Il futuro delle fasce costiere italiane ed europee è sempre più incerto, e la notizia più rilevante emersa dal convegno di Ortigia riguarda una previsione che impone una riflessione immediata: secondo la comunità scientifica, nei prossimi 70-80 anni una parte significativa della costa potrebbe essere sommersa. Un rischio concreto, aggravato dagli effetti del cambiamento climatico, che mette in discussione modelli di sviluppo consolidati e impone un cambio di paradigma nella gestione del territorio. In Sicilia il fenomeno assume una dimensione ancora più critica. Il 70% della popolazione vive lungo la fascia costiera, un’area che rappresenta un punto di concentrazione straordinario di attività umane, ma anche di vulnerabilità. “Tra terra e mare c’è infatti un “imen” in cui si concentra tutto: persone, città, industrie, turismo – spiega il presidente dell’Area Marina Protetta del Plemmirio Patrizia Maiorca – ma anche fragilità, pressioni ambientali, emergenze”.
Il convegno di Ortigia e la necessità di una gestione integrata
Il convegno del 23 aprile, organizzato dall’AMP Plemmirio insieme al Centro Nazionale di Studi Urbanistici e agli Ordini degli Ingegneri di Catania e Siracusa, ha posto al centro il tema della gestione integrata delle zone costiere. L’obiettivo è costruire un approccio interdisciplinare capace di mettere in dialogo economia, società e tutela ambientale “necessari alla definizione di una gestione integrata della fascia costiera, capace di far dialogare economie, esigenze sociali e politiche di tutela – sottolinea il presidente dell’Ordine degli Ingegneri di Catania, Mauro Scaccianoce – cercando di coordinare il processo di sviluppo in maniera più efficiente ed efficace verso obiettivi di sostenibilità ambientale”.
Il dibattito ha evidenziato come il Mediterraneo non possa più essere considerato uno spazio stabile. “Per anni abbiamo pensato il Mediterraneo come uno spazio stabile, quasi un lago – osserva il presidente del CeNSU Paolo La Greca – oggi sappiamo che non è più così. È un mare complesso, imprevedibile, come dimostrano i recenti eventi climatici. Questa nuova consapevolezza cambia tutto. Non possiamo più permetterci di intervenire dopo: dobbiamo imparare a prevenire. Ed è qui che entra in gioco la pianificazione, non solo come disegno del territorio, ma come strumento di responsabilità”.
Pianificazione e prevenzione: il nuovo approccio
La necessità di anticipare i rischi rappresenta oggi il cuore delle politiche territoriali. “Questo convegno nasce proprio da qui – dice il direttore dell’AMP Plemmirio Salvatore Cartarrasa – mettere insieme istituzioni, enti, territori e professionisti per costruire una visione comune e cambiare passo rispetto al passato”.
I dati confermano la centralità delle coste: secondo Eurostat 2019, metà della popolazione europea vive entro 50 km dal mare, mentre in Italia i comuni litoranei rappresentano il 14% del territorio ma ospitano il 28,4% della popolazione. Numeri che rendono evidente quanto la pianificazione costiera sia una questione strategica nazionale ed europea.
Il ruolo delle politiche e del Protocollo ICZM
Un passo significativo è stato compiuto il 2 gennaio 2026, quando l’Italia ha depositato lo strumento di ratifica del Protocollo sulla gestione integrata delle zone costiere (ICZM), entrato in vigore il 1° febbraio 2026. Questo inserisce il Paese tra le Parti contraenti della Convenzione di Barcellona, offrendo un quadro condiviso per la governance del Mediterraneo.
Parallelamente, il Piano del Mare 2023-2025 punta a coordinare le politiche attraverso una regia unica, in linea con gli indirizzi europei, per costruire una strategia di lungo periodo basata sulla sostenibilità ambientale e sulla protezione delle coste.
L’allarme di Musumeci: coste a rischio sommersione
Il ministro per la Protezione Civile e le Politiche del Mare, Nello Musumeci, ha lanciato un messaggio chiaro e diretto, sottolineando la gravità della situazione: “un equilibrio sempre più fragile, aggravato dagli effetti del cambiamento climatico – sottolinea – che mette a rischio coste, sistemi portuali, insediamenti urbani e produttivi. Secondo la comunità scientifica, nei prossimi 70-80 anni una parte della fascia costiera potrebbe essere sommersa, rendendo necessario un nuovo approccio alla pianificazione, capace di integrare anche le dinamiche dell’entroterra”.
Tra le priorità individuate emergono il rafforzamento delle banche dati, il monitoraggio continuo delle coste, la tutela delle aree marine e lo sviluppo di politiche di adattamento climatico.
Il nodo culturale: la diffidenza delle comunità
Oltre agli aspetti tecnici e scientifici, il dibattito ha messo in luce un elemento decisivo per il successo delle politiche: il coinvolgimento delle comunità locali. “Il principale ostacolo è la diffidenza”, ha concluso il ministro, ha concluso il ministro, sottolineando come nessuna misura possa essere efficace senza la partecipazione consapevole dei territori.
La sfida, dunque, non è soltanto infrastrutturale o ambientale, ma profondamente culturale. Rafforzare la cooperazione tra istituzioni, mondo scientifico e cittadini diventa essenziale per trasformare le strategie in azioni concrete. In questo senso, lo stesso Musumeci ha ribadito l’importanza dell’ascolto: “per chi fa politica, saper ascoltare è una virtù, oltre che un dovere”.
Una sfida urgente per il futuro delle coste
Il quadro che emerge è quello di una trasformazione già in atto, che impone scelte rapide e coordinate. La possibile sommersione di parte delle zone costiere non è più una previsione lontana, ma uno scenario plausibile che riguarda direttamente milioni di persone, infrastrutture e attività economiche.
La gestione del rapporto tra terra e mare diventa quindi una delle grandi sfide del nostro tempo, in cui la capacità di prevenire, pianificare e coinvolgere le comunità sarà determinante per garantire un futuro sostenibile alle coste italiane e mediterranee.



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