Nei giorni scorsi, il Venezuela è stato scosso da due devastanti terremoti avvenuti a brevissima distanza l’uno dall’altro. Nelle ore immediatamente successive al sisma, una notizia ha fatto il giro dei social e dei media: i cittadini avrebbero ricevuto un’allerta sismica sui propri smartphone in tempo per mettersi in salvo. Ma le cose sono andate esattamente così? La realtà è leggermente più complessa. La notifica è arrivata, sì, ma a terremoto già iniziato. Questo non significa che il sistema abbia fallito, tutt’altro: ci mostra invece come funzionano i moderni Earthquake Early Warning Systems (EEWS), tecnologie capaci di sfidare la velocità delle onde sismiche viaggiando alla velocità della luce. In un articolo pubblicato sul blog INGVterremoti, Alessandro Amato (INGV) analizza la complessa dinamica del doppio sisma venezuelano del 24 giugno 2026, spiega come Google riesca a trasformare milioni di banali smartphone in una rete di sismometri globale e perché, anche quando si tratta di una manciata di secondi, un’allerta precoce può fare la differenza tra la vita e la morte. Infine, uno sguardo a casa nostra: a che punto è l’Italia nella sperimentazione di questi sistemi e perché la tecnologia, da sola, non basterà mai senza una seria politica di sicurezza edilizia.
“A rigore, l’affermazione non è esatta: i cittadini hanno effettivamente ricevuto sui propri smartphone un’allerta sismica, ma la notifica è arrivata a terremoto già avvenuto o, per essere più precisi, quando la scossa era già iniziata”, spiega Amato. “Il processo di rottura di una faglia grande come quella che si è attivata in Venezuela il 24 giugno 2026 (lunga circa 200 km) dura alcune decine di secondi. Ciò che accade è che mentre la rottura sta ancora propagandosi lungo la faglia, emettendo energia sotto forma di onde sismiche, le zone della faglia più prossime all’ipocentro avranno già subito un forte scuotimento. Inoltre le prime onde prodotte da un terremoto sono le onde P, più veloci e generalmente meno distruttive delle onde S; la differenza dei tempi di arrivo delle due onde sarà tanto maggiore più ci si allontana dall’epicentro; se ci si trova a 50 km, si possono avere 10-15 secondi di differenza. Se si è sopra l’epicentro, purtroppo la differenza è piccolissima”, spiega l’esperto.
“Avendo a disposizione degli strumenti capaci di osservare e misurare il moto del suolo (sismometri o accelerometri, ad esempio), è possibile, stimare rapidamente la magnitudo del terremoto o comunque le caratteristiche del movimento del terreno, e usare queste informazioni per “prevedere” cosa accadrà nelle aree più distanti della faglia e intorno ad essa. Non una previsione del terremoto, quindi, ma una previsione del suo possibile impatto nelle aree più lontane dall’epicentro. Esisterà dunque sempre una zona “cieca” dove non sarà possibile inviare un’allerta. Questo è il principio base di un sistema di allerta rapido dei terremoti (Earthquake Early Warning System, EEWS) e sfrutta il fatto che l’avviso viaggia in pratica alla velocità della luce (molto maggiore della velocità delle onde sismiche), potendo quindi raggiungere immediatamente le aree più lontane dall’epicentro”, continua Amato.
L’allerta in Venezuela
In Venezuela, l’allerta inviata da Google sui cellulari Android “si basa su un sistema che non utilizza una rete di sismometri installata ad hoc, ma sfrutta i minuscoli accelerometri presenti all’interno dei cellulari che tutti noi utilizziamo. Questi accelerometri non forniscono segnali di alta qualità come quelli utilizzati per scopi scientifici (che costano due o tre ordini di grandezza di più, da pochi euro a qualche migliaio), ma hanno il pregio di essere molto più numerosi, anche in questo caso di alcuni ordini di grandezza. Tipicamente, anche nelle regioni dove le reti sismiche e accelerometriche sono più dense, come il Giappone, la California o l’Italia, il numero degli strumenti scientifici è di alcune centinaia o al massimo qualche migliaio, mentre nella stessa area possono esserci attivi milioni di smartphone”, spiega Amato.
“La tecnologia sviluppata da Google, con il supporto scientifico del laboratorio sismologico dell’Università di Berkeley e del suo ideatore principale Richard Allen, si basa proprio sull’analisi rapida e massiva dei dati degli accelerometri dei cellulari. In pratica un numero enorme di dati rilevati da questi nell’area epicentrale ha permesso di stimare le caratteristiche dello scuotimento in atto e inviare una segnalazione alle aree più distanti. Il sistema, chiamato Android Earthquake Alerts, ha iniziato a essere sperimentato nel 2021, prima in Grecia e Nuova Zelanda, e oggi è attivo in 98 Paesi, dove copre circa 2,5 miliardi di persone”, continua l’esperto.
La faglia (o le faglie?) e l’allerta
“Nel caso del terremoto del 24 giugno scorso il risultato è probabilmente stato agevolato dal fatto che i terremoti forti sono stati due, avvenuti in rapida successione: come già descritto, il primo terremoto riconosciuto dall’USGS è avvenuto il 24 giugno alle 22:04:33 (orario UTC, in Venezuela le 18:04; in Italia le 00:04 del 25/6) e ha avuto magnitudo 7.2; il secondo, di magnitudo 7.5 (quindi circa tre volte più energetico del primo!) è avvenuto 39 secondi dopo. Come accennato prima, va considerato che il processo di rottura di una faglia per un terremoto di magnitudo 7.2 dura alcune decine di secondi, quindi l’evento di magnitudo 7.5 è iniziato quando il primo era appena terminato o ancora in corso, facendo ipotizzare che, in realtà, si potrebbe trattare di un unico terremoto con due episodi successivi che potrebbero avere interessato due segmenti della stessa faglia o due faglie vicine, con meccanismi focali molto simili”, scrive Amato.
“Dal modello di faglia ricostruito dai ricercatori dell’INGV con i dati satellitari, si ipotizza che si sia trattato di un unico processo di rottura complesso, caratterizzato da due principali zone di rilascio di energia lungo la stessa struttura tettonica e che la propagazione della faglia sia avvenuta principalmente da Ovest a Est, verso Caracas. Anche l’USGS considera ora il terremoto come un unico evento caratterizzato da due sub-eventi (vedi anche la figura successiva) e ipotizza un modello di faglia, basato sui dati sismologici a grande distanza (telesismici) e sui dati da satellite, con la propagazione della rottura verso Est, ma con una distribuzione dello spostamento sulla faglia un po’ differente da quella ottenuta da INGV. Dalle analisi in corso sui dati progressivamente disponibili, si evince che la propagazione della rottura in direzione Est ha purtroppo aggravato l’impatto del terremoto nella capitale del Venezuela”, continua l’esperto.
“Guardando la distribuzione del rilascio di energia nel tempo si nota che, in sostanza, la durata dell’intero processo di rottura della faglia è circa un minuto e mezzo. E’ importante precisare che la durata dello scuotimento avvertito non corrisponde con la durata della rottura sulla faglia. Quest’ultima indica la durata del fenomeno di “produzione” delle onde sismiche (queste vengono emesse sulla superficie di faglia durante la rottura), nel caso in esame quindi circa un minuto e mezzo. La propagazione delle onde dura molto di più, perché queste ultime vengono riflesse e rifratte più volte all’interno della Terra e alla superficie. In un caso come questo, i sismometri di tutto il mondo registrano queste onde per molte ore, mentre le persone le avvertiranno per una durata variabile che dipende dalla distanza dalla faglia, dalle condizioni geologiche, dall’altezza dell’edificio, dalla posizione (in piedi o sdraiati, ad esempio), e perfino dalla percezione individuale. Tornando all’allerta in Venezuela, è quindi realistico che molte persone siano state “allertate” prima dello scuotimento più forte, come testimoniano diversi messaggi circolati sui social media in questi giorni”, afferma Amato.
Anche pochi secondi contano
“Sebbene i tempi di un’allerta sismica siano contenuti, alcuni secondi o al massimo poche decine, questo tempo può fare una differenza significativa. Le persone possono allontanarsi dalle finestre o dai luoghi critici, interrompere l’uso di macchinari pericolosi o mettersi al riparo nelle aree più sicure della propria casa prima che inizi lo scuotimento più forte. Inoltre, studi sui comportamenti e l’accettazione sociale di questi sistemi condotti in USA, in Nuova Zelanda e anche in Italia dimostrano che l’avviso può aiutare per prepararsi mentalmente all’evento, evitando così di farsi prendere dal panico”, sottolinea l’esperto.
Parlando dell’Italia, Amato sottolinea che “un risultato importante è stato raggiunto di recente con il sistema di allerta sismica preventiva, sviluppato in collaborazione tra RFI e l’Università degli Studi di Napoli Federico II e applicato al tratto Roma-Napoli della rete ferroviaria ad alta velocità. Anche l’INGV ha avviato processi di sperimentazione finalizzati alla realizzazione di un sistema di allerta precoce dei terremoti su scala nazionale. Riguardo alla tecnologia proposta da Google, va detto che al momento questa è operativa in molti Paesi nel mondo, ma non ancora in Italia”.
“Sarà molto importante arrivare anche nel nostro Paese a un sistema di allerta sismica, ma la riduzione del rischio passa innanzitutto per la riduzione della vulnerabilità degli edifici”, afferma Amato.“Ricevere un’allerta 5, 10, anche 20 secondi prima di un terremoto non permetterebbe quasi mai di uscire all’aperto per salvarsi dai crolli, ma come detto solo di prepararsi mentalmente, portandosi nel luogo più sicuro della casa o di una scuola, anche semplicemente riparandosi sotto un tavolo solido o un banco. Tuttavia, è evidente che ricevere un preavviso potrebbe non essere sufficiente a garantire la nostra incolumità qualora l’edificio dovesse crollare completamente. Importante quindi che il nostro patrimonio edilizio sia sismicamente adeguato o migliorato, soprattutto nelle aree ad alta pericolosità”,conclude Alessandro Amato.


Vuoi ricevere le notifiche sulle nostre notizie più importanti?