Ebola, alert della Croce Rossa: “l’epidemia potrebbe durare un anno”

Il focolaio del raro ceppo Bundibugyo è il più grande mai registrato. La Croce Rossa teme che l’epidemia possa durare un altro anno, mentre Oxfam, Msf, Oms e Amref denunciano ritardi, sottostima dei casi, carenze diagnostiche e sfiducia delle comunità

L’epidemia di Ebola in corso nella Repubblica Democratica del Congo e con casi registrati anche in Uganda non ha ancora raggiunto il suo picco e potrebbe protrarsi ancora a lungo. È l’allarme lanciato dalla Croce Rossa, mentre diverse organizzazioni umanitarie denunciano una risposta tardiva e insufficiente alla crisi sanitaria che sta colpendo l’Africa centrale. “Temiamo che questa epidemia”, che imperversa nella parte orientale del Paese, “possa durare un altro anno”, ha dichiarato Bruno Michon, responsabile delle operazioni della Federazione internazionale delle società di Croce rossa e Mezzaluna rossa, Ifrc, durante una conferenza stampa a Ginevra. “Credo che il picco non sia alle nostre spalle, ma davanti a noi”, ha insistito. La Repubblica Democratica del Congo ha dichiarato l’epidemia di Ebola il 15 maggio. Si tratta della 17esima epidemia per questo Paese africano con oltre 100 milioni di abitanti. Due giorni dopo, l’Organizzazione mondiale della sanità, Oms, ha emesso un allarme sanitario internazionale.

Il più grande focolaio di Ebola Bundibugyo mai registrato

L’emergenza riguarda il raro ceppo Bundibugyo, un ebolavirus per il quale non esistono vaccini o trattamenti approvati. L’epidemia che sta colpendo Rdc e Uganda ha assunto le dimensioni del più grande focolaio mai registrato per questo ceppo. A un mese dall’inizio dell’emergenza, il bilancio indicato da Amref è di 196 morti nella Repubblica Democratica del Congo e 2 in Uganda, con 837 casi confermati in Rdc e 19 in Uganda. “Oggi i morti sono 196 nella Repubblica democratica del Congo e 2 in Uganda, con un bilancio complessivo che ha ormai raggiunto i 837 casi confermati in Rdc e 19 in Uganda per il raro ceppo Bundibugyo, per il quale non esistono vaccini o cure. Cresce il timore tra le comunità, dove all’emergenza medica si unisce la barriera della sfiducia”, evidenzia Amref, l’organizzazione senza scopo di lucro che dal 1957 lavora per migliorare la salute e i diritti delle comunità africane. A rendere la situazione particolarmente grave è l’assenza di strumenti specifici contro il virus Bundibugyo. In mancanza di vaccini o cure approvate, la prevenzione, il tracciamento e l’isolamento dei casi sospetti restano gli unici strumenti disponibili per contenere la diffusione della malattia.

Risposta umanitaria in ritardo e rischio di espansione geografica

La risposta umanitaria viene giudicata gravemente in ritardo. “A un mese dall’inizio della più grande epidemia di virus Bundibugyo mai registrata, la risposta umanitaria è in grave ritardo”, avverte Oxfam. Secondo l’Istituto nazionale di sanità pubblica, Insp, della Repubblica Democratica del Congo, “settimana dopo settimana si osserva un numero crescente di casi confermati, a testimonianza della continua trasmissione della malattia nella comunità”. Nel report quotidiano sulla situazione si legge inoltre che “si teme un’improvvisa espansione geografica dell’epidemia se non verranno attuate rapidamente misure di salute pubblica”. L’area colpita è aggravata da un sanguinoso conflitto intercomunitario e da spostamenti di popolazione su larga scala, fattori che facilitano la diffusione dell’Ebola. La crisi sanitaria si innesta quindi su una situazione già fragile, dove l’instabilità limita l’accesso operativo e rende più complessa l’attuazione delle misure di contenimento.

Casi probabilmente sottostimati e diagnosi insufficienti

Questa settimana, sia Oxfam sia Medici senza frontiere, Msf, hanno avvertito che l’epidemia è probabilmente sottostimata. Secondo Kate White, coordinatrice medica di emergenza di Msf nella Rdc, “nessuno ne conosce la reale portata, né con precisione quali aree siano colpite dal virus”. Anche la Croce Rossa richiama l’attenzione sulla difficoltà di misurare l’effettiva diffusione del contagio. La “grave carenza di capacità diagnostica” rende “molto difficile sapere quanto si stia diffondendo”, afferma Michon. Secondo Oxfam, l’inadeguatezza del tracciamento dei contatti è legata in particolare al “ritiro dei finanziamenti statunitensi per la sorveglianza epidemiologica e alla grave carenza di risorse”. L’organizzazione segnala inoltre che la lotta al focolaio è ostacolata dalla mancanza di acqua potabile nelle aree colpite, un elemento che complica lo smaltimento sicuro dei rifiuti infettivi, e dal fatto che molti operatori in prima linea non dispongono ancora dei dispositivi di protezione individuale di base. L’Oms riferisce che la capacità diagnostica è presente in 6 siti. Tuttavia, “alcune aree rimangono punti ciechi” nella sorveglianza sanitaria, “con poche segnalazioni di casi”, ed “è possibile che le catene di trasmissione non vengano individuate”, ha dichiarato ai giornalisti Tarik Jasarevic, portavoce dell’agenzia Onu per la salute.

Disinformazione, sfiducia e aggressioni contro i volontari

Secondo le organizzazioni impegnate sul campo, la disinformazione rappresenta uno dei principali ostacoli alla risposta contro l’Ebola. Sfiducia, negazione della malattia e teorie del complotto ostacolano il tracciamento dei contatti a domicilio, anche per la mancanza di informazioni fornite dalle famiglie e per la riluttanza degli operatori sanitari a recarsi sul posto. “La fiducia della comunità è fondamentale. Dobbiamo far capire alle persone che è necessario collaborare con le autorità sanitarie e con tutti i partner”, ha insistito il portavoce Oms. Anche Michon sottolinea la necessità di un intervento che non sia soltanto sanitario. “Per fermare l’epidemia, dobbiamo investire non solo nella risposta sanitaria, ma anche nella fiducia del pubblico, nei volontari locali, nel coinvolgimento della comunità e nell’accesso operativo sul territorio”. Negli ultimi giorni, i volontari della Croce Rossa nella Repubblica Democratica del Congo sono stati oggetto di insulti, minacce e persino aggressioni fisiche mentre svolgevano il loro lavoro.

La crisi della fiducia nelle comunità colpite

Accanto all’emergenza sanitaria, nelle aree colpite si sta consumando una crisi parallela: quella della fiducia. In molte zone segnate da anni di conflitti, l’arrivo dei team sanitari viene accolto con paura e sospetto. Circolano teorie del complotto secondo cui la malattia sarebbe un’invenzione per controllare la popolazione, spingendo molte famiglie a nascondere i malati in casa e a rifiutare i ricoveri. A peggiorare la situazione c’è la resistenza ad abbandonare i riti funebri tradizionali, che prevedono la manipolazione dei corpi dei defunti. Si tratta di momenti di altissimo valore spirituale, ma che oggi rappresentano uno dei principali veicoli di contagio. “La sfiducia – dice Githinji Gitahi – è uno dei più grandi ostacoli da superare. In una zona di crisi umanitaria il sistema ufficiale spesso non riscuote la fiducia della popolazione: per questo dobbiamo rispondere alle sfide umane, non solo a quelle mediche. La risposta deve partire dal basso, coinvolgendo la comunità”.

Amref: prevenzione comunitaria unica arma contro Ebola Bundibugyo

Nel contesto dell’epidemia, Amref insiste sull’importanza di una risposta costruita a partire dalle comunità. “Dobbiamo rispondere alle sfide umane, non solo a quelle cliniche, con soluzioni che partano dal basso”, dichiara Githinji Gitahi, direttore generale di Amref Health Africa. L’organizzazione è impegnata lungo un confine attraversato ogni giorno da migliaia di persone. Amref presidia il fronte distribuendo carburante per i mezzi di soccorso, effettuando attività di screening dei viaggiatori, portando avanti iniziative di sensibilizzazione nei mercati e in altre aree affollate e formando i leader comunitari, anche nei campi rifugiati. “Distribuiamo carburante per i mezzi di soccorso, i nostri operatori fanno lo screening dei viaggiatori, svolgiamo attività di sensibilizzazione nei mercati e in altre aree affollate e formiamo i leader comunitari, anche nei campi rifugiati”, spiega il Project manager di Amref Uganda Emmanuel Ebitu. “Non possiamo abbassare la guardia: la prevenzione comunitaria è l’unica arma che abbiamo”, continua.

Il ruolo delle donne, dei leader locali e dell’informazione multilingue

Per Amref, il coinvolgimento delle comunità passa anche attraverso un lavoro capillare con leader locali, donne e referenti delle popolazioni in movimento. In un’area di confine dove si incrociano culture diverse e popolazioni di rifugiati, la comunicazione deve superare le barriere linguistiche e culturali. Per Winnie Munduru, operatrice sanitaria di Amref Uganda, “coinvolgere le comunità significa parlare con i leader locali ma soprattutto con le donne, che qui gestiscono la cura quotidiana. Per raggiungerle davvero, in quest’area di confine, dove si incrociano culture diverse e popolazioni di rifugiati, fare informazione in più lingue è cruciale. Non bastano le parole: dobbiamo usare immagini grafiche immediate, perché un poster illustrato può superare le barriere linguistiche e spiegare come proteggersi in modo immediato e culturalmente accettabile”.  Se la clinica cura i malati, è l’azione sul territorio che può fermare l’epidemia. Per questo gli interventi puntano su informazione, fiducia, presenza locale e prevenzione nei luoghi dove il virus può diffondersi più rapidamente.

Il confine tra Rdc e Uganda e il rischio sanitario regionale

L’altissima permeabilità delle zone di confine tra Repubblica Democratica del Congo e Uganda rende il focolaio particolarmente difficile da contenere. Si tratta di un’area caratterizzata da continui flussi di persone, mercati transfrontalieri e legami familiari, elementi che aumentano il rischio che il virus travalichi le frontiere e trasformi un’emergenza locale in una minaccia sanitaria regionale. L’intervento di Amref si sviluppa coordinando con le autorità locali il monitoraggio in sei punti di frontiera strategici nelle aree di Arua City, Arua District e Koboko District. Un esempio della complessità di questa risposta è il mercato di Odramacaku, snodo nevralgico di confine dove ogni giorno migliaia di persone si spostano tra Uganda e Rdc. Charles Caicocabo, operatore sanitario di Amref Uganda, spiega l’importanza di questo presidio. “Qui i confini esistono solo sulla carta. È un mercato transfrontaliero dove ogni giorno migliaia di persone si incrociano tra Uganda e Rdc. Se un caso di Ebola entra qui, il rischio di una reazione a catena è altissimo. Presidiare Odramacaku significa avere una sentinella sanitaria nel cuore degli scambi, bloccando il virus prima che si disperda oltre frontiera”. 

L’impatto sociale ed economico dell’epidemia

L’emergenza Ebola non riguarda soltanto la salute pubblica, ma colpisce anche il tessuto sociale ed economico delle comunità di confine. A Odramacaku, G.A., che gestisce un banco commerciale, racconta le conseguenze della crisi sulle attività quotidiane. “Il nostro business risente pesantemente di questa situazione. Se si bloccano i movimenti o se la gente ha troppa paura di contagiarsi, per noi diventa impossibile sopravvivere. Questo mercato è la nostra unica fonte di reddito; la paura rischia di paralizzare l’intera economia delle nostre famiglie”.  La sfida è quindi insieme sanitaria, logistica e culturale. La paura del contagio può ridurre gli scambi, bloccare movimenti essenziali e compromettere la sopravvivenza economica di famiglie che dipendono dai mercati transfrontalieri.

Screening, dispositivi di protezione e formazione nel West Nile

Emmanuel Ebitu, Project Manager di Amref Uganda, descrive la complessità dell’intervento nel West Nile. “Operiamo in un’area transfrontaliera dove i punti sanitari e le comunità sono separati da distanze immense. Se la popolazione non capisce il pericolo o non si fida, nessuna risposta medica può funzionare. Per questo distribuiamo carburante per permettere agli operatori di raggiungere i villaggi più remoti e forniamo strumenti informativi come poster e volantini illustrati”. Le attività già realizzate comprendono la distribuzione di materiali informativi nelle lingue locali, la fornitura di dispositivi di protezione e il supporto agli operatori sanitari impegnati nei punti di ingresso monitorati. Ad oggi, prosegue Ebitu, “abbiamo già distribuito 300 materiali informativi tradotti nelle lingue locali e fornito dispositivi di protezione a chi presidia i sei punti di ingresso monitorati in quattro distretti del West Nile. In questi stessi varchi, abbiamo supportato 16 operatori sanitari a condurre le attività di screening e isolamento dei viaggiatori sospetti, arrivando a sottoporre a screening oltre 500 camionisti e passeggeri solo nell’ultima settimana, oltre a supportare l’evacuazione dei casi ad alto rischio verso i centri di isolamento a livello distrettuale e nazionale. Il cambiamento parte dal basso: abbiamo sensibilizzato più di 500 commercianti del mercato di Wandi ad Arua City e 20 mototassisti (bodaboda) al valico di Odramacaku, oltre a 27 leader comunitari a Ofua 6, e altri 40 referenti di rifugiati provenienti da Rdc e Sud Sudan all’interno dell’insediamento di Rhino Camp nel distretto di Terego. Inoltre, offriamo supporto strategico e consulenza tecnica all’interno dei meccanismi di coordinamento nazionali e locali”. Ogni intervento pianificato da Amref riconosce il ruolo centrale delle comunità, degli operatori sanitari in prima linea e dei leader locali. Sono loro, sul territorio, a poter spezzare la trasmissione del virus, contrastare la disinformazione e garantire il rispetto delle misure di prevenzione contro l’Ebola Bundibugyo.