Biometano, l’Italia a metà strada verso il target 2030: la situazione

Il biometano emerge come asset chiave per il futuro energetico e industriale dell’Italia, ma il raggiungimento degli obiettivi al 2030 richiede un’accelerazione degli investimenti

Il biometano non è soltanto una tecnologia per la transizione energetica ma una leva industriale e strategica per la competitività del Paese e la sua sicurezza energetica. È questo il messaggio emerso nel corso dell’incontro ‘Il biometano in Italia. Prospettive industriali e traiettorie di sviluppo post-Pnrr’, svoltosi lo scorso 14 aprile a Palazzo Falletti, a Roma, e promosso dalla Community Biometano di Teha Group con l’obiettivo di riunire operatori della filiera, imprese energivore e rappresentanti istituzionali per un confronto sulle condizioni necessarie ad accelerare lo sviluppo del settore nel quadro post-Pnrr.

Al centro del confronto, proseguito con una tavola rotonda con i partecipanti alla giornata, la distanza ancora significativa tra gli obiettivi fissati dal Piano Nazionale Integrato Energia e Clima e la traiettoria oggi raggiungibile. Il target al 2030 è pari a 5,7 miliardi di Smc di produzione annua di biometano, ma con il perimetro attuale degli interventi l’Italia si fermerebbe a circa 2,6 miliardi, lasciando un gap superiore a 3 miliardi di Smc da colmare nei prossimi anni.

L’analisi di Teha Group

Secondo l’analisi presentata da Teha Group, per chiudere questo divario sarà necessaria una nuova fase di sviluppo, fondata sia sulla riconversione degli impianti esistenti sia sulla realizzazione di nuovi impianti, con 16,5 miliardi di nuovi investimenti che porterebbero gli investimenti cumulati del settore a 24,4 miliardi di euro al 2030.

In questo quadro, il biometano si posiziona come risposta concreta non solo sul piano climatico ma anche su quello industriale. Se il target Pniec venisse raggiunto, la produzione nazionale potrebbe coprire tra il 20% e il 25% dei consumi di gas delle industrie hard-to-abate, contribuendo a ridurre la dipendenza dall’estero e a contenere l’esposizione delle imprese alla volatilità dei mercati energetici. Secondo le stime, se tra agosto 2021 e febbraio 2023, nella fase più acuta della crisi energetica legata al conflitto russo-ucraino, fossero già stati disponibili i 5,7 miliardi di smc/anno previsti dal Pniec a un prezzo stabilizzato di 50 €/MWh, le imprese italiane avrebbero risparmiato circa 5,5 miliardi di euro, rendendo superflua l’adozione di ulteriori misure emergenziali di tutela.

L’analisi presentata ha inoltre evidenziato come il contesto europeo renda ancora più urgente l’accelerazione: l’aumento del costo della CO₂ e la progressiva riduzione delle quote gratuite Ets stanno infatti ampliando il divario competitivo per l’industria europea, rafforzando l’esigenza di soluzioni immediatamente attivabili. In questa prospettiva, il biometano può esercitare una spinta nel breve periodo anche per i comparti più difficili da decarbonizzare. Secondo le elaborazioni presentate, con un prezzo Ets di circa 75 euro per tonnellata di CO₂, il raggiungimento di 5,7 miliardi di Smc di biometano potrebbe valere un risparmio potenziale di circa 840 milioni di euro per le imprese hard-to-abate.

“Il biometano è la risposta italiana alla sicurezza energetica: può diventare lo scudo che protegge le nostre industrie Hard-to-Abate dagli shock dei prezzi internazionali – ha dichiarato Alessandro Viviani, Associate Partner di Teha Group – Oggi però siamo di fronte a un bivio: per raggiungere i target fissati al 2030 dobbiamo raddoppiare l’intensità degli investimenti. È il momento di adottare un approccio di sistema. L’Italia ha una grande opportunità davanti a sé ma è necessario creare le condizioni di mutuo vantaggio: non solo riportare la barra dritta su un ecosistema in grado di attrarre investimenti, ma fare in modo che questi investimenti si realizzino in modo efficiente, portino competitività al settore agroindustriale e sostengano al tempo stesso sicurezza e sostenibilità energetica per i settori hard-to-abate”.