Crollo ponte Trigno, non solo maltempo: “strutture pensate per il passato non reggono eventi estremi sempre più frequenti”

Vasche di laminazione e manutenzione dei corsi d’acqua minori tra le soluzioni indicate dall'ingegner Angelone per ridurre l’impatto delle piene

Il crollo del ponte sul Trigno non è solo la cronaca di un’infrastruttura spezzata, ma il simbolo di un Paese che fatica ad adattarsi a un clima che cambia più in fretta delle sue opere. Il maltempo dei giorni scorsi ha trasformato il fiume in una massa d’acqua e detriti che ha colpito il ponte con una forza enorme, portando al cedimento della campata e interrompendo di colpo la circolazione lungo la costa adriatica tra Abruzzo e Molise. Le immagini del viadotto collassato hanno fatto il giro d’Italia, aprendo l’ennesimo dibattito sulla sicurezza delle infrastrutture. Secondo l’ingegnere Franco Angelone, la chiave non è limitarsi ad accusare i cambiamenti climatici, ma riconoscere che il ponte era stato progettato in un’epoca in cui eventi così intensi erano considerati altamente improbabili.

Oggi, però, la statistica è cambiata: piogge violente e piene improvvise sono sempre più frequenti, e una struttura dimensionata per il “clima di ieri” si trova esposta a sollecitazioni per cui non era stata pensata. Questo non significa che il clima diventi una comoda scusa, ma che occorre aggiornare il modo in cui progettiamo e gestiamo ponti, strade e argini.

Angelone indica una strada molto concreta: servono vasche di laminazione e più manutenzione sui corsi d’acqua minori. Le vasche di laminazione sono bacini in grado di trattenere temporaneamente parte dell’acqua in eccesso durante le piene, abbassando il colmo di piena che arriva a valle e riducendo la pressione su ponti e centri abitati. I corsi minori, spesso dimenticati, diventano invece canali di accelerazione del rischio: se non vengono puliti, se gli alvei sono ostruiti da vegetazione, rifiuti o manufatti abusivi, se le sponde sono erose e instabili, una piena può trasformarsi rapidamente in un’onda distruttiva.

Il quadro che emerge è quello di un territorio fragile, in cui opere vecchie, manutenzione insufficiente e nuove piogge estreme si sommano in un mix pericoloso. Per evitare altri “ponti Trigno”, non basterà riparare ciò che è crollato: servirà una programmazione di lungo periodo, con investimenti su invasi di laminazione, rinforzo delle strutture esistenti, monitoraggio costante e una gestione più rigorosa del reticolo idrografico. I cambiamenti climatici sono ormai il contesto in cui viviamo; la vera scelta politica e tecnica è decidere se adeguare finalmente il Paese a questa realtà o continuare a stupirsi, ogni volta, davanti alle macerie.