Il cambiamento climatico nel Mediterraneo corre più veloce che nel resto del pianeta e richiede interventi urgenti da parte dei governi della regione. È l’allarme lanciato dall’Unione per il Mediterraneo (UpM), con sede a Barcellona, che riunisce 43 Paesi europei e della sponda sud del Mare nostrum, in vista della Giornata mondiale dell’Ambiente del 5 giugno. Secondo l’UpM, che cita le analisi della rete scientifica MedECC (Mediterranean Experts on Climate and Environmental Change), la temperatura media del Mediterraneo è già aumentata oltre la soglia di 1,5°C fissata dall’Accordo di Parigi e la regione si sta riscaldando del 20% più rapidamente rispetto alla media globale.
L’organizzazione avverte che oltre 500 milioni di persone sono esposte a ondate di calore, siccità, incendi boschivi e alluvioni improvvise sempre più frequenti. Le aree costiere densamente popolate sono particolarmente vulnerabili e affrontano rischi crescenti all’innalzamento del livello del mare, all’erosione e alla salinizzazione dei terreni agricoli, mentre lo stress idrico è già una realtà nei Paesi della sponda sud del Mediterraneo. La domanda di acqua nella regione potrebbe almeno raddoppiare entro il 2050 e, in assenza di interventi efficaci, fino a 20 milioni di persone potrebbero essere costrette a spostarsi entro la fine del secolo.
“Lavorare su misure concrete”
“Non abbiamo tempo per un cinismo passivo”, ha dichiarato il vicesegretario generale dell’UpM per Stabilità e Resilienza, Joan Borrell Mayeur. “Esistono misure molto concrete, come l’espansione delle reti energetiche regionali, sulle quali dobbiamo lavorare fin da ora”, ha evidenziato, ricordando che il rafforzamento degli scambi di energie rinnovabili fra le due sponde del Mediterraneo è una delle chiavi identificate dall’ultimo rapporto per l’integrazione regionale per mitigare gli effetti del cambiamento climatico.
L’UpM sta inoltre lavorando all’organizzazione del Padiglione Mediterraneo alla conferenza delle Nazioni Unite sul clima, in programma a novembre ad Antalya, in Turchia, per portare una voce comune della regione nei negoziati internazionali sul clima.


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