Il viaggio di ritorno della missione Artemis II verso la Terra è accompagnato da un imprevisto tecnico che ha catturato l’attenzione mediatica internazionale: il malfunzionamento del sofisticato sistema igienico di bordo della capsula Orion. Lanciata lo scorso 1° aprile (le 00:35 del 2 aprile in Italia), questa missione segna il ritorno dell’umanità oltre l’orbita terrestre bassa dopo oltre mezzo secolo, ma la convivenza dei 4 astronauti con la tecnologia spaziale si è rivelata più complessa del previsto. Nonostante il successo del passaggio ravvicinato alla Luna avvenuto lunedì 6 aprile, Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen hanno segnalato serie difficoltà nello svuotamento dei serbatoi dell’urina verso lo Spazio esterno. Il centro di controllo di Houston sta monitorando attentamente la situazione, poiché l’ostruzione del condotto di ventilazione ha costretto l’equipaggio a utilizzare sistemi di emergenza per la gestione dei rifiuti. Mentre la capsula punta verso lo splashdown previsto per venerdì sera ora locale (le 02:07 di sabato in Italia) al largo delle coste di San Diego, gli ingegneri cercano di comprendere l’origine di un misterioso odore di bruciato e la causa chimica del blocco dei filtri interni.
Tra ghiaccio e chimica: le ipotesi della NASA
Inizialmente, i tecnici della missione avevano ipotizzato che il problema fosse causato dalla formazione di ghiaccio sull’ugello esterno della capsula Orion, un fenomeno non raro nelle temperature estreme del vuoto cosmico. Per risolvere l’inghippo, sono stati attivati i riscaldatori di bordo e la capsula è stata inclinata verso il Sole per “sciogliere” l’eventuale ostruzione, ma il tentativo non ha prodotto i risultati sperati.
Durante l’ultimo aggiornamento, il direttore di volo Rick Henfling ha chiarito che l’ipotesi del ghiaccio è stata accantonata in favore di una teoria legata alla chimica dei liquidi. Sembra infatti che le sostanze utilizzate per prevenire la formazione di biofilm batterici nelle acque di scarico abbiano scatenato una reazione imprevista, generando detriti solidi che avrebbero intasato i filtri del sistema. Henfling ha spiegato che la ventilazione è molto inferiore alle aspettative e che l’impiego di mezzi alternativi si è reso necessario per garantire il comfort dell’equipaggio.
Un ritorno storico verso lo splashdown
Oltre al problema della ventilazione, l’equipaggio ha segnalato un odore acre, simile a qualcosa che brucia, proveniente proprio dalla zona dei sanitari. Sebbene la NASA abbia rassicurato il pubblico affermando che tale fenomeno non rappresenta un pericolo immediato per la sicurezza della missione, la causa esatta rimane attualmente ignota. Lori Glaze, amministratrice associata facente funzioni della NASA, ha sottolineato che risposte concrete arriveranno solo quando il veicolo spaziale sarà a terra.
Soltanto dopo l’ammaraggio gli ingegneri potranno accedere fisicamente alla capsula Orion per condurre un’ispezione dettagliata e smontare i componenti interessati. Nonostante questi inconvenienti logistici, Artemis II resta un successo fondamentale per l’esplorazione umana. Si tratta della prima volta dal 1972, dai tempi dell’Apollo 17, che un equipaggio umano si spinge nello Spazio profondo, aprendo ufficialmente la strada alle future basi lunari permanenti e dimostrando che, anche con la tecnologia più avanzata, le necessità biologiche primarie restano una delle sfide più grandi della navigazione cosmica.


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