Il panorama delle vette italiane si avvia verso una trasformazione profonda e silenziosa che modificherà radicalmente il volto delle nostre montagne e la gestione delle riserve d’acqua dolce nei decenni a venire. Entro il 2070, la neve che oggi consideriamo un elemento caratteristico del paesaggio invernale subirà una contrazione, assottigliandosi e mutando i propri ritmi stagionali in modo irreversibile lungo tutta la penisola. Grazie ai nuovi dati elaborati all’interno del progetto IT-WATER di Fondazione CIMA emerge una fotografia nitida di questa crisi che colpisce duramente le Alpi e la dorsale appenninica. Analizzando oltre quarant’anni di serie storiche e proiezioni climatiche, i ricercatori hanno delineato uno scenario in cui il deficit idrico diventa una sfida strutturale prioritaria.
Lo scenario IT-WATER e la forza del supercalcolo
Comprendere il destino della neve richiede una potenza di calcolo straordinaria e una mole di dati immensa. Il progetto IT-WATER, guidato dalla Fondazione CIMA in collaborazione con ItaliaMeteo e Fadeout Software, ha utilizzato le strutture di supercalcolo del CINECA per simulare la risorsa idrica italiana su un orizzonte di quasi un secolo. Come sottolineato dall’approfondimento della Fondazione CIMA, “per la prima volta in Italia, è stato possibile produrre una rappresentazione spaziale della variazione percentuale dello Snow Water Equivalent (SWE) sull’intero territorio italiano, proiettata al 2070“.
L’indicatore chiave di questa ricerca è lo Snow Water Equivalent (SWE), ovvero la quantità d’acqua contenuta nel manto nevoso. Non si parla quindi solo di centimetri di spessore, ma di volumi idrici reali che alimentano fiumi e falde durante il disgelo. Lo studio mette a confronto la rianalisi storica (1980–2023) con gli scenari futuri basati sul modello RCP 4.5, uno scenario che prevede una “forte mitigazione” delle emissioni, evidenziando come la trasformazione sia ormai una traiettoria tracciata.
Alpi e Appennini: la geografia di un declino annunciato
La mappa elaborata dai ricercatori mostra un’Italia virata verso tinte arancioni e brune, segnali di una perdita marcata. Secondo i dati di Fondazione CIMA, “le aree alpine risultano tra le più colpite, in particolare il settore delle Alpi occidentali, delle Alpi marittime, e le porzioni più prossime al mare“. Queste zone, più esposte alle correnti umide e miti del Tirreno e dell’Adriatico, mostrano una sensibilità estrema al rialzo termico, con una riduzione drastica della capacità di immagazzinare acqua sotto forma di neve.
La situazione non è meno critica lungo la dorsale appenninica, dove si osserva una frammentazione delle aree innevate e hotspot di perdita localizzati nel settore centrale e meridionale. In questi territori, dove la neve è già una risorsa intermittente, la contrazione percentuale ha un impatto devastante sulla disponibilità d’acqua per le comunità locali. Il dato numerico è impietoso: “Le riduzioni di SWE sono significative, nell’ordine del –40% / -60% in media a tutte le quote, ma in particolare alle quote sotto i 1500 m“, spiega Fondazione CIMA.
Dati e modelli per governare il cambiamento
Questa analisi rappresenta solo il primo tassello di un monitoraggio più ampio. Entro l’autunno, i modelli idrologici verranno integrati con variabili cruciali come l’umidità dei suoli, le portate dei fiumi e lo stato di salute dei ghiacciai residui. L’obiettivo finale è fornire ai decisori politici e agli enti di gestione idrica un report dettagliato per orientare le strategie di adattamento nazionali. Osservare oggi la neve del 2070 non deve indurre al fatalismo, ma fungere da sprone per un’azione climatica basata sull’evidenza scientifica. Come ricorda la Fondazione CIMA, la neve “si ritira, si assottiglia, cambia forma e tempi“, e comprendere questi cambiamenti oggi significa dotarsi della conoscenza necessaria per non farsi trovare impreparati di fronte a un futuro dove l’acqua sarà una risorsa sempre più preziosa e meno scontata.



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