L’ipertensione, un fattore di rischio per le malattie cardiovascolari e cerebrovascolari, sta diventando un problema sempre più comune a livello globale. Secondo le stime più recenti, circa 1,4 miliardi di persone tra i 30 e i 79 anni soffrono di ipertensione. Ma cosa significa veramente essere “ipertesi”? La risposta non è così semplice, poiché i parametri di riferimento per definire l’ipertensione sono cambiati notevolmente nel corso dei decenni. Le linee guida internazionali e nazionali non sono concordi, e i valori soglia si sono abbassati al punto che oggi parametri che fino a poco tempo fa erano considerati ottimali, come una pressione di 120/80, sono ora classificati come segni di ipertensione.
L’evoluzione delle soglie di ipertensione: da 160/95 a 120/80
Negli anni ’70, per essere diagnosticati come “ipertesi”, era necessario avere una pressione sanguigna superiore a 160/95 mmHg. Ma questo valore è stato progressivamente abbassato fino a includere, nelle più recenti linee guida pubblicate quest’anno, persone con valori di pressione arteriosa a riposo pari a 120/80 mmHg. Questo cambiamento non è solo un dettaglio tecnico, ma ha implicazioni significative sulla salute di milioni di persone. I nuovi valori, che sono considerati “normali” da alcuni enti internazionali, potrebbero comportare il cambiamento di status per tantissime persone che fino a ieri non sarebbero state etichettate come “a rischio”.
L’analisi, condotta dai ricercatori dell’Università di Bologna e pubblicata sulla rivista Medical Sciences, ha preso in esame 32 linee guida provenienti da enti e istituzioni sanitarie di tutto il mondo, come l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), la Società Europea di Cardiologia e l’Istituto Nazionale per la Salute e l’Eccellenza nella Cura del Regno Unito. Questo studio è il primo a livello mondiale a analizzare le modifiche nelle soglie per la diagnosi dell’ipertensione.
L’Italia e la pressione sanguigna: una realtà preoccupante
In Italia, il cambiamento nei valori soglia della pressione sanguigna potrebbe avere un impatto considerevole sulla popolazione. “Dato che la pressione massima media per le persone ultracinquantenni in Italia è intorno a 130, questo significa che un numero enorme di italiani sarebbe da considerare iperteso, con tutto ciò che ne consegue in termini di cambio di stile di vita ed eventuale terapia”, ha spiegato Lamberto Manzoli, professore al Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche dell’Università di Bologna, che ha coordinato l’indagine.
Questa situazione implica non solo una riconsiderazione dei parametri di normalità, ma anche un cambiamento nei comportamenti quotidiani degli individui. Se la diagnosi di ipertensione si estende a una parte significativa della popolazione, cresce il bisogno di implementare interventi terapeutici, compresa l’adozione di stili di vita più salutari e la possibile assunzione di farmaci per abbassare la pressione. Ma qui si solleva una questione importante: non tutte le linee guida internazionali sono d’accordo su questo abbassamento delle soglie.
Le disparità tra le linee guida internazionali
Una delle questioni più rilevanti emerse dall’analisi è la disparità tra le linee guida nazionali e internazionali. Mentre alcune, come quelle europee e americane, hanno abbassato i valori soglia per la diagnosi di ipertensione fino a 120/80 mmHg, altre, come quelle dell’OMS e quelle del Regno Unito, mantengono valori più elevati, fissando la soglia per l’ipertensione a 140/90 mmHg. Questa differenza di approccio provoca incertezze tra i medici, che si trovano a dover decidere quando sia il momento di iniziare un trattamento terapeutico. L’assenza di un consenso universale su quali siano i valori soglia crea una situazione di confusione e di difficoltà nella gestione dei pazienti.
Benefici o rischi? Il dibattito sulle nuove soglie
Da un lato, l’abbassamento delle soglie è stato pensato per intercettare le persone a rischio in fase precoce, permettendo di intervenire prima che la condizione diventi critica. In questo modo, si potrebbe prevenire l’insorgenza di malattie più gravi e ridurre i rischi legati all’ipertensione. Ma c’è anche un’altra faccia della medaglia. Se da un lato molti pazienti potrebbero beneficiare di una diagnosi precoce e di un trattamento tempestivo, dall’altro, questa pratica potrebbe portare a un aumento significativo del numero di pazienti in terapia, con conseguenti aumenti nei costi sanitari e una maggiore richiesta di farmaci.
Il rischio è che un numero crescente di persone possa essere trattato per una condizione che non ha mai realmente compromesso la loro salute. Come ha sottolineato Manzoli, “spostare i valori soglia verso il basso non determina soltanto il cambio di stato – da sane a malate – di milioni di persone, ma significa anche che tantissimi pazienti già in trattamento non riescono più a raggiungere i nuovi target di pressione, ora più bassi, e hanno quindi necessità di dosi maggiori di farmaci”.
Le implicazioni psicologiche e sociali dell’abbassamento delle soglie
Il cambiamento nelle soglie ha anche un impatto psicologico non trascurabile. Le persone che si trovano improvvisamente classificate come “ipertese” potrebbero vivere questa condizione come un’etichetta difficile da rimuovere, alimentando ansia e stress, e modificando il loro comportamento quotidiano. Questo “stigma” potrebbe avere ripercussioni anche a livello sociale, contribuendo a un aumento della sensazione di inadeguatezza e del senso di malattia. Inoltre, per molte persone, la diagnosi di ipertensione non significa solo dover seguire un trattamento farmacologico, ma anche affrontare un cambiamento radicale dello stile di vita.
Con l’introduzione di nuove linee guida più severe, è importante considerare anche l’effetto che questo può avere sulla qualità della vita dei pazienti. Il rischio di trasformare milioni di persone “sane” in pazienti cronici potrebbe, in alcuni casi, non giustificare i benefici legati alla prevenzione delle malattie gravi.
Le prospettive future
Lo studio condotto dall’Università di Bologna, pur sollevando interrogativi rilevanti, offre una panoramica completa dei cambiamenti nei parametri di pressione sanguigna e del loro impatto a livello globale. La sfida ora è trovare un equilibrio tra la prevenzione e il rischio di medicalizzare eccessivamente la popolazione sana. È fondamentale che le linee guida siano aggiornate, ma anche che i medici e i pazienti siano adeguatamente informati sugli effetti a lungo termine di queste modifiche.
Se da un lato l’abbassamento delle soglie potrebbe portare a un miglior controllo dell’ipertensione nelle fasi iniziali, dall’altro bisogna fare attenzione a non creare una “epidemia” di diagnosi di ipertensione che comportano trattamenti non sempre necessari. Come sempre, un approccio personalizzato e una valutazione attenta della condizione di ogni paziente sono essenziali.


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