Il viaggio di ritorno della missione spaziale Artemis II culmina in uno dei momenti più critici e pericolosi dell’intera avventura interplanetaria, quando la capsula Orion dovrà impattare contro l’atmosfera terrestre a una velocità impressionante di circa 11 km/s, pari a quasi 40mila km/h. Questa vertiginosa discesa trasformerà l’aria circostante in un inferno di plasma incandescente, generando un calore capace di fondere istantaneamente la maggior parte dei metalli conosciuti, toccando picchi di duemilaottocento gradi centigradi. In questo scenario apocalittico, a fare da scudo tra l’equipaggio e una morte certa interviene una meraviglia dell’ingegneria aerospaziale moderna, progettata per sopportare un simile stress termico e meccanico dissipando l’energia cinetica accumulata durante il tragitto lunare. Lo scudo termico rappresenta l’ultimo, insostituibile baluardo di sicurezza prima del dischiudersi dei paracadute, un componente tecnologico che deve funzionare alla perfezione senza il minimo margine d’errore.
L’ablazione: sacrificare materia per salvare vite
Il principio di base che permette alla capsula Orion di sopravvivere al rientro è l’ablazione. La base del veicolo spaziale è rivestita di un materiale composito speciale chiamato AVCOAT, derivato direttamente dall’esperienza maturata durante il programma Apollo. Questo rivestimento è progettato per bruciare e sgretolarsi in modo controllato. Durante il rientro, il calore estremo fonde letteralmente gli strati esterni dello scudo, che evaporando portano via con sé l’energia termica, impedendo che questa penetri all’interno dell’abitacolo. Le mattonelle in AVCOAT sono state inserite manualmente in una griglia a nido d’ape composta da oltre 300mila celle, formando una barriera compatta di 5 metri di diametro.
Un “tuffo” con rimbalzo atmosferico
Per la prima volta con equipaggio umano a bordo, Artemis II testerà un rientro a “salto” (skip reentry). Invece di tuffarsi direttamente verso l’oceano, Orion entrerà nell’atmosfera, sfrutterà la portanza aerodinamica per “rimbalzare” temporaneamente verso l’alto (come un sasso lanciato sulla superficie di un lago) e poi scenderà definitivamente. Questa tecnica offre enormi vantaggi, come la dissipazione termica, che divide in due fasi il carico di calore sullo scudo, allevia lo stress gravitazionale sugli astronauti, garantendo un rientro più dolce, e permette di aggiustare la rotta finale con un’accuratezza senza precedenti, garantendo un ammaraggio sicuro proprio davanti alle navi di recupero.
