Spesso i nostri lettori ci chiedono se al giorno d’oggi si muore di più per il freddo invernale o per il caldo sempre più estremo delle estati mediterranee. A tale proposito i numeri raccontano una storia meno intuitiva di quanto sembri: in Italia e in Europa i decessi complessivi sono ancora più numerosi in inverno, ma il caldo estremo durante la stagione estiva sta diventando sempre più pericoloso, soprattutto negli ultimi trent’anni.
Ogni anno, nel nostro Paese, il picco di mortalità si registra in inverno, non in estate. A pesare non è tanto il ‘freddo nudo e crudo’, quanto l’ondata di influenze e di infezioni respiratorie che colpisce anziani e persone fragili, spesso con problemi cardiovascolari o respiratori già presenti. Il freddo intenso, infatti, può aggravare queste condizioni (vasocostrizione, aumento della pressione, stress sul sistema cardiocircolatorio), ma nella maggior parte delle statistiche sanitarie l’eccesso di decessi invernali è attribuito a influenza e complicazioni respiratorie, più che all’evento meteorologico in sé.
Negli ultimi 20-30 anni, però, le estati del vecchio Continente sono cambiate: le ondate di calore sono più frequenti, più intense e più lunghe, e la mortalità da caldo è aumentata. Secondo una recente statistica, solo nella torrida estate del 2022 il caldo ha causato oltre 60.000 morti in 35 Paesi europei, con un aumento di circa il 30% delle morti da ‘heatwave‘ rispetto alle decadi precedenti.
Il meccanismo è diverso rispetto alla stagione invernale: il caldo estremo provoca un forte stress termico in pochi giorni, soprattutto quando le temperature restano elevate anche di notte (le famose ‘notti tropicali‘ con minime sopra i +20°C), impedendo all’organismo di recuperare. Il pericolo aumenta per la terza età, i soggetti con patologie croniche, gli abitanti di centri urbani sovraffollati e in ambienti poco aerati: in questi contesti si registrano i maggiori incrementi di ricoveri ospedalieri e decessi durante le intense ondate di caldo.
Chi osserva e segue le news ha spesso la sensazione opposta: percepiamo infatti più vittime durante l’estate che in inverno, soprattutto nell’ultimo trentennio. Questo dipende dal fatto che le ondate di calore producono picchi di mortalità molto concentrati (raccontati dai media giorno per giorno) e associati direttamente al clima, mentre il picco stagionale invernale è più diffuso nel tempo e viene interpretato come ‘stagione influenzale‘, non come evento meteorologico.
In altre parole, dal punto di vista della percezione, il caldo provoca clamore collettivo; freddo e influenza agiscono costantemente ma in silenzio, passando inosservati. Con il riscaldamento globale, però, la mortalità legata al caldo sta colmando rapidamente il divario con quella invernale: meno giorni freddi, più giorni roventi e un impatto sanitario che, durante l’estate, è ormai paragonabile alle grandi ‘stagioni influenzali‘.
Alla luce di questi dati, l’osservazione mossa dai nostri lettori coglie un punto importante: rispetto alle estati del passato, oggi le ondate di calore estive generano molti più malori e decessi, e questo spiega perché negli ultimi trent’anni si parli molto di ‘vittime del caldo‘. Dal punto di vista statistico, invece, la mortalità resta ancora più alta in inverno, ma principalmente per influenza e patologie respiratorie, mentre l’afa eccezionale è diventata la prima causa di decesso per motivi climatici e continuerà ad aumentare se le estati nell’area mediterranea continueranno a seguire il trend di surriscaldamento registrato finora.


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