Una imponente ricerca scientifica intitolata “Increase in wild animal consumption across Central Africa“, pubblicata sulla prestigiosa rivista Nature, ha gettato nuova luce su una crisi silenziosa che sta colpendo le foreste del bacino del Congo. Guidato da Mattia Bessone e un team internazionale di oltre sessanta esperti, lo studio analizza un arco temporale di ventidue anni, dal 2000 al 2022, attingendo a un database senza precedenti che include oltre 12.000 famiglie in 252 località distribuite in sei paesi dell’Africa Centrale. I risultati mostrano un trend preoccupante: il consumo totale annuo di biomassa di carne selvatica, spesso definita wild meat, è passato da 0,73 milioni a 1,10 milioni di tonnellate in poco più di due decenni. Questa crescita non è solo il riflesso dell’incremento demografico della regione, ma evidenzia un cambiamento profondo nelle dinamiche di distribuzione e consumo tra le aree rurali e i centri urbani in espansione.
Il ruolo vitale della carne selvatica nelle aree rurali
Per milioni di persone che vivono in contesti rurali remoti, la carne selvatica non rappresenta una scelta gastronomica, bensì un pilastro fondamentale per la sopravvivenza. Lo studio evidenzia che nelle foreste dell’Africa Centrale le proteine animali provenienti dal bestiame o dal pesce marino sono estremamente scarse e costose a causa di infrastrutture di trasporto carenti e barriere amministrative che frenano lo sviluppo del commercio locale. Di conseguenza, le comunità rurali si affidano alla fauna selvatica e al pesce d’acqua dolce per soddisfare il proprio fabbisogno nutrizionale. I dati raccolti indicano che la carne selvatica costituisce circa il 20% dell’apporto proteico giornaliero raccomandato per le popolazioni rurali, una quota che scende significativamente al 13% nelle cittadine di provincia e ad appena il 6% nelle grandi metropoli. In molte aree isolate, questa risorsa è l’unica via per garantire l’accesso a micronutrienti essenziali e prevenire l’insicurezza alimentare.
L’impatto dell’urbanizzazione e il paradosso del consumo cittadino
Sebbene il consumo pro capite sia più elevato nei villaggi, la vera pressione sul sistema deriva paradossalmente dalle aree urbane. Lo studio rivela che le città e le cittadine con oltre 10.000 abitanti sono responsabili di circa il 40% del consumo totale di carne selvatica nella regione, pari a circa 0,6 milioni di tonnellate annue. Nelle metropoli, l’accesso a proteine domestiche alternative come pollo o maiale importato è teoricamente possibile, ma la carne selvatica rimane profondamente radicata nella cultura locale. Spesso viene percepita come più salutare o gustosa rispetto alle carni di allevamento intensivo, oppure viene acquistata come simbolo di status sociale o per celebrazioni culturali. Questa domanda urbana alimenta una catena di approvvigionamento commerciale che estrae enormi quantità di fauna dalle foreste remote, trasformando quella che un tempo era un’attività di sussistenza in un commercio redditizio e spesso non regolamentato.
Una minaccia concreta per la biodiversità e gli ecosistemi
L’intensificarsi del prelievo venatorio sta portando a quello che gli scienziati definiscono un processo di defaunazione, ovvero lo svuotamento delle foreste dai loro abitanti naturali. Attualmente, il consumo umano rappresenta una minaccia diretta per il 31% di tutti i mammiferi, uccelli, rettili e anfibi a rischio di estinzione nella regione. La biomassa prelevata annualmente nel 2022 rappresenta oltre la metà della produzione totale stimata di mammiferi terrestri che le foreste dell’Africa Centrale potevano sostenere all’inizio del secolo. Con la perdita di habitat e il degrado forestale in corso, la capacità di rigenerazione della fauna selvatica sta diminuendo drasticamente. La scomparsa di specie chiave, come i grandi mammiferi e i primati, non solo altera l’equilibrio degli ecosistemi tropicali ma compromette anche i servizi ecosistemici fondamentali, inclusa la capacità delle foreste di agire come serbatoi di carbonio per contrastare il cambiamento climatico.
Verso una gestione sostenibile: soluzioni e alternative alimentari
Per invertire questa tendenza e garantire la sicurezza alimentare delle generazioni future, lo studio suggerisce la necessità di interventi politici mirati e differenziati. La priorità assoluta deve essere la riduzione drastica del consumo di carne selvatica nelle grandi metropoli, dove esistono alternative alimentari e il consumo non è dettato dalla necessità di sopravvivenza. Contemporaneamente, è essenziale proteggere il diritto delle comunità rurali all’accesso sostenibile a questa risorsa, supportando forme di gestione comunitaria che impediscano lo sfruttamento eccessivo. Lo sviluppo di sistemi alimentari nazionali più robusti, l’investimento in settori proteici alternativi come l’avicoltura e la pesca sostenibile, e il miglioramento delle infrastrutture di distribuzione sono passaggi obbligati per ridurre la dipendenza dalla fauna selvatica. Solo attraverso una combinazione di cambiamenti comportamentali urbani e riforme legislative che coinvolgano attivamente le popolazioni locali sarà possibile conciliare la conservazione della biodiversità con il benessere umano in una delle regioni più fragili del pianeta.


Vuoi ricevere le notifiche sulle nostre notizie più importanti?