L’evoluzione della musica: studio scientifico dimostra che è sempre più semplice e ripetitiva

Un nuovo studio rivela l'omogeneizzazione dei generi storicamente più complessi nell'era digitale

La percezione comune che la musica moderna stia diventando sempre più semplice e ripetitiva ha trovato una solida conferma scientifica in una ricerca di vasta scala recentemente pubblicata sulla prestigiosa rivista Scientific Reports. Lo studio, intitolato “Decoding the evolution of melodic and harmonic structure of Western music through the lens of network science” e condotto da un team di ricercatori tra cui Niccolò Di Marco e Walter Quattrociocchi, ha analizzato l’evoluzione delle strutture melodiche e armoniche della musica occidentale lungo un arco temporale di quasi quattro secoli. Attraverso l’analisi di circa 20.000 composizioni, i ricercatori hanno evidenziato un fenomeno sorprendente: generi storicamente considerati l’apice della sofisticatezza strutturale, come la musica classica e il jazz, hanno subito un progressivo processo di semplificazione a partire dalla metà del XX secolo, arrivando oggi a mostrare livelli di complessità e schemi strutturali sempre più simili a quelli del pop e del rock.

La scienza delle reti al servizio dell’analisi armonica

Per giungere a queste conclusioni, il team di ricerca ha adottato un approccio innovativo basato sulla scienza delle reti, modellando le composizioni musicali come grafi diretti e pesati. In questa rappresentazione, ogni nota musicale viene considerata un nodo, mentre le transizioni tra una nota e l’altra costituiscono gli archi che collegano i nodi, con un peso proporzionale alla frequenza con cui tale passaggio avviene nel brano. Questo metodo ha permesso di quantificare proprietà topologiche e musicali specifiche, superando la mancanza di standard oggettivi che storicamente ha reso difficile misurare la complessità musicale in modo rigoroso. Utilizzando metriche come l’efficienza globale pesata e l’entropia dei nodi, gli studiosi hanno potuto mappare come i diversi generi esplorino le sequenze di note possibili, distinguendo tra strutture altamente ripetitive e composizioni caratterizzate da una maggiore diversità e variabilità melodica.

Il declino della complessità strutturale nel XX secolo

I risultati della ricerca mostrano chiaramente che la musica classica e il jazz presentano storicamente valori di complessità più elevati rispetto agli altri generi analizzati, indicando una maggiore diversità strutturale nelle transizioni melodiche e armoniche. Tuttavia, l’analisi temporale ha rivelato un’inversione di tendenza significativa nel corso dell’ultimo secolo. La musica classica ha mostrato un trend di declino costante nella sua complessità strutturale, mentre il jazz, dopo aver raggiunto un picco di sofisticatezza tra gli anni ’50 e ’60, ha intrapreso una parabola discendente che ha portato a una stabilizzazione su livelli più bassi. Questo processo ha fatto sì che, negli anni più recenti, le strutture di questi generi d’élite siano diventate statisticamente comparabili a quelle di generi nati più recentemente, come l’elettronica o il pop, suggerendo un generale processo di omogeneizzazione culturale.

L’impatto della tecnologia e della digitalizzazione sulla creatività

Secondo gli autori dello studio, queste trasformazioni non sono casuali ma sembrano riflettere i cambiamenti tecnologici e sociali che hanno rivoluzionato la produzione e il consumo di musica. L’avvento dei formati fisici prima e delle piattaforme di streaming poi ha democratizzato l’accesso alla musica, permettendo a un pubblico vastissimo di partecipare alla creazione musicale ma favorendo anche ambienti in cui i contenuti circolano rapidamente e sono soggetti a processi di semplificazione. Gli algoritmi di raccomandazione di piattaforme come Spotify e YouTube giocano un ruolo fondamentale in questo scenario, orientando i gusti degli ascoltatori e influenzando indirettamente le scelte dei compositori, che potrebbero tendere verso strutture più accessibili e uniformi per rispondere alle dinamiche del mercato digitale. Questa interconnessione globale sembra agire come un catalizzatore che riduce le differenze strutturali tra i generi, portando a una convergenza verso modelli armonici consolidati e meno rischiosi.

Verso nuove dimensioni della complessità musicale

Nonostante i dati indichino una riduzione della varietà nelle transizioni tra le note, i ricercatori avvertono che questo non implica necessariamente un declino del genio creativo o della qualità artistica complessiva. Lo studio si è concentrato esclusivamente sulla struttura simbolica e basata sulle dodici note del sistema temperato occidentale, lasciando fuori altre dimensioni fondamentali della musica. È possibile che la complessità si stia semplicemente spostando verso altri territori espressivi non catturati dal modello di rete, come il sound design, la produzione tecnica, il timbro, la microtonalità o l’uso innovativo dei testi. In questo senso, la semplificazione armonica potrebbe essere il prezzo da pagare per esplorare nuovi spazi sonori resi possibili dalle tecnologie digitali, aprendo la strada a una concezione multidimensionale della complessità che la ricerca futura dovrà indagare integrando l’analisi simbolica con quella audio e testuale.

L’indagine pubblicata su Scientific Reports offre dunque un fondamento scientifico a un dibattito a lungo dominato da impressioni soggettive, confermando che il paesaggio musicale occidentale sta vivendo una fase di profonda trasformazione strutturale verso una maggiore linearità e coesione.