Le profondità della Terra custodiscono segreti capaci di ridefinire completamente la nostra comprensione dei fenomeni geologici di superficie, come dimostra la recente scoperta di immensi serbatoi d’acqua sotterranei risalenti a milioni di anni fa. Questa straordinaria presenza liquida, nascosta nel cuore pulsante del pianeta, potrebbe essere la vera forza motrice all’origine di alcune delle più vaste e misteriose regioni vulcaniche del globo, tra cui lo splendido arcipelago delle Azzorre situato nel mezzo dell’Oceano Atlantico. La rivelazione scientifica, che scardina i modelli geologici tradizionali finora accettati dalla comunità internazionale, è il frutto di un meticoloso studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature Communications. La ricerca è stata condotta in stretta sinergia tra gli scienziati dell’Università di Padova e i vulcanologi dell’Istituto di Geologia e Geofisica dell’Accademia Cinese delle Scienze, i quali hanno unito le proprie competenze per far luce su un enigma che da decenni affascinava e divideva gli esperti di tutto il mondo. L’acqua profonda si conferma così un fattore cruciale per l’evoluzione dinamica della Terra.
Il mistero geologico dell’Atlantico
Le regioni vulcaniche oceaniche si formano solitamente quando immani quantità di magma risalgono dalle viscere della Terra, riversandosi e solidificandosi sul fondale marino. La geologia classica attribuisce da sempre la nascita di questi arcipelaghi a gigantesche colonne di roccia calda e parzialmente fusa che risalgono direttamente dal confine tra il mantello e il nucleo terrestre, come accade per le isole Hawaii o per l’Islanda. Le Azzorre, tuttavia, hanno sempre rappresentato un’anomalia inspiegabile: i monitoraggi e le analisi geofisiche non hanno mai rilevato la presenza di queste colonne super-calde sotto l’arcipelago, e i campioni di magma prelevati in zona mostrano una concentrazione di acqua insolitamente elevata, del tutto incompatibile con i modelli tradizionali.
La zona di transizione e il ruolo della subduzione
Per risolvere il rompicapo, l’équipe di scienziati guidata da Jianfeng Yang si è concentrata su una specifica regione del mantello terrestre situata a una profondità compresa tra i 410 e i 660 km. Questa fascia profonda agisce come una sorta di spugna planetaria capace di accumulare temporaneamente immensi volumi d’acqua, che vengono trasportati nel sottosuolo dalle antiche placche oceaniche durante il fenomeno della subduzione, il processo in cui una placca tettonica sprofonda inevitabilmente sotto un’altra.
Le simulazioni avanzate effettuate al computer hanno dimostrato che l’acqua accumulata non resta intrappolata per sempre, ma può risalire lentamente verso la superficie. Questo flusso idrico ha l’effetto chimico-fisico di abbassare drasticamente la temperatura di fusione delle rocce circostanti, facilitando la generazione del magma anche in assenza di temperature estreme.
Una nuova mappa del vulcanismo globale
I risultati di questa ricerca non si limitano a spiegare l’anomalia delle isole portoghesi, ma aprono scenari del tutto nuovi per la comprensione di altri complessi sistemi vulcanici sparsi per il pianeta. Meccanismi analoghi, basati sull’interazione profonda tra l’acqua e la roccia del mantello, potrebbero infatti essere la causa scatenante del vulcanismo in aree geograficamente distanti come l’arcipelago delle Bermuda, l’Asia orientale e l’Australia orientale. La scoperta sposta l’attenzione degli scienziati dal semplice calore termico alla complessa composizione chimica del mantello, ridefinendo il ruolo dell’acqua non più solo come elemento superficiale che modella i paesaggi, ma come un pilastro geologico interno fondamentale, in grado di governare i motori invisibili che ridisegnano la crosta terrestre.


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