No, non siamo impazziti. E quello che state leggendo non è un vecchio articolo di altre epoche, quando l’energia era davvero a basso costo. Ma stiamo scrivendo oggi, 14 aprile 20026, nel pieno di una delle più drammatiche crisi energetiche planetarie, dopo un mese e mezzo di chiusura dello Stretto di Hormuz. E a delineare una lettura controcorrente, e confortante, è il prof. Davide Tabarelli sul Sole 24 ore di oggi. Per comprendere la portata delle rivelazioni contenute in questa analisi, è fondamentale inquadrare la figura del suo autore e il prestigio della testata che la ospita. Davide Tabarelli è universalmente riconosciuto come uno dei massimi esperti di politiche energetiche e mercati delle materie prime in Italia. Presidente di NE Nomisma Energia, Tabarelli vanta una carriera decennale spesa nell’analisi dei flussi globali, dei meccanismi di prezzo e delle dinamiche geopolitiche legate agli idrocarburi. La sua voce è una delle più autorevoli poiché si basa su dati empirici e su una profonda conoscenza tecnica del settore, lontano dalle derive ideologiche che spesso inquinano il dibattito pubblico.
Accanto a lui troviamo Il Sole 24 Ore, il quotidiano economico-finanziario più importante d’Italia e uno dei più rispettati a livello europeo. Fondato sulla precisione dei dati e sul rigore dell’informazione, il “Sole” rappresenta la bussola per investitori, decisori politici e professionisti. Quando un’analisi di questo tipo appare sulle sue colonne, non si tratta di una semplice opinione, ma di un segnale forte inviato al mercato e alle istituzioni. La combinazione tra la competenza di Tabarelli e la solidità del Sole 24 Ore conferisce a queste tesi una credibilità indiscutibile, capace di smontare con la forza dei numeri anni di retorica sulla scarsità energetica.
L’analisi di Tabarelli: il paradosso dei prezzi e la crisi di Hormuz
Il punto di partenza dell’analisi pubblicata oggi è un dato che ha dell’incredibile se osservato con le lenti della storia recente. Nonostante lo Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo più critico per il commercio mondiale di greggio, sia chiuso da oltre un mese e mezzo, i mercati non hanno reagito con il panico che ci si sarebbe aspettati. Come scrive Tabarelli nell’analisi intitolata “Abbondanza di petrolio e gas come non mai“: “Ha dell’incredibile, è passato un mese e mezzo dalla chiusura di Hormuz e il petrolio oscilla intorno ai 100 $/bbl, mentre i contratti a termine del prossimo anno, i futures, indicano valori a 70 $/bbl, lo stesso livello di prima della guerra“.
Questo scenario smentisce radicalmente i timori di uno shock sistemico. L’esperto sottolinea che “la crisi, dicono i mercati, non è così drammatica come ci si sarebbe potuto aspettare. I due shock petroliferi del 1973 e del 1979 che segnarono l’economia e la geopolitica per i successivi decenni, furono determinati da eventi meno gravi rispetto ad una chiusura di Hormuz che vada oltre i tre mesi“. Il motivo di questa calma piatta risiede nella sicurezza energetica garantita dalle scorte strategiche dell’International Energy Agency (OCSE), che impongono ai paesi consumatori di detenere riserve per almeno 90 giorni. Tabarelli riporta un dato fondamentale: “Intanto abbiamo rilasciato, con la decisione dell’11 marzo, 400 milioni di barili, il rilascio più grande dei 6 fatti in questi oltre 52 anni, tutti, peraltro, per crisi più contenute“.
Il crollo delle narrazioni catastrofiste degli ambientalisti
L’aspetto più rivoluzionario dell’analisi riguarda la percezione della scarsità delle risorse. Per decenni, siamo stati bombardati da messaggi provenienti da movimenti ambientalisti e catastrofisti della Terra che dipingevano un futuro di carestia energetica e povertà forzata. La realtà, tuttavia, sta procedendo in una direzione diametralmente opposta. Tabarelli mette a confronto il clima di oggi con quello degli anni ’70, evidenziando una differenza culturale e scientifica abissale: “La grande differenza oggi rispetto agli anni ’70, che spiega in parte i prezzi più calmi, è che non c’è quella diffusa certezza di scarsità che dominava in tutte le riflessioni economiche del futuro di allora“.
Erano gli anni dei limiti dello sviluppo teorizzati dal Club di Roma nel 1972, un’organizzazione che godeva di estrema autorevolezza e che prevedeva la fine imminente delle risorse naturali a causa della crescita demografica. All’epoca si temeva che una popolazione di 3,5 miliardi di persone non potesse superare la soglia dei 5 miliardi senza collassare. Oggi, invece, siamo quasi 8 miliardi di persone e ci avviamo verso i 10 miliardi, eppure le risorse non sono mai state così abbondanti. Tabarelli è netto: “di risorse ce ne sono. Questo vale soprattutto per l’energia, gas e petrolio, le due fonti più coinvolte dalla crisi di Hormuz, le cui riserve sono state in costante aumento negli ultimi 50 anni“.
La smentita storica delle profezie di esaurimento del petrolio
Se guardiamo indietro, le profezie apocalittiche sull’esaurimento degli idrocarburi si sono rivelate sistematicamente errate. Una delle più celebri fu quella legata al concetto di Peak Oil (Picco del Petrolio), basata sulle teorie del geologo Marion King Hubbert. Secondo molti dei suoi seguaci più radicali, il mondo avrebbe dovuto raggiungere l’apice della produzione già negli anni ’90 o nei primi anni 2000, per poi scivolare in un inesorabile declino. Nel 1977, persino il presidente americano Jimmy Carter dichiarò che le riserve mondiali di petrolio sarebbero finite entro il decennio successivo e da qui esortava una transizione immediata verso altre fonti energetiche.
Nulla di tutto ciò è accaduto. Al contrario, la tecnologia ha permesso di trasformare risorse che un tempo erano considerate inaccessibili in riserve provate. I dati ufficiali supportano la visione di Tabarelli: la durata delle riserve petrolifere è “passata da 32 anni del 1975 agli attuali 55 anni, nonostante che nel frattempo i consumi siano raddoppiati da 4 a 8 miliardi di tonnellate equivalenti petrolio all’anno, petrolio e gas assieme“. Mai come in questo momento storico c’è stato tanto petrolio disponibile al mondo. La vera emergenza non è la mancanza della materia prima, ma la velocità con cui riusciamo a distribuirla e a costruire infrastrutture capaci di bypassare le zone di conflitto.
Il miracolo della produzione americana e le nuove tecnologie
Uno dei motori principali di questa nuova era dell’abbondanza è l’incredibile balzo tecnologico compiuto dagli Stati Uniti. Tabarelli cita espressamente gli USA come esempio di indipendenza energetica: “Nuova produzione c’è in Sud America, in Africa, in Cina e soprattutto negli Usa, il più grande importatore mondiale negli anni ’70, oggi indipendente grazie al raddoppio della produzione interna da 10 a 20 milioni di barili giorno (bblg)“. Questo aumento è stato possibile grazie alla rivoluzione dello shale oil e del fracking, tecniche che hanno letteralmente riscritto le regole del mercato globale.
Anche per quanto riguarda il gas naturale, la situazione è di estrema disponibilità. Quello che un tempo era considerato il “cugino povero” del petrolio, oggi è al centro di una rivoluzione logistica senza precedenti grazie al GNL (Gas Naturale Liquefatto). Tabarelli spiega che “la tecnologia della liquefazione, migliorata tantissimo in questi anni, grazie anche agli italiani, permette di portare ai mercati finali volumi una volta preclusi al commercio. Solo nei prossimi 2 anni sono attesi volumi addizionali di gas naturale liquefatto, GNL, per un 20% in più dell’attuale disponibilità“. Questo significa che il mondo si sta dotando di una flessibilità tale da rendere i ricatti geopolitici e le interruzioni dei trasporti sempre meno efficaci nel determinare i prezzi al consumo.
Petrolio e gas come pilastri della modernità e del benessere
Contrariamente a quanto sostenuto dalla narrazione dominante che vorrebbe una transizione energetica immediata e totale verso fonti intermittenti, l’oro nero e il metano continuano a rappresentare il presente e il futuro dell’umanità. Senza queste fonti energetiche, i comfort base della nostra vita quotidiana — dal riscaldamento alla mobilità, fino alla produzione di plastica e medicinali — semplicemente scomparirebbero o diventerebbero beni di lusso per pochissimi. L’abbondanza di queste risorse è la garanzia che il progresso umano possa continuare a coinvolgere anche le nazioni in via di sviluppo, che necessitano di energia a basso costo per uscire dalla povertà.
La realtà dei fatti, descritta con precisione chirurgica da Tabarelli, ci dice che il mondo è “pieno di petrolio e gas“. Il problema non è geologico, ma logistico e infrastrutturale. La soluzione indicata dall’esperto è pragmatica: “si tratta solo di velocizzare la realizzazione di strutture che evitino Hormuz, ci vorrà tempo, forse dovremo fare anche dei razionamenti nei prossimi mesi, o addirittura distruggere domanda con recessione, ma sarà un sacrificio momentaneo, con ferite più facili da guarire rispetto a quelle degli anni ’70“.
In conclusione, l’analisi del Sole 24 Ore ci restituisce un’immagine del mondo molto diversa da quella cupa e limitata descritta da certi movimenti ecologisti. Siamo entrati in un’epoca di disponibilità energetica senza precedenti, dove l’ingegno umano e la tecnologia hanno sconfitto il fantasma della scarsità. Il petrolio e il gas, lungi dall’essere al tramonto, restano le fondamenta solide su cui poggia l’economia globale, offrendo una prospettiva di stabilità e abbondanza che le ideologie catastrofiste non possono più ignorare.



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