttavia, questo equilibrio sta cambiando. Negli ultimi anni, le fioriture eccessive di sargasso sono diventate un problema ambientale. Masse maleodoranti di alghe si accumulano sulle coste, come in Florida, creando barriere fisiche che impediscono ai piccoli di tartaruga appena nati di raggiungere l’oceano. Un promemoria del fatto che anche gli ecosistemi più remoti e misteriosi sono vulnerabili ai cambiamenti del clima.