L’Italia è un Paese strutturalmente vulnerabile, minacciato costantemente da una diffusa instabilità geomorfologica che esige risposte scientifiche e politiche precise. Presso la storica sede dell’Accademia Nazionale dei Lincei, a Palazzo Corsini, si è tenuta oggi, 3 maggio, una fondamentale “lettura corsiniana” dedicata a questo urgente tema, ha visto come protagonista Fausto Guzzetti, autorevole geologo, ricercatore e professore associato presso l’Institute of Hazard, Risk and Resilience della Durham University. Introdotto dal Prof. Annibale Mottana, Guzzetti ha affrontato la tematica con un intervento intitolato “Frane, frane, ancora frane. Cosa fare?“, delineando i contorni di un fenomeno endemico che colpisce l’intera penisola, mettendo a rischio quotidianamente vite umane, infrastrutture nevralgiche e inestimabili patrimoni ambientali. Davanti a una platea attenta, lo studioso ha sviscerato i dati aggiornati sul dissesto idrogeologico, offrendo una disamina estremamente dettagliata sulle capacità di previsione odierne e tracciando un percorso obbligato per la difesa territoriale attraverso una conoscenza sistemica dei versanti.
Anatomia di un fenomeno complesso e ubiquitario
Il professor Guzzetti ha esordito definendo l’oggetto di studio nella sua apparente essenzialità: “Una frana è un movimento di una massa di roccia, terra o detrito lungo un versante“. Questa semplicità teorica nasconde tuttavia una fenomenologia di straordinaria complessità. L’esperto ha infatti precisato che i movimenti “possono crollare, ribaltarsi, espandersi, scivolare, colare e possono essere anche una combinazione di queste tipologie“. A complicare ulteriormente il quadro è l’incredibile diversificazione dimensionale. Il ricercatore ha spiegato come l’area, il volume e la velocità di questi eventi coprano ben 12 ordini di grandezza. Si passa da piccoli distacchi rocciosi a immani catastrofi geologiche, come una colossale frana sottomarina documentata al largo della Norvegia con un’estensione di quasi 100mila km quadrati, equivalente a un terzo dell’intero territorio italiano.
Lo sguardo si è poi ristretto sul nostro Paese. “Oggi parliamo di frane. Frane che nei mesi scorsi sono state un po’ al centro dell’attenzione dei media“, ha sottolineato Guzzetti, rievocando tragedie impresse nella memoria collettiva, dalla frana del Vajont del 1963 (“270 milioni di metri cubi di rocciascivolarono a una velocità stimata di circa 30 metri al secondo“), fino ai disastri recenti di Ischia nel 2022 e l’alluvione in Emilia-Romagna del maggio 2023, dove le piogge intense “hanno prodotto quasi 81mila frane, oltre 72 chilometri quadri di territorio“.

L’impatto sul territorio: dalle cause alle drammatiche conseguenze
La mappatura del territorio nazionale restituisce un quadro impressionante. In Italia sono state cartografate finora “oltre 689mila frane“, con una distribuzione capillare che fa registrare “una media di 3 frane ogni km quadrato, praticamente ovunque“, a esclusione unicamente delle grandi aree pianeggianti. Le cause che innescano questi eventi sono di duplice natura. Troviamo i fattori puramente naturali, come “piogge, la fusione della neve, la degradazione del permafrost, i cicli di gelo e disgelo, o cause geologiche, tipicamente i terremoti e l’attività vulcanica“. A queste si sommano pesantemente le azioni antropiche, descritte da Guzzetti come un catalogo di alterazioni del territorio: “Scavi, sovraccarichi, perdite di acquedotti, reti fognarie, irrigazione, deforestazione, pratiche agricole e forestali, cambiamenti di uso del suolo“.
Il bilancio in termini di vite umane e danni sociali è gravissimo. Nel solo cinquantennio tra il 1975 e il 2024, le frane in Italia “hanno causato oltre mille fra morti e dispersi, 1.400 feriti e quasi 140mila evacuati e senzatetto in 1.585 comuni“. Eppure, l’esperto invita a un cambio radicale di prospettiva per inquadrare correttamente il problema, sradicando l’idea di eccezionalità: “Le frane non sono anomalie sparse in un territorio. Al contrario, sono fenomeni naturali molto comuni e frequenti che concorrono all’evoluzione del paesaggio“. Questa consapevolezza impone un mutamento strategico: “La gestione delle frane non può limitarsi a interventi puntuali, sebbene ovviamente necessari in alcune situazioni; servono strategie territoriali e di gestione del territorio a scala vasta“.
La scienza della previsione: dove e quando colpiranno
Il cuore dell’intervento si è focalizzato sulla possibilità di anticipare gli eventi per mettere in sicurezza la popolazione. Guzzetti ha suddiviso la sfida previsionale in 2 grandi interrogativi: determinare il “dove” e il “quando“. Per quanto riguarda la dimensione spaziale, l’analisi degli inventari storici si rivela essenziale. Evidenziando il principio dell’ereditarietà morfologica, l’esperto ha dichiarato: “Le frane non accadono casualmente nello spazio, e quindi forse possono essere previste“. Lo studio dei vecchi distacchi permette la creazione di sofisticati modelli statistici di suscettibilità, in grado di identificare le zone con la più alta probabilità di futuri inneschi.
Sul fronte temporale, la previsione a breve termine si basa sull’utilizzo di “soglie empiriche di pioggia” e modelli idrologici, mentre per il lungo periodo entra in gioco l’analisi dei cambiamenti climatici. Analizzando grandi set di dati pluviometrici, i ricercatori hanno fatto una scoperta fondamentale riguardo all’adattamento geomorfologico: le soglie di innesco si spostano a seconda del regime di precipitazione annuale. “Il paesaggio si adatta, impara dalle forzanti meteorologiche“, ha spiegato il geologo, illustrando come le aree abituate a maggiori precipitazioni richiedano piogge proporzionalmente più intense per cedere rispetto alle aree più secche.
Le sfide future: monitoraggio satellitare e comunicazione
Nonostante i notevoli progressi teorici, la gestione operativa del rischio sconta gravi lacune. “Cosa possiamo fare per ridurlo ancora, o per gestirlo, il rischio da frana?” si è chiesto Guzzetti avviandosi alla conclusione. La prima impellente necessità è l’osservazione costante: “Dobbiamo mappare sistematicamente le frane con tutte le tecnologie disponibili, sistemi satellitari, ottici, radar, aerei e sistemi terrestri“. Attualmente, il patrimonio tecnologico non è sfruttato a dovere in tempo di pace, impedendo di validare i modelli predittivi: “La mancanza di sistemi strumentali di rilevazione delle frane limita la capacità di verificare le previsioni, e questo è un problema molto serio“.
L’ultima e forse più complessa frontiera riguarda il rapporto tra la comunità scientifica, i decisori politici e i cittadini. Guzzetti ha chiarito che produrre simulazioni avanzate resta un esercizio sterile qualora i risultati non vengano compresi dalla società. La comunicazione delle incertezze e l’implementazione di sistemi di allertamento chiari ed efficaci rappresentano il vero traguardo per trasformare i complessi dati satellitari e pluviometrici in uno scudo capace di proteggere concretamente il tessuto sociale e infrastrutturale del Paese.


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