Lago di Pilato, drone in volo sopra la conca glaciale: perché il divieto non è una semplice formalità

Le guide del Parco Nazionale dei Monti Sibillini ricordano che nella Valle del Lago di Pilato i droni sono vietati senza specifiche autorizzazioni per tutelare habitat e fauna protetta

Questa mattina all’alba, secondo alcuni testimoni, un drone ha iniziato a ronzare sopra il Lago di Pilato, salendo dal livello delle acque fin quasi al Pizzo del Diavolo, sorvolando più volte la conca glaciale. Un volo spettacolare per chi lo manovrava, ma tutt’altro che innocuo per chi in quelle pareti vive: rapaci, ungulati, piccoli mammiferi e uccelli che in questo periodo si giocano la stagione riproduttiva. Non è un capriccio, quindi, se le guide del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, come ricorda Toni Galdi, ribadiscono che in tutta la Valle del Lago di Pilato i droni sono vietati, salvo specifiche autorizzazioni del Parco. La domanda che molti si fanno è semplice e legittima: perché? Il punto è che un drone, per la fauna selvatica, non è un oggetto neutro.

L’aeromobile viene percepito come un predatore, un intruso volante dal comportamento imprevedibile. Per un’aquila reale che presidia il suo territorio, quel rumore metallico che sale e scende lungo il versante può sembrare un altro grande rapace in competizione, o addirittura una minaccia diretta al nido. Il risultato può essere l’abbandono temporaneo delle uova o dei pulli, l’interruzione della cova, attacchi difensivi in volo con rischio di collisioni e ferite alle ali.

Per gli altri animali non va meglio. Camosci, caprioli, volpi, lupi e, più a ovest sugli Appennini, anche l’orso bruno marsicano, reagiscono al drone come a un’allerta improvvisa che viene dall’alto, un tipo di disturbo a cui non possono abituarsi. Non è il classico escursionista sul sentiero, prevedibile per posizione e movimenti. È un oggetto che appare e scompare, accelera, cambia quota, rimbomba con il suo ronzio tra le pareti. In pochi secondi gli animali interrompono alimentazione, riposo, cura dei piccoli per fuggire, consumando energia preziosa soprattutto in alta quota, dove ogni riserva conta.

Uno studio condotto su orsi bruni dotati di radiocollare e sensori cardiaci è diventato emblematico: nel momento in cui un orso si imbatte in un drone, la frequenza cardiaca può impennarsi da valori di riposo a picchi da piena fuga, e restare elevata anche dopo la fine del sorvolo. È il segno di uno stress acuto, a volte quasi invisibile a occhio nudo, l’animale può sembrare ‘tranquillo’, ma fisiologicamente molto pesante. Se episodi del genere si ripetono, il disturbo può incidere sulle riserve energetiche, sui comportamenti alimentari e persino sul successo riproduttivo.

In un ambiente fragile e ristretto come la conca del Lago di Pilato, questo effetto si amplifica. Lo spazio è poco, le vie di fuga limitate, i versanti ripidi concentrano il rumore. Un solo drone che insiste con sali-scendi spettacolari lungo la valle può disturbare contemporaneamente più specie su tutto l’anfiteatro naturale.

A questo si aggiunge il valore eccezionale del sito: un lago glaciale d’alta quota, habitat di specie rare e già messo alla prova dal cambiamento climatico e dalla crescente pressione turistica. In un contesto così, la scelta di vietare i droni non è una crociata contro la tecnologia, ma una misura minima di buon senso.

C’è poi un aspetto culturale, che riguarda tutti noi. Il desiderio di immagini sempre più spettacolari, il frame perfetto dall’alto, la clip virale, rischia di farci dimenticare che la montagna non è un set, ma un ecosistema complesso di cui siamo ospiti temporanei. Rinunciare a far volare il drone su un lago come quello di Pilato significa accettare un limite in nome di qualcosa di più grande: la possibilità che aquile, gracchi, piccoli rapaci e mammiferi continuino a vivere e riprodursi in un ambiente ancora, per quanto possibile, selvatico.

La prossima volta che vediamo un drone sfrecciare sopra un lago d’alta quota o un crinale di Parco, quindi, vale la pena ricordarlo: quello che per noi è un gioco, per la fauna può tradursi in minuti di panico, cuore impazzito e nidi lasciati senza difesa. E un luogo come il Lago di Pilato, con la sua bellezza rara e delicata, merita tutt’altro che un cielo affollato di eliche.