Una scossa di terremoto ha colpito la Campania alle 20:47 di oggi, lunedì 20 aprile. I sismografi hanno registrato una scossa di magnitudo 3.6 nella zona di Battipaglia. Più precisamente, l’epicentro è stato individuato 6km a sud di Eboli, in provincia di Salerno, mentre l’ipocentro a 338km, quindi l’evento è avvenuto ad una profondità elevata. Non sono noti danni a persone o cose. La scossa registrata nella serata odierna si inserisce in una tipologia ben precisa di terremoti: quelli a ipocentro molto profondo. Quando un sisma avviene a centinaia di chilometri sotto la superficie, l’energia sismica si disperde lungo il percorso verso l’alto, attenuandosi progressivamente. Questo spiega perché, nonostante una magnitudo percepibile, non si registrino danni né particolari conseguenze.
Eventi simili non sono rari nel Sud Italia: ad esempio, nel marzo 2026 un terremoto nel Golfo di Napoli con profondità superiore ai 400km non ha causato danni proprio per la stessa ragione. La profondità, più della magnitudo, è spesso il fattore decisivo nel determinare l’impatto reale di una scossa.
La Campania: una regione geologicamente complessa
Per comprendere la sismicità dell’area tra Salerno ed Eboli bisogna guardare alla struttura dell’Appennino meridionale. Qui la crosta terrestre è attraversata da numerose faglie attive, generate dal lento ma continuo movimento tra la placca africana e quella euroasiatica.
Questa dinamica produce una sismicità diffusa ma irregolare, fatta di piccoli eventi frequenti e, più raramente, di terremoti più intensi. L’area del Golfo di Salerno, in particolare, è storicamente soggetta a scosse di bassa o moderata intensità.
A complicare ulteriormente il quadro c’è la presenza di sistemi vulcanici attivi o quiescenti, come i Campi Flegrei e il Vesuvio, che contribuiscono a una sismicità locale spesso superficiale e legata a fenomeni di natura diversa rispetto ai terremoti tettonici.
Terremoti profondi vs superficiali: perché cambia tutto
Non tutti i terremoti sono uguali. La differenza tra un evento superficiale e uno profondo è cruciale per capire gli effetti al suolo. I terremoti superficiali, come quello di Casamicciola del 2017 (ipocentro a meno di 2 km), possono provocare danni anche con magnitudo relativamente basse proprio perché l’energia si sprigiona vicino alla superficie. Al contrario, terremoti molto profondi possono essere avvertiti su aree vaste ma risultare innocui. Questa distinzione è fondamentale per la percezione del rischio: una scossa “forte” non è necessariamente pericolosa, mentre una più debole ma superficiale può esserlo.
I grandi terremoti storici dell’area campana
Se oggi osserviamo eventi modesti, la storia sismica della Campania racconta invece episodi ben più drammatici. Il territorio è stato teatro di alcuni dei terremoti più distruttivi d’Italia. Il più noto è il devastante terremoto dell’Irpinia del 1980, con magnitudo 6.9, che causò migliaia di vittime e coinvolse un’area vastissima tra Campania e Basilicata. Questo evento rappresenta uno spartiacque nella storia della prevenzione sismica italiana.
Ma anche nei secoli precedenti la zona fu colpita ripetutamente. Nel 1853, un terremoto nell’area delle sorgenti del Sele provocò danni diffusi e numerosi sfollati, pur con una magnitudo inferiore rispetto agli eventi moderni. Nel 1910, un altro sisma in Irpinia causò crolli significativi e danni estesi agli edifici storici. Questa continuità storica evidenzia come l’Appennino campano sia una delle aree a più alta pericolosità sismica d’Italia.






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