Il forte gradiente termico che sta caratterizzando la fase di transizione stagionale sul bacino del Mediterraneo non si limita a provocare insidiosi break temporaleschi o improvvise fiammate di matrice nord-africana. Esiste un legame profondo e invisibile tra le fluttuazioni della pressione atmosferica e la dinamica dei nostri mari, capace di innescare eventi in grado di stravolgere le coste. Tra questi, il più affascinante e imprevedibile è senza dubbio il meteotsunami, l’ultimo arrivato nella famiglia dei maremoti, essendo ancora poco noto e studiato. Affinché si verifichi, fondamentale è il passaggio di grandi turbolenze, associate ad onde atmosferiche di gravità che si trasmettono nei medi e bassi strati della troposfera. Senza queste particolari ‘disturbance atmosferiche‘ il fenomeno non potrà mai formarsi e svilupparsi.
Queste grandi turbolenze atmosferiche sono indotte da intense perturbazioni annesse a linee di groppo temporalesche, fronti freddi e sistemi convettivi che creano turbolenze nella media-bassa troposfera, producendo brusche variazioni della pressione atmosferica in mare aperto o in mezzo all’oceano.
Questi repentini sbalzi di pressione spesso riescono a generare delle cosiddette ‘onde barotropiche‘ le quali, attraverso complessi meccanismi di risonanza, trasmettono l’energia dall’atmosfera al mare. Per ottimizzare questo passaggio, è necessario che la velocità di propagazione del fronte atmosferico sia analoga a quella di spostamento del moto ondoso che tende a distendersi verso le aree costiere, esaltando ulteriormente il fenomeno.
Inoltre si devono avere dei venti molto forti nell’alta troposfera, generalmente da sud ovest (dove si inseriscono le onde gravitazionali), davanti a una profonda depressione in spostamento da ovest ad est. Nei bassi strati invece le correnti devono rimanere piuttosto deboli, favorendo l’avvento delle turbolenze nella bassa troposfera.
A questo punto entrano in gioco la batimetria e la morfologia della costa. Laddove i fondali marini si impennano bruscamente e il litorale è costituito da baie strette e lunghe, si ha ulteriore risonanza e l’onda si espande, diventando minacciosa e distruttiva. Dunque, un insieme concomitante di parecchi fattori: da qui la rarità dell’evento e la difficoltà di identificazione.
Le aree italiane più esposte ai meteotsunami
Volendo scendere nel particolare della geografia italiana, le zone storicamente più esposte a questo fenomeno si concentrano lungo la costa sud-occidentale della Sicilia, in particolare nel trapanese e nel comparto di Mazara del Vallo, dove la conformazione dello Stretto di Sicilia e i bassi fondali fungono da cassa di risonanza ideale per il Marobbio. Anche il mare Adriatico non è esente dal medesimo fenomeno, anche se in questo caso si parla di Sessa. Nel Mare Adriatico, a causa della sua forma allungata, le masse d’acqua oscillano avanti e indietro. Questo fenomeno è spesso il principale responsabile del fenomeno dell’acqua alta a Venezia.
La previsione dei meteotsunami in Italia si basa sull’uso di modelli matematici che incrociano le previsioni meteorologiche con i dati di monitoraggio marino in tempo reale. Gli istituti di ricerca analizzano specifici parametri atmosferici (come il rapido spostamento di fronti temporaleschi o onde di gravità nell’atmosfera). Quando questi dati indicano una perturbazione rapida, si attiva l’allerta per il potenziale innesco di anomalie del livello del mare.
Le variazioni effettive dell’acqua vengono tracciate tramite la rete dei mareografi costieri e le boe oceanografiche. Enti come il Consorzio LaMMA (attraverso progetti specifici per le coste tirreniche e mediterranee) e il CMCC (Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici) utilizzano queste stazioni per rilevare repentine ‘pulsazioni’ del mare, responsabili degli improvvisi ritiri e avanzamenti d’acqua tipici dei meteotsunami.


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