Le foreste attorno alle città possono contribuire a ridurre la mortalità urbana, soprattutto quella legata alle temperature estreme (caldo e freddo), e solo in parte agli effetti dell’inquinamento atmosferico. Tuttavia, la loro efficacia dipende in modo decisivo dalle specie arboree utilizzate. È quanto emerge da uno studio pubblicato su Communications Earth & Environment del gruppo Nature, coordinato da ENEA in collaborazione con Università di Milano-Bicocca, CNR e l’istituto ACRI-ST. La ricerca ha analizzato diversi scenari di piantumazione attorno a Firenze, Zagabria e Aix-en-Provence, valutando effetti su isole di calore, qualità dell’aria e mortalità, oltre ai relativi costi sanitari.
Non basta piantare alberi: la scelta delle specie è decisiva
Uno dei risultati centrali riguarda il ruolo dei composti organici volatili emessi dagli alberi. Come spiega il ricercatore ENEA Alessandro Anav: “Il verde urbano è efficace solo se progettato con cura e scegliendo le specie più adatte al contesto urbano, considerando che alcuni alberi emettono numerosi composti organici volatili che contribuiscono alla formazione di inquinanti atmosferici secondari, peggiorando così la qualità dell’aria”. Questi composti, pur non essendo tossici di per sé, possono contribuire alla formazione di ozono troposferico e particolato fine (PM2.5), con effetti sulla salute respiratoria e cardiovascolare.
Due strategie a confronto: querce contro pini
Lo studio ha simulato due approcci: da un lato la piantumazione della quercia farnia (Quercus robur), specie ad alte emissioni di composti organici volatili biogenici (BVOC), dall’altro specie a basse emissioni come il pino domestico (Pinus pinea) e il pino nero (Pinus nigra). I risultati mostrano che le specie ad alte emissioni tendono ad aumentare le concentrazioni di PM2.5, con incrementi medi dello 0,80% a Firenze e Aix-en-Provence e dello 0,12% a Zagabria. Le specie a basse emissioni producono effetti più contenuti: +0,35% a Firenze, +0,30% ad Aix-en-Provence e una lieve riduzione a Zagabria (-0,07%).
Temperature urbane: effetto limitato sulle massime, più rilevante sulle minime
Per quanto riguarda le isole di calore, l’impatto delle foreste periurbane sulle temperature massime estive risulta limitato: “Questo perché le temperature diurne dipendono prevalentemente dalle condizioni meteorologiche di larga scala; di conseguenza, la vegetazione esercita solo un’influenza marginale sulla modulazione della temperatura urbana. Al contrario, le due strategie di piantumazione hanno un impatto più evidente sulle temperature minime che si verificano tipicamente di notte e sono maggiormente influenzate dalle condizioni locali”, ha chiarito Anav.
Salute: meno mortalità soprattutto per stress termico
Sul piano sanitario, le foreste periurbane contribuiscono comunque a ridurre la mortalità legata soprattutto allo stress termico. A Firenze, ad esempio, la piantumazione di specie a basse emissioni BVOC comporta una riduzione di 0,9 decessi ogni 100.000 abitanti, contro 0,4 decessi ogni 100.000 abitanti nel caso di specie ad alte emissioni. Anav sottolinea inoltre: “In una popolazione che tende ad invecchiare, le giornate particolarmente calde possono avere impatti significativi”.
Soluzioni locali, non universali
Lo studio evidenzia forti differenze tra le città analizzate: ad Aix-en-Provence le specie a basse emissioni riducono la mortalità legata al freddo, mentre a Zagabria le specie ad alte emissioni risultano più efficaci contro la mortalità da caldo. Come spiegano i coautori Maurizio Gualtieri (Università di Milano-Bicocca) e Ilaria D’Elia (ENEA): “Senza entrare nel dettaglio, queste differenze ci dicono che le soluzioni verdi vanno pensate a livello locale. Una soluzione valida ovunque è una semplificazione che potrebbe generare impatti aggiuntivi anziché proteggere la popolazione”.
Il costo dell’assenza di verde
Secondo lo studio, l’aumento dell’urbanizzazione e la rimozione della vegetazione potrebbero comportare un forte incremento dei costi sanitari, fino a 560 milioni di euro a Firenze, 708 milioni a Zagabria e 158 milioni ad Aix-en-Provence, legati a mortalità e ospedalizzazioni. Nel complesso, i ricercatori ricordano che in Europa l’inquinamento atmosferico resta un fattore determinante per la salute pubblica, con centinaia di migliaia di decessi ogni anno associati a PM2.5, NO₂ e ozono.


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