Una scossa di terremoto ha colpito le Marche alle 16:23 di oggi, mercoledì 17 giugno. I sismografi hanno registrato una scossa di magnitudo 3 a sud di Urbino, con profondità di 44km. L’epicentro è stato individuato precisamente 1km ad est di Acqualagna, in provincia di Pesaro e Urbino. La scossa di terremoto registrata oggi nell’entroterra della provincia di Pesaro e Urbino è un evento moderato, che non ha provocato danni a persone o cose, ma che richiama l’attenzione su una delle aree geologicamente più interessanti dell’Appennino centrale. La profondità relativamente elevata del sisma ha contribuito a distribuirne l’energia su un’area più ampia, riducendo gli effetti in superficie rispetto a quanto potrebbe accadere con un terremoto della stessa magnitudo ma molto più superficiale.
L’evento odierno si inserisce in un contesto sismico ben noto agli studiosi, quello dell’Appennino umbro-marchigiano, una fascia montuosa che da milioni di anni è interessata da movimenti tettonici legati all’evoluzione della penisola italiana. Qui la crosta terrestre è sottoposta a forze di estensione che tendono lentamente ad allargare la catena montuosa, provocando la formazione di faglie attive capaci di generare terremoti anche significativi.
La particolare geologia dell’area tra Acqualagna, Urbino e il Montefeltro
L’area compresa tra Acqualagna, Urbino e il Montefeltro si trova in una zona di transizione tra le strutture geologiche dell’Appennino settentrionale e quelle dell’Appennino centrale. Le rocce che costituiscono queste montagne sono prevalentemente carbonatiche, antichi sedimenti marini che nel corso delle ere geologiche sono stati piegati, fratturati e sollevati durante la formazione della catena appenninica. Questa complessa architettura geologica rende il territorio particolarmente sensibile all’attività sismica. Non si tratta però di una zona caratterizzata da terremoti frequenti e devastanti come alcune aree dell’Appennino centrale tra Umbria, Marche meridionali e Abruzzo. Più spesso si osserva una sismicità diffusa, fatta di eventi piccoli o moderati che testimoniano il continuo assestamento delle strutture profonde della crosta terrestre.
La profondità di 44 chilometri registrata oggi è un dato interessante perché superiore a quella tipica di molti terremoti appenninici, che spesso si sviluppano entro i primi 10-15 chilometri della crosta. Questo suggerisce che il sisma sia stato generato da strutture profonde e che l’energia si sia propagata in maniera diversa rispetto ai terremoti più superficiali.
Una zona dove i terremoti non sono una novità
Osservando i cataloghi sismici dell’INGV emerge come il territorio attorno ad Acqualagna sia interessato periodicamente da eventi di bassa e media magnitudo. Anche nei mesi recenti sono state registrate scosse strumentali nella stessa area, generalmente comprese tra magnitudo 1 e 2, segno di una sismicità costante ma normalmente poco percepita dalla popolazione.
Questa attività rientra nel comportamento naturale dell’Appennino. Le faglie accumulano lentamente energia nel corso degli anni e la rilasciano attraverso terremoti di diversa intensità. Nella maggior parte dei casi si tratta di eventi minori che vengono registrati soltanto dagli strumenti, ma occasionalmente possono verificarsi scosse più forti e avvertite chiaramente dalla popolazione.
I grandi terremoti storici delle Marche e dell’Appennino centrale
Per comprendere il significato di una scossa come quella di oggi è utile guardare alla storia sismica della regione. Le Marche sono state interessate nei secoli da alcuni terremoti molto importanti che hanno contribuito a modellare la memoria collettiva del territorio. Tra gli eventi più noti figura il terremoto del 1781 nell’area di Cagli e Cantiano, non lontano da Acqualagna, che provocò gravi danni in numerosi centri dell’entroterra marchigiano. Ancora più significativa è stata la lunga storia sismica dell’Appennino umbro-marchigiano culminata nella sequenza del 1997 tra Colfiorito e l’alta valle del Chienti, una delle più studiate in Europa per la sua complessità e per i danni arrecati a numerosi centri storici.
Più recentemente, le Marche meridionali sono state coinvolte nella sequenza sismica del Centro Italia del 2016-2017, che ha avuto i suoi epicentri principali tra Accumoli, Amatrice, Norcia e Visso. Quelle scosse hanno dimostrato come l’intero sistema appenninico sia costituito da una rete di faglie attive che possono entrare in movimento anche a distanza di decine o centinaia di chilometri l’una dall’altra.
Perché i terremoti dell’Appennino continuano a verificarsi
Dal punto di vista scientifico, i terremoti dell’Appennino rappresentano il risultato di un processo geologico ancora in corso. L’Italia si trova infatti in una zona di incontro tra la placca africana e quella euroasiatica. Le spinte generate da questo lento movimento deformano la crosta terrestre e producono le condizioni necessarie alla formazione delle faglie sismogenetiche. Sebbene questi movimenti avvengano a velocità di pochi millimetri all’anno, nel corso dei decenni l’energia accumulata può diventare enorme. Quando la resistenza delle rocce viene superata, si verifica la rottura improvvisa che genera il terremoto.
La scossa odierna di Acqualagna è dunque una manifestazione di questo continuo processo naturale. Non rappresenta un’anomalia né necessariamente il segnale di eventi più forti imminenti. Piuttosto, costituisce un’ulteriore testimonianza del fatto che l’Appennino è una catena montuosa geologicamente giovane e ancora in evoluzione, dove la sismicità è parte integrante della storia del territorio e della sua dinamica profonda.







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