Cuba è rimasta senza petrolio e carburanti, una crisi che sta lasciando intere parti dell’Avana al buio fino a 22 ore al giorno e che ha fatto esplodere nella capitale dell’isola nuove proteste popolari. Il Paese caraibico, già colpito da una lunga emergenza energetica, si trova ora davanti a uno scenario definito dalle autorità stesse come critico, con la rete elettrica nazionale sottoposta a una pressione senza precedenti. A confermare la gravità della situazione è stato il ministro cubano all’Energia, Vicente de la O Levy, che ha dichiarato che Cuba è rimasta “senza riserve”, spiegando che “la rete elettrica si trova in uno stato critico”. Una frase che fotografa il punto più drammatico della crisi: non si tratta più soltanto di carenze o razionamenti, ma di un esaurimento delle risorse energetiche disponibili per sostenere il sistema elettrico nazionale.
Blackout all’Avana fino a 22 ore al giorno
La conseguenza più immediata della mancanza di combustibili è il peggioramento dei blackout a Cuba, che nella capitale hanno raggiunto livelli estremi. Interi quartieri dell’Avana sono rimasti senza elettricità per gran parte della giornata, fino a 22 ore al giorno, in quelli che vengono descritti come i peggiori blackout da decenni.
La mancanza di luce ha colpito la vita quotidiana della popolazione, aggravando una situazione sociale già fragile. Senza energia elettrica, diventano più difficili la conservazione degli alimenti, l’accesso ai servizi essenziali e la gestione delle attività domestiche e lavorative. In questo contesto, la protesta è diventata il segnale più evidente di una tensione ormai arrivata al limite.
Proteste all’Avana al grido di “accendete la luce”
Ieri nella capitale cubana sono esplose le proteste. I manifestanti sono scesi in strada al motto “accendete la luce” e “il popolo, unito, non sara’ mai sconfitto”, slogan che hanno trasformato i blackout in una contestazione aperta contro la gestione dell’emergenza e contro le condizioni materiali in cui si trova la popolazione.
Le proteste all’Avana arrivano nel momento più delicato della crisi energetica. La capitale, simbolo politico e sociale del Paese, è diventata il centro della rabbia popolare davanti a interruzioni elettriche prolungate e a una carenza di carburanti che non sembra avere una soluzione immediata. La parola d’ordine più ripetuta, “accendete la luce”, sintetizza la richiesta essenziale dei cittadini: il ritorno dell’elettricità e di condizioni di vita minime.
Il ministro dell’Energia: “non abbiamo assolutamente nulla”
La portata dell’emergenza è stata descritta con parole nette dallo stesso ministro dell’Energia, che ha spiegato la situazione delle scorte disponibili. Vicente de la O Levy ha affermato che “la somma dei diversi tipi di carburante: petrolio, combustibile, di cui non abbiamo assolutamente nulla; diesel, di cui non abbiamo assolutamente nulla…l’unica cosa che abbiamo è il gas dei nostri pozzi, dove la produzione è aumentata”.
La dichiarazione conferma che Cuba non dispone più di riserve sufficienti di petrolio, combustibile e diesel, mentre può contare soltanto sul gas prodotto nei propri pozzi. Anche l’aumento della produzione interna di gas, tuttavia, non basta a compensare l’assenza degli altri carburanti necessari a sostenere la rete elettrica e il funzionamento del Paese.
Il ministro ha inoltre aggiunto che “la situazione nel paese è estremamente tesa”. Una valutazione che arriva mentre le proteste si moltiplicano e mentre la rete elettrica continua a mostrare segni di cedimento.
Il blocco imposto dagli Stati Uniti e il taglio delle forniture energetiche
Secondo quanto riportato nel comunicato, la situazione è la conseguenza del blocco imposto a gennaio dal governo Trump contro l’isola, che di fatto avrebbe tagliato Cuba fuori dalle consegne di prodotti energetici. L’isola dipendeva in larga misura dalle forniture provenienti da Venezuela e Messico, due canali che risultano ora compromessi.
Gli Stati Uniti hanno minacciato dazi a qualsiasi nazione che fornisca rifornimenti all’isola caraibica. Questa pressione ha contribuito a isolare ulteriormente Cuba dal mercato energetico, aggravando una crisi già alimentata dalla fragilità della rete elettrica e dalla scarsità di valuta per sostenere gli acquisti internazionali.
Nonostante il quadro, il ministro dell’Energia ha dichiarato che “Cuba è aperta a chiunque voglia venderci carburanti”. Il messaggio del governo cubano è quindi quello di una ricerca urgente di fornitori, in un momento in cui il Paese non dispone delle riserve necessarie per garantire la continuità del servizio elettrico.
Una sola petroliera russa da dicembre
Da dicembre, secondo quanto riferito, solo una petroliera russa ha rifornito ad aprile l’isola, che conta quasi 10 milioni di persone. Un singolo carico non può però sostenere nel tempo il fabbisogno energetico di un Paese intero, soprattutto in una fase in cui mancano diesel, combustibile e petrolio.
La dipendenza da consegne esterne, unita alla difficoltà di ottenere nuovi rifornimenti, ha reso la crisi cubana ancora più grave. Il sistema energetico dell’isola si trova così stretto tra l’assenza di scorte, la fragilità della rete e la pressione internazionale sulle forniture.
L’Onu contro l’embargo: “ostacola il diritto del popolo cubano allo sviluppo”
La settimana scorsa l’Onu ha definito illecito l’embargo imposto da Washington, sostenendo che “ostacola il diritto del popolo cubano allo sviluppo mentre compromette il suo diritto al cibo, all’istruzione, alla salute e all’acqua e ai servizi igienico-sanitari”.
La presa di posizione delle Nazioni Unite inserisce la crisi energetica cubana in un quadro più ampio di diritti fondamentali. L’assenza di elettricità e carburanti non riguarda soltanto la produzione energetica, ma incide direttamente sulla vita quotidiana della popolazione, sui servizi pubblici, sull’accesso all’acqua, alla sanità, all’istruzione e alla sicurezza alimentare.
Washington offre 100 milioni di dollari di aiuti
Nel pieno della crisi, ieri il dipartimento di Stato si è detto disposto a fornire 100 milioni di dollari di aiuti, mentre “continua a cercare riforme nel sistema comunista cubano”. La proposta statunitense arriva mentre il confronto politico tra Washington e L’Avana resta durissimo e mentre l’isola denuncia gli effetti del blocco sulle forniture energetiche.
Il dipartimento di Stato ha inoltre scaricato sul “regime cubano la decisione di accettare la nostra offerta di assistenza o negare aiuti vitali essenziali e, in ultima analisi, essere responsabili nei confronti del popolo cubano per aver ostacolato un’assistenza critica”.
La crisi energetica diventa così anche un terreno di scontro diplomatico. Da una parte Cuba denuncia il blocco e cerca carburanti sul mercato internazionale; dall’altra Washington offre aiuti vincolando il discorso alla necessità di riforme del sistema cubano.
Cuba davanti alla crisi più grave degli ultimi decenni
La combinazione tra assenza di carburanti, blackout prolungati, proteste popolari e tensione diplomatica rende la crisi cubana una delle più gravi degli ultimi decenni. L’Avana, rimasta al buio fino a 22 ore al giorno in alcune aree, è diventata il simbolo di un Paese che non riesce più a garantire la continuità dell’elettricità.
Le parole del ministro dell’Energia confermano la profondità dell’emergenza: Cuba è “senza riserve”, la rete elettrica è in condizioni critiche e la situazione interna è “estremamente tesa”. Le proteste al grido di “accendete la luce” mostrano che la crisi energetica non è più soltanto un problema tecnico o economico, ma una questione sociale e politica che riguarda direttamente la tenuta del Paese.
