Oggi, mentre il professor Nicola Sciarra illustrava al Comune di Petacciato le sue valutazioni sul rischio geologico del versante, i sensori installati sul fronte franoso registravano movimenti sospetti. Nel giro di poche ore, l’autostrada A14 veniva chiusa in entrambe le direzioni tra Vasto Sud e Termoli. Code fino a quattro chilometri. Una coincidenza che dice tutto. La frana di Petacciato non è un problema nuovo. È documentata dall’inizio del Novecento e si riattiva ciclicamente da oltre un secolo. Il corpo di frana scende lungo il versante nord-est sotto il centro abitato, in provincia di Campobasso, e arriva fino alla spiaggia adriatica, dove la superficie di scivolamento affiora tra Petacciato e la Torretta. L’ultima riattivazione importante è del marzo 2015: tre abitazioni del Borgo vecchio vennero abbattute, il vecchio municipio riportò danni strutturali gravi. Quel municipio aspetta ancora la demolizione.

Eppure, nonostante decenni di studi e interventi, la frana continua a muoversi. E probabilmente continuerà a farlo.
Perché non si può fermare
La risposta è nella geologia. I terreni di Petacciato sono fatti di argille grigioazzurre, formate in ambiente marino, tipiche di tutta la fascia costiera adriatica da Ancona a Termoli. Vengono descritte come le peggiori dal punto di vista idrogeologico: assorbono acqua, perdono resistenza e scivolano lungo piani che si formano naturalmente nel sottosuolo. Non è un difetto correggibile. È la natura del materiale.
Il vero problema è la profondità. La superficie su cui scorre la massa franosa si trova molto più in profondità di quanto qualsiasi pozzo drenante possa raggiungere. I lavori previsti intercetteranno l’acqua in pressione negli strati più critici sotto l’abitato, ma non toccheranno l’intera struttura profonda del corpo di frana. Lo riconosce apertamente l’ingegner Francesco Barile, uno dei tecnici coinvolti nel progetto: quello che verrà realizzato è il miglior compromesso possibile tra capacità di intervento e risorse disponibili. Non una soluzione definitiva. Un compromesso.
Il motore che alimenta il movimento è l’acqua. Quando piove a lungo, l’acqua si accumula nel sottosuolo, mette sotto pressione le argille, riduce la loro resistenza e lubrica le superfici di scorrimento. Le riattivazioni storiche si sono verificate quasi sempre dopo periodi prolungati di piogge, non necessariamente dopo un singolo evento estremo. I dati di monitoraggio confermano una correlazione sistematica tra picchi pluviometrici prolungati e accelerazioni del corpo di frana.
Questo meccanismo rende il fenomeno dipendente dalle precipitazioni, che per definizione non si possono controllare. Con i cambiamenti climatici in corso, che tendono ad aumentare la frequenza e l’intensità degli eventi piovosi, il rischio di nuove riattivazioni potrebbe crescere. L’Ordine dei Geologi del Molise ha avvisato che precipitazioni intense su suoli saturi, combinate con lo scioglimento della neve, potrebbero innescare nelle settimane successive ulteriori fenomeni franosi anche in zone attualmente stabili.
Quaranta milioni, ma non bastano
Lo Stato ha stanziato 40,6 milioni di euro per intervenire. È una cifra importante, ma va letta nel contesto giusto. Il progetto originale era stato pensato su un’area più ampia, con un costo stimato intorno ai novanta milioni. Quei soldi non ci sono. L’intervento attuale copre solo la porzione di versante ritenuta più critica, quella che minaccia direttamente le case e le infrastrutture. Il resto del corpo di frana, per ora, rimane senza interventi strutturali.

Il progetto è stato sviluppato dalla società di ingegneria Technital di Verona. Prevede dodici pozzi drenanti di grande diametro, collegati a dreni orizzontali e verticali e scavati fino a decine di metri di profondità. L’obiettivo è intercettare l’acqua in pressione e convogliarla verso valle per gravità, riducendo le pressioni nel sottosuolo. Accanto ai pozzi, sono previste opere di stabilizzazione delle scarpate nella zona sotto l’abitato, sistemazione dei fossi e nuove canalizzazioni per le acque meteoriche, e un sistema di monitoraggio con strumenti per misurare spostamenti e pressioni, collegati in acquisizione remota. I lavori dureranno più di tre anni.
La logica tecnica è chiara: togliere il lubrificante. Se si abbassa il livello della falda e si riducono le pressioni interstiziali, le argille recuperano resistenza e il rischio di scivolamento diminuisce. È un intervento serio. Ma la stessa relazione tecnica del progetto ammette che i pozzi non raggiungeranno la superficie di scivolamento più profonda. Anche Simone Venturini, direttore tecnico di Technital, quando parla di stabilizzazione definitiva per la parte dell’abitato, si riferisce implicitamente a una gestione dell’acqua nel profondo, non all’eliminazione della causa strutturale del problema.
I rischi che restano
Dopo i lavori, il rischio non scomparirà. Cambierà forma.
L’autostrada A14 Bologna-Taranto, la ferrovia adriatica Milano-Lecce e la statale 16 attraversano o costeggiano il versante instabile. Ogni riattivazione storica ha comportato interruzioni non solo locali, ma su questi assi strategici nazionali. Oggi, ancora prima che i cantieri partissero, i sensori hanno già fatto scattare la chiusura precauzionale dell’A14. Nella fase di transizione, mentre i lavori sono in corso e il versante è soggetto a ‘perturbazioni‘ meccaniche, il rischio rimane elevato.
L’abitato di Petacciato si trova direttamente a monte del versante in movimento. Le opere di stabilizzazione superficiale proteggeranno la zona più vicina alle case, ma un’accelerazione improvvisa del corpo di frana, soprattutto durante eventi meteorologici prolungati e intensi, non può essere esclusa. Le porzioni del versante non coperte dai pozzi drenanti restano esposte agli stessi processi instabilizzanti di sempre. Un evento eccezionale potrebbe attivare aree che il progetto non ha toccato, con effetti difficili da prevedere sulla morfologia del versante e sulle infrastrutture sottostanti.
Per questo il monitoraggio non è un accessorio del progetto. È il suo elemento centrale. Prima, durante e dopo i lavori, il versante dovrà essere controllato in modo permanente attraverso inclinometri, piezometri e sistemi di lettura da remoto. Technital lo paragona a una scatola nera geologica che non può mai essere spenta. È un presidio che dovrà durare per sempre, non solo fino al collaudo delle opere.
Cosa intende davvero il professor Sciarra
Quando il professor Nicola Sciarra, ordinario di Geologia Applicata all’Università D’Annunzio di Chieti, parla di sola mitigazione, non sta esprimendo scetticismo sull’utilità dell’intervento. Sta usando un termine tecnico preciso.
Nelle grandi frane in terreni argillosi profondi, con superfici di scivolamento a decine di metri di profondità e masse in movimento che si estendono per chilometri quadrati, il paradigma tecnico internazionale non punta all’eliminazione definitiva del dissesto. Punta alla gestione progressiva del rischio. Mitigare significa ridurre significativamente la pericolosità, abbassare la frequenza e l’intensità delle riattivazioni, proteggere le infrastrutture critiche. Non significa risolvere un problema geologico strutturale che si è formato nel corso di millenni.
Il fatto che il vecchio progetto debba essere aggiornato alle condizioni attuali del territorio dice qualcosa di importante: la frana è un sistema vivo. Cambia geometria, cambia comportamento, risponde agli interventi umani e alle variazioni climatiche. Richiede un adeguamento tecnico continuo, non una risposta unica e definitiva. Quaranta milioni di euro, dodici pozzi, tre anni di cantiere. È il massimo che si può fare adesso, con le risorse disponibili. E probabilmente, tra qualche anno, non sarà ancora abbastanza.



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