La storia delle grandi epidemie dell’umanità si arricchisce di un capitolo straordinario e inatteso, capace di retrodatare le lancette del tempo biologico. Un team internazionale di scienziati guidato dai ricercatori Ruairidh Macleod ed Eske Willerslev ha documentato la presenza di focolai letali di peste risalenti a circa 5.500 anni fa all’interno di comunità di cacciatori-raccoglitori stanziate nei pressi del Lago Baikal, nella Siberia sud-orientale. I risultati di questa eccezionale ricerca, basati sull’analisi del DNA antico estratto da resti umani preistorici, sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista scientifica Nature. Questa scoperta non solo fornisce la prova biologica più antica mai registrata dell’infezione da Yersinia pestis nell’uomo, ma riscrive completamente i modelli epidemiologici finora accettati sulle origini e sulla diffusione delle malattie infettive di massa.
Il paradigma infranto: la peste imperversava prima della nascita delle città
Finora, la narrazione scientifica dominante legata alla cosiddetta transizione epidemiologica neolitica sosteneva che la nascita delle grandi epidemie fosse indissolubilmente legata alla rivoluzione agricola. Secondo tale teoria, la transizione verso uno stile di vita sedentario, l’addomesticamento degli animali e l’aumento vertiginoso della densità demografica nelle prime comunità agricole dell’Europa tardo-neolitica avrebbero creato le condizioni biologiche e igieniche ideali per il salto di specie dei patogeni e la successiva propagazione delle infezioni su larga scala. Lo studio condotto sulle sponde del fiume Angara, emissario del Lago Baikal, demolisce questo presupposto antropologico. Le popolazioni siberiane esaminate erano infatti composte da piccoli gruppi di cacciatori-raccoglitori altamente mobili e organizzati in clan esogamici, totalmente privi di pratiche agricole o di animali domestici al di fuori del cane. La scoperta che la peste prosperasse e uccidesse in un contesto simile dimostra che l’alta densità abitativa e i cambiamenti sociali legati alla vita stanziale e agricola non erano affatto prerequisiti indispensabili per l’insorgenza di epidemie letali.
I segreti del DNA antico svelano due distinte ondate di mortalità
I ricercatori hanno concentrato le loro indagini molecolari sul materiale genetico prelevato dal cemento dentale di quarantasei individui del Tardo Neolitico siberiano, i cui resti appartengono a quattro diversi cimiteri della regione del Cis-Baikal: Ust’-Ida I, Shumilikha, Bratskii Kamen e Serovo. Con grande sorpresa, le analisi microbiologiche tramite sequenziamento shotgun hanno rivelato una frequenza eccezionalmente elevata di Yersinia pestis, rilevata in ben diciotto individui con un tasso di identificazione globale del trentanove percento. L’incidenza di questo patogeno ha superato di gran lunga quella di qualsiasi altra minaccia biologica isolata nel campione. L’accurata datazione al radiocarbonio, corretta dagli scienziati per compensare gli effetti di serbatoio d’acqua dolce derivanti dal massiccio consumo di pesce locale, ha permesso di stabilire che i decessi non si sono concentrati in un unico blocco temporale. Si sono verificate invece due distinte fasi epidemiche separate da un intervallo compreso tra i quattro e i sei secoli : la prima ondata si è consumata tra 5.520 e 5.265 anni fa, mentre la seconda si è sviluppata in un arco di tempo successivo, collocabile tra 5.315 e 4.235 anni fa.
Il contagio da uomo a uomo e il tragico impatto sui bambini della tribù
Un aspetto particolarmente innovativo dello studio risiede nella ricostruzione degli alberi genealogici e dei pedigree biologici delle comunità colpite, resa possibile dall’analisi della condivisione dei segmenti cromosomici di identità per discesa. Incrociando i dati biologici con la disposizione spaziale delle sepolture, gli archeologi hanno osservato che la peste sterminava interi piccoli nuclei familiari nell’arco di una singola generazione, provocando una mortalità acuta e simultanea. La presenza di individui strettamente imparentati (come fratelli o zii e nipoti) che condividevano la stessa tomba multipla, senza segni di successive riaperture del sepolcro, costituisce una prova lampante di una trasmissione orizzontale e diretta della malattia. Esaminando il profilo demografico delle vittime nei siti di Ust’-Ida I e Bratskii Kamen, i ricercatori hanno scoperto un dato drammatico: la mortalità era fortemente asimmetrica e picchiava duramente nella fascia d’età compresa tra i sette e gli undici anni, ovvero tra i bambini prima della pubertà. Al contrario, i giovani adulti mostravano i tassi di mortalità più bassi. Questo squilibrio suggerisce che i bambini potessero avere una maggiore suscettibilità immunitaria intrinseca verso questa forma primordiale del patogeno o, in alternativa, che fossero esposti a rischi comportamentali differenti legati alla divisione dei compiti quotidiani.
L’identikit del batterio killer: una letale infezione polmonare senza pulci
La caratterizzazione genetica del patogeno ha permesso di fare luce sulla sua virulenza e sulle reali modalità di trasmissione di questa variante preistorica. Le analisi filogenetiche hanno confermato che i ceppi siberiani preistorici si collocano alla base dell’albero evolutivo del patogeno, indicando che la separazione della Yersinia pestis dal suo parente più prossimo e antenato, il Yersinia pseudotuberculosis, sia avvenuta oltre 5.700 anni fa. Curiosamente, a questi ceppi antichissimi mancavano i fattori di virulenza classici tipici della peste bubbonica medievale o moderna, come il gene ymt e il profago Ypf, elementi biologici indispensabili per consentire la sopravvivenza del batterio nell’apparato digerente delle pulci e il conseguente contagio tramite puntura. Di conseguenza, la manifestazione clinica della malattia non era quella bubbonica. Gli scienziati ipotizzano che la patologia si diffondesse principalmente per via aerea sotto forma di peste polmonare primaria, attraverso l’inalazione di goccioline infette e aerosol espulsi con la tosse dai malati in stretta vicinanza. Il serbatoio naturale originario era con ogni probabilità la marmotta siberiana, un roditore cacciato intensamente dalle popolazioni locali per la carne e le pellicce, il cui contatto e la successiva macellazione davano il via allo spillover zoonotico iniziale.
Il superantigene YPM e i misteri clinici nascosti nel Cis-Baikal
Nonostante la mancanza dei geni responsabili della forma bubbonica trasmessa dai vettori, il ceppo del Lago Baikal possedeva un’arma biologica micidiale ereditata dal suo background ancestrale: il locus del superantigene ypm. Questo gene codifica per una potente tossina capace di legarsi direttamente alla regione invariante delle molecole del sistema immunitario umano, scatenando un’attivazione incontrollata dei linfociti T e un massiccio, deletereo rilascio di citochine infiammatorie. Nei bambini moderni colpiti da infezioni da Yersinia pseudotuberculosis, questa reazione immunitaria abnorme provoca gravi complicazioni infiammatorie sistemiche, tra cui sindromi simili alla malattia di Kawasaki o alla febbre scarlattina dell’Estremo Oriente. I ceppi preistorici analizzati mostravano una combinazione genetica unica e mai osservata prima, con un gene ypm strutturalmente affine alla variante più virulenta conosciuta (ypmA), ma circondato da open reading frames tipiche della variante ypmB. Questa firma genetica inedita suggerisce una fase di transizione e adattamento ecologico ai roditori locali. Il fatto che i sopravvissuti della tribù continuassero a tributare ai loro defunti sepolture accurate, ricche di corredi e rispettose della parentela biologica, testimonia infine una profonda coesione sociale e forme di mutua assistenza di fronte a una minaccia invisibile e devastante.





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