La crisi idrica che sta interessando il Nord Italia torna a far emergere, con sempre maggiore evidenza, gli effetti della situazione climatica sulla gestione delle risorse idriche e sugli equilibri dei principali bacini fluviali. A partire dal caso del fiume Po, dove si registra un rapido e significativo calo delle portate e il rischio di ingressione salina nel Delta, il quadro delineato da ANBI e da ANBI Veneto evidenzia una condizione di crescente fragilità che coinvolge anche altri corsi d’acqua del Nord e del Centro Italia.
I fiumi stanno progressivamente assumendo un regime sempre più irregolare e “torrentizio”, con precipitazioni che defluiscono rapidamente verso il mare senza la consueta capacità di accumulo e rilascio graduale garantita storicamente dalle riserve nivali e montane. Una dinamica che, unita alla scarsità di neve in quota e all’intensificarsi degli eventi estremi, sta mettendo sotto pressione non solo gli ecosistemi fluviali, ma anche l’agricoltura e la sicurezza idrica dei territori. Il quadro complessivo, dal Po al Veneto fino ad altri bacini come Adige e Brenta, segnala una situazione che richiede nuove strategie di gestione e adattamento.
Il Po da fiume a torrente
“Con la scomparsa dei ghiacciai, i corsi d’acqua si stanno progressivamente trasformando in grandi grondaie, che fanno defluire rapidamente la pioggia verso il mare, privi però di quel rilascio graduale e costante, garantito storicamente dalle riserve montane. La crisi, che interessa il Po, rischia a breve di estendersi agli altri fiumi del Veneto, a partire da Adige e Brenta”: a disegnare il preoccupante scenario è Alex Vantini, Presidente di ANBI Veneto.
“La crisi idrica, che sta colpendo il fiume Po con ripercussioni particolarmente gravi nell’area del Delta – spiega Massimo Gargano, Direttore Generale dell’Associazione Nazionale dei Consorzi di Gestione e Tutela del Territorio e della Acque Irrigue (ANBI) – si distingue per la straordinaria e preoccupante velocità, con cui si è verificato il calo di portata in dieci giorni; senza un sistema di invasi distribuiti sul territorio e lungo i bacini dei fiumi principali, l’acqua piovana, pur abbondante ad inizio Giugno, è già defluita in mare. L’emergenza non sta colpendo solo il Veneto: basti pensare che nel Tanaro in Piemonte manca il 90% della portata usuale e l’Arno in Toscana ha flussi pressoché dimezzati”.
Dati alla mano, ANBI riporta che “nella prima settimana di questo mese, il Po registrava un flusso superiore ai 1.000 metri cubi al secondo (mc/s) al rilevamento di Pontelagoscuro, nel Ferrarese; tale quota si è più che dimezzata in pochissimo tempo, scendendo sotto la soglia critica dei mc/s 450, valore limite per l’efficacia delle due barriere antisale sui rami del Po di Tolle e del Po di Donzella. Nelle scorse ore il crollo del Grande Fiume è stato ancora più marcato, scendendo sotto i 350 metri cubi al secondo“.
“Invitiamo i parlamentari europei, ad iniziare da quelli italiani, a prendere atto della specificità assunta dal nostro regime idrologico a fronte della crisi climatica: i fiumi, ad iniziare dal più importante, hanno ormai un regime torrentizio, che deve essere considerato nel determinare i parametri del Deflusso Ecologico, evitando così di penalizzare l’equilibrio ecosistemico dei nostri territori e della loro economia agricola – evidenzia Francesco Vincenzi, Presidente di ANBI – Avviare concretamente il Piano Invasi Multifunzionali e l’efficientamento della rete idraulica deve essere obbiettivo primario del nostro Paese, che nello scorso triennio ha subito annualmente 4 miliardi di danni per l’estremizzazione degli eventi atmosferici. Non solo; lunedì 22 Giugno, in conferenza stampa a Roma, insieme all’hub europeo Radarmeteo/Hypermeteo presenteremo gli scenari climatici, che si stanno consolidando sull’Italia e la loro ricaduta sul Prodotto Interno Lordo: dati fondamentali, che dovrebbero determinare politiche atte a prevenire l’evolversi dei fenomeni”.
E’ in questo scenario emergenziale, con l’acqua del mare risalita per 10 chilometri nell’entroterra, che il Consorzio di bonifica Delta del Po ha dovuto disporre la chiusura di alcune derivazioni destinate all’agricoltura per evitare la distribuzione di acqua salata nei campi.
La sofferenza idrica non sta peraltro risparmiando il resto del territorio regionale: l’intero Veneto si trova in una situazione difficile, determinata principalmente dalla carenza di manto nevoso in quota.
“Al momento non si registrano fenomeni di ingressione salina negli altri principali fiumi veneti, sebbene il livello generale di attenzione rimanga altissimo ovunque anche in previsione del grande caldo in arrivo e che comporterà un aumento di richiesta d’acqua per le colture” aggiunge il Direttore di ANBI Veneto, Silvio Parizzi.
Tra le aree sotto stretta osservazione figura il comprensorio del Consorzio di bonifica Brenta, a cavallo tra le province di Padova e Vicenza: qui, a causa della sofferenza delle risorgive e della ridotta portata del torrente Tesina, l’ente consortile ha già rivolto un appello per un uso parsimonioso della risorsa idrica, così da poter rispondere anche alle esigenze dell’agricoltura, che produce cibo. L’ente consortile ha fatto sapere che, qualora la situazione dovesse ulteriormente aggravarsi, sono già al vaglio nuovi provvedimenti per gestire la scarsità d’acqua.
