La situazione nello Stretto di Hormuz sta assumendo contorni sempre più preoccupanti, non solo per gli equilibri geopolitici ma anche per la sicurezza alimentare globale. Secondo la FAO, le navi che trasportano input agricoli essenziali – come fertilizzanti ed energia – devono riprendere a transitare al più presto per evitare un’impennata dei prezzi alimentari nei prossimi mesi. L’economista capo della FAO, Maximo Torero, ha sottolineato come “il tempo stia scadendo”, evidenziando il rischio concreto che i Paesi più poveri siano i primi a subire le conseguenze della scarsità di risorse.
Il blocco o il rallentamento dei traffici marittimi in questa area cruciale potrebbe infatti interrompere catene di approvvigionamento fondamentali proprio nel momento in cui gli agricoltori devono prendere decisioni chiave per le semine. Il risultato sarebbe un impatto diretto sulla produzione agricola globale, con effetti che si protrarranno ben oltre il breve periodo.
Il rischio di una nuova crisi alimentare globale
La FAO teme che una riduzione nell’uso di fertilizzanti e input energetici possa tradursi in rese agricole più basse già entro la fine dell’anno, con conseguenze che potrebbero estendersi fino al 2027. Questo scenario porterebbe a un aumento dei prezzi delle materie prime alimentari e a una crescita dell’inflazione, replicando dinamiche già osservate durante la pandemia di COVID-19. Torero ha evidenziato che, in una situazione simile, molti governi potrebbero essere costretti a intervenire per contenere i prezzi interni, con effetti collaterali come l’aumento dei tassi di interesse e un rallentamento della crescita economica globale. Il problema è aggravato dal fatto che i mercati dei fertilizzanti e dell’energia sono poco elastici: anche piccole variazioni nell’offerta possono generare aumenti di prezzo sproporzionati. In questo contesto, anche un ritardo limitato nei trasporti attraverso Hormuz potrebbe innescare reazioni rapide e destabilizzanti sui mercati internazionali.
Le decisioni degli agricoltori e l’effetto sui mercati
Il mese di marzo ha mostrato una relativa stabilità dell’indice FAO dei prezzi alimentari, grazie a scorte abbondanti, soprattutto di cereali. Tuttavia, le pressioni stanno aumentando già da aprile e si intensificheranno a maggio, quando gli agricoltori dovranno decidere cosa coltivare e con quali risorse. La disponibilità limitata di fertilizzanti potrebbe spingerli a modificare le colture o a ridurre le superfici coltivate, mentre l’aumento dei prezzi del petrolio potrebbe incentivare la produzione di biocarburanti a scapito degli alimenti. Questo spostamento di risorse rischia di ridurre ulteriormente l’offerta globale di cibo. Secondo David Laborde, il mondo si trova già in una “crisi degli input” e la differenza tra una gestione controllata e una catastrofe dipenderà dalle scelte politiche e operative adottate nelle prossime settimane.
Le soluzioni possibili e il ruolo delle istituzioni internazionali
Per evitare il peggio, la FAO invita i governi a evitare restrizioni alle esportazioni di energia e fertilizzanti e a valutare con attenzione le politiche sui biocarburanti. In caso di prolungato blocco dello Stretto di Hormuz, l’organizzazione suggerisce interventi anticipatori, tra cui il supporto finanziario ai Paesi più vulnerabili. Strumenti come quelli del International Monetary Fund potrebbero essere utilizzati per garantire accesso rapido ai fertilizzanti senza innescare distorsioni di mercato.
La FAO ha già sviluppato sistemi di priorità basati sui calendari agricoli per identificare i Paesi più a rischio. A differenza di crisi legate a eventi naturali, questa situazione è considerata risolvibile attraverso decisioni politiche: proprio per questo, sottolinea Torero, è fondamentale agire rapidamente. In caso contrario, le condizioni attuali potrebbero evolvere in una “tempesta perfetta”, aggravata da fattori climatici come un possibile El Niño, con effetti paragonabili – o persino superiori – a quelli della pandemia globale.
