Transneft frena: “improbabile una rapida ripresa del petrolio kazako verso la Germania”

Berlino sotto pressione: la decisione russa riaccende il nodo della dipendenza energetica indiretta

La Russia interromperà dal 1° maggio il transito del petrolio kazako diretto in Germania attraverso l’oleodotto Druzhba, mettendo in crisi una rotta strategica che Berlino aveva sviluppato dopo aver rinunciato alle importazioni dirette di greggio russo. La decisione, confermata dal vice primo ministro russo Alexander Novak, avrà un impatto diretto sulle forniture alla raffineria PCK di Schwedt, uno degli impianti chiave per l’approvvigionamento di carburanti nella capitale tedesca e nel Brandeburgo. Novak ha dichiarato che lo stop entrerà in vigore per via di “possibilità tecniche”, senza ulteriori dettagli ufficiali. Tuttavia, la misura segna un passaggio delicato nelle dinamiche energetiche europee, riaprendo interrogativi sulla reale indipendenza dal sistema russo.

Il ruolo della raffineria di Schwedt e l’impatto sulle forniture

La raffineria PCK di Schwedt rappresenta un nodo fondamentale per la sicurezza energetica della Germania nord-orientale, con una capacità di lavorazione fino a 12 milioni di tonnellate di petrolio all’anno. Attualmente, circa il 17% delle forniture dell’impianto proviene da petrolio kazako trasportato tramite il Druzhba. Nonostante ciò, il ministero dell’Economia tedesco ha rassicurato che lo stop non metterà a rischio l’approvvigionamento nazionale. Resta evidente la vulnerabilità strutturale: anche le alternative considerate “non russe” continuano a dipendere dal territorio e dalle infrastrutture di Mosca.

La dipendenza strutturale dalla rotta russa

Dal 2023, il petrolio del Kazakistan raggiunge la Germania passando attraverso Russia e Bielorussia tramite il sistema Druzhba, offrendo a Berlino una fonte non russa ma comunque legata al via libera di Mosca. Questo schema aveva consentito un’espansione delle relazioni energetiche tra Astana e il mercato europeo, con consegne regolari iniziate nel 2023 e un accordo esteso nell’ottobre 2025 fino alla fine del 2026. Il blocco attuale mette in luce un paradosso strategico: la diversificazione energetica europea rimane incompleta se continua a transitare attraverso infrastrutture controllate dalla Russia.

Le dichiarazioni del Kazakistan e le cause tecniche

Il ministro dell’Energia kazako Yerlan Akkenzhenov ha confermato ufficialmente l’interruzione, dichiarando: “per maggio, il transito attraverso Atyrau–Samara in direzione dell’oleodotto Druzhba e oltre fino alla raffineria di Schwedt è pari a zero”. Ha inoltre aggiunto che la parte russa avrebbe segnalato una mancanza di capacità tecnica per il pompaggio del greggio kazako, probabilmente legata a recenti attacchi alle infrastrutture. Akkenzhenov ha spiegato che, secondo informazioni non ufficiali, il problema sarebbe temporaneo e che il flusso riprenderà una volta risolte le criticità tecniche.

I flussi energetici e il percorso del greggio

Il greggio kazako destinato alla Germania segue un percorso complesso: parte dalla pipeline Uzen-Atyrau-Samara, entra nel sistema russo gestito da Transneft e raggiunge il punto di consegna Adamova Zastava prima di arrivare a Schwedt. Il petrolio viene commercializzato come KEBCO (Kazakhstan Export Blend Crude Oil) e proviene da giacimenti strategici come Tengiz, Kashagan e Karachaganak. Questo sistema evidenzia quanto il Kazakistan resti legato alle infrastrutture russe per l’export verso l’Europa.

Negli ultimi anni, le esportazioni kazake verso la Germania avevano registrato una crescita significativa. Nel 2025 sono state consegnate 2,146 milioni di tonnellate, mentre nel primo trimestre del 2026 si è arrivati a 730.000 tonnellate. Il piano di Astana prevedeva di raggiungere 2,5 milioni di tonnellate entro il 2026. L’interruzione improvvisa interrompe questo trend positivo e introduce incertezza sulle prospettive future del commercio energetico tra i due Paesi.

Le alternative della Germania: Rostock e Danzica

Per compensare il blocco, la Germania ha già individuato rotte alternative, tra cui le forniture via mare attraverso i porti di Rostock e Danzica. Tuttavia, queste soluzioni risultano più costose e logisticamente complesse rispetto al trasporto via oleodotto. Il ricorso crescente a queste opzioni dimostra come la strategia energetica europea debba ancora affrontare limiti strutturali importanti. La comunicazione russa sulla vicenda è stata contraddittoria. Il 21 aprile il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov aveva dichiarato di non essere a conoscenza di un piano per interrompere il transito, ma il giorno successivo Novak ha confermato pubblicamente la deviazione delle forniture destinate alla Germania.

Questo cambio di posizione rafforza la percezione di una gestione politica delle infrastrutture energetiche, inserita in un contesto geopolitico ancora fortemente segnato dalla guerra in Ucraina.

Il nodo irrisolto della diversificazione energetica

Il caso del Druzhba pipeline evidenzia un problema più ampio: l’Europa può sostituire il petrolio russo con quello kazako, ma finché il trasporto dipende dalla Russia, la vulnerabilità resta.

Per il Kazakistan, la situazione non è meno complessa. Le alternative di esportazione attraverso il Mar Caspio e il Caucaso meridionale esistono, ma sono più limitate e meno efficienti. Attualmente, le forniture verso la Germania rappresentano circa 3 milioni di tonnellate annue, pari al 3,7% delle esportazioni totali kazake.

Una crisi che va oltre il breve termine

Lo stop di maggio non rappresenta solo un’interruzione temporanea, ma un segnale strutturale. Dimostra che, nonostante gli sforzi di diversificazione, sia la Germania sia il Kazakistan restano esposti alle decisioni di Mosca. In assenza di infrastrutture alternative su larga scala, il sistema energetico europeo continua a muoversi in un equilibrio fragile, dove anche le soluzioni apparentemente indipendenti mantengono legami critici con la Russia.