La transizione energetica globale e la crescente domanda di materie prime stanno esercitando una pressione senza precedenti sulle risorse naturali del pianeta, in particolare nelle regioni ecologicamente più vulnerabili. Una straordinaria e preoccupante conferma arriva da uno studio scientifico di portata continentale pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature, intitolato “Mining triggers extensive additional deforestation in sub-Saharan Africa”. La ricerca, condotta da un team internazionale di scienziati tra cui Oscar Morton e Christopher G. Bousfield dell’Università di Sheffield e del Conservation Research Institute dell’Università di Cambridge, ha svelato una realtà finora ampiamente sottostimata dalle istituzioni e dalle multinazionali del settore. L’impatto reale dell’estrazione mineraria sulle foreste tropicali dell’Africa subsahariana non si limita infatti agli scavi visibili, ma genera un devastante effetto domino sul territorio circostante. I dati raccolti indicano che le stime tradizionali sui danni ecologici legati alle miniere rappresentano solo la punta dell’iceberg di un fenomeno molto più distruttivo e ramificato.
L’aspetto più dirompente emerso dalla ricerca risiede nella quantificazione della deforestazione indiretta, ovvero quella che si verifica al di fuori del perimetro operativo e delle concessioni delle miniere. Gli scienziati hanno esaminato ben 16.627 cluster minerari situati in aree forestali densamente alberate in un arco temporale di vent’anni, dal 2001 al 2020, avvalendosi di metodologie statistiche avanzate di differenza-in-differenza. Se si considera esclusivamente l’impronta diretta dell’attività estrattiva, ossia la superficie forestale cancellata per fare spazio a pozzi, bacini di decantazione dei residui e cumuli di scarti, la perdita complessiva nell’area esaminata ammonta a circa 187.000 ettari. Tuttavia, lo studio dimostra che per ogni singolo ettaro di foresta abbattuto direttamente all’interno del sito minerario, l’apertura della miniera innesca, nel giro di appena cinque anni, la perdita media di ben 34 ettari di foresta supplementare nelle aree limitrofe. Questo devastante moltiplicatore dimostra che focalizzarsi unicamente sul perimetro delle concessioni estrattive offre una visione del tutto parziale e inadeguata del reale impatto ecologico complessivo.
Questo massiccio disboscamento circostante non è causato direttamente dai macchinari di perforazione, ma da una serie di complesse dinamiche antropiche indotte dall’insediamento minerario sul territorio. I ricercatori hanno evidenziato che la causa principale di questa distruzione collaterale è rappresentata dalla rapida espansione dell’agricoltura locale, necessaria per sostenere l’afflusso di popolazioni e comunità che si sviluppano attorno ai giacimenti. Parallelamente, la nascita e la crescita esponenziale di nuovi insediamenti urbani per i lavoratori e le loro famiglie giocano un ruolo determinante nella perdita di biomassa forestale. Al contrario, lo sviluppo di infrastrutture strettamente stradali costituisce solo una frazione minore del danno diretto a livello di pixel, sebbene le strade rimangano il vettore primario che aumenta l’accessibilità della foresta e ne facilita la frammentazione. Dal punto di vista spaziale e temporale, l’effetto non si esaurisce vicino alla miniera. Nello specifico, si registra un incremento della deforestazione di ben 8 punti percentuali entro il primo chilometro di raggio dal sito operativo. Questo impatto, sebbene decrescente con la distanza, si propaga in modo statisticamente rilevante fino a 20 chilometri dal cuore della miniera e persiste in modo significativo anche a distanza di un decennio dall’inizio delle operazioni estrattive.
Un ulteriore elemento di forte interesse dello studio è l’analisi differenziata degli impatti ambientali in base al tipo di materiale estratto dal sottosuolo. La transizione globale verso le energie rinnovabili e la mobilità elettrica sta spingendo vertiginosamente la ricerca di minerali chiave, ma i costi ecologici nei paesi d’origine sono altissimi. I siti estrattivi dedicati a cobalto e rame, componenti essenziali per le tecnologie verdi, hanno registrato in assoluto i livelli più elevati di deforestazione aggiuntiva nei territori circostanti, provocando un incremento di circa 15 punti percentuali entro il primo chilometro di raggio dopo dieci anni dall’avvio dei lavori. Anche i minerali tradizionali ad alto valore economico mostrano un’impronta ecologica distruttiva. Le miniere di diamanti, oro e argento hanno provocato incrementi della deforestazione locale rispettivamente pari a 11,6, 8,7 e 7,2 punti percentuali, con impatti significativi che si estendono fino a 5 o 10 chilometri di distanza. Un caso a parte è costituito dal ferro, che pur presentando percentuali inferiori nel raggio immediato, mostra l’area di influenza geografica più estesa in assoluto, provocando una deforestazione significativa in tutti gli anelli concentrici analizzati fino a 20 chilometri dal sito. Al contrario, le miniere di manganese sono state le uniche a non mostrare prove statistiche robuste di deforestazione cumulativa a lungo termine nelle aree circostanti, complice anche un campione di siti più limitato.
La distribuzione geografica di questo fenomeno non è affatto omogenea e riflette la ricchezza geologica dei diversi paesi del continente africano. La Repubblica Democratica del Congo si conferma come il vero e proprio epicentro della crisi forestale legata all’estrattivismo. Ospitando circa un terzo di tutte le miniere analizzate, il paese ha registrato 39.000 ettari di deforestazione diretta, ma soprattutto mostra il rapporto di perdita offsite più drammatico dell’intero continente, con ben 58,1 ettari di foresta densa distrutti indirettamente per ogni ettaro di impronta mineraria originaria. Insieme alla Repubblica Democratica del Congo, anche il Ghana, con 28.000 ettari, e il Madagascar, con 17.500 ettari, costituiscono da soli il 45% di tutta la deforestazione mineraria diretta registrata nell’Africa subsahariana. L’analisi evidenzia inoltre situazioni estremamente critiche se rapportate alla deforestazione totale a livello nazionale. In Guinea Equatoriale, l’estrazione mineraria è direttamente responsabile del 4,9% di tutta la foresta persa nel paese tra il 2001 e il 2020, seguita dal Ghana con il 3,2% e dall’Eswatini con l’1,5%. Altri paesi come il Mozambico, la Repubblica Centrafricana e l’Angola mostrano indici di impatto indiretto elevatissimi, che superano i 49 ettari offsite per ogni ettaro diretto, confermando la natura sistemica del problema su scala regionale.
I risultati di questa imponente ricerca mettono profondamente in discussione le attuali pratiche industriali e i modelli di governance ambientale. Fino ad oggi, i processi di concessione delle licenze e le tradizionali valutazioni di impatto ambientale per i nuovi progetti minerari hanno preso in considerazione quasi esclusivamente i danni diretti previsti all’interno delle aree di scavo. Gli autori dello studio sottolineano l’urgenza assoluta di integrare i modelli di deforestazione indiretta e offsite all’interno dei protocolli di valutazione e nelle politiche di pianificazione territoriale. Senza una radicale inversione di rotta e l’adozione di rigorosi sistemi di tracciabilità trasparente della catena di fornitura, dal punto di estrazione a quello di consumo, l’ambizioso obiettivo di creare filiere a deforestazione zero rimarrà un miraggio commerciale. Il rischio reale, avvertono gli esperti, è che la necessaria transizione ecologica globale verso le energie pulite venga edificata sopra una fondamenta di distruzione ambientale evitabile, sacrificando i polmoni verdi dell’Africa subsahariana, che custodiscono riserve di carbonio e biodiversità vitali per la stabilità climatica dell’intero pianeta.


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