Il 14 aprile è una data che ricorre spesso nella storia con eventi destinati a lasciare il segno. In Italia, il pensiero va inevitabilmente alla petroliera MT Haven, protagonista del più grave disastro ambientale mai avvenuto nel Mar Mediterraneo. Sono passati 35 anni da quel 14 aprile 1991, ma le conseguenze di quella tragedia restano ancora oggi un monito. Tutto ebbe inizio l’11 aprile 1991, quando la Haven, una gigantesca petroliera battente bandiera cipriota, si trovava al largo di Arenzano, in provincia di Genova. Durante operazioni di scarico del greggio, una violenta esplosione squarciò la nave. Nei giorni successivi, l’imbarcazione fu avvolta dalle fiamme: una colonna di fumo nero visibile a km di distanza, mentre il petrolio iniziava a riversarsi in mare. Squadre di soccorso e mezzi antincendio intervennero senza sosta, ma la situazione era ormai fuori controllo.
Il 14 aprile: l’affondamento
Dopo tre giorni di incendi e cedimenti strutturali, il 14 aprile 1991 la Haven si spezzò e affondò a circa 80 metri di profondità. Con sé portò una parte consistente del suo carico: oltre 140mila tonnellate di petrolio greggio. Una quantità enorme di idrocarburi si disperse in mare, contaminando le acque e raggiungendo le coste della Liguria. Fu una catastrofe ambientale senza precedenti per il Mediterraneo.
Un ecosistema ferito
Le conseguenze furono devastanti: km di costa imbrattati, fauna marina compromessa, attività di pesca e turismo paralizzate per mesi. Le immagini di spiagge nere di petrolio e uccelli marini intrisi di greggio fecero il giro del mondo. L’impatto ambientale si protrasse per anni, con effetti a lungo termine sugli ecosistemi locali. Ancora oggi, il relitto della Haven giace sui fondali, diventato nel tempo anche un sito di immersione, ma non privo di rischi ambientali residui.
