Tesla sotto accusa dopo l’incidente mortale in Texas: la famiglia fa causa, ma il nodo è la scienza della guida autonoma

La causa legale per la morte di una donna in Texas riapre il dibattito su Autopilot e Full Self-Driving. Tesla sostiene che il conducente abbia disattivato il sistema premendo l'acceleratore al 100%: ecco cosa dicono davvero la tecnologia e i dati di telemetria

Un nuovo, drammatico incidente riporta al centro del dibattito tecnologico e ambientale il tema della guida autonoma e dei sistemi di assistenza alla guida delle auto elettriche. La famiglia di una donna di 76 anni rimasta uccisa in uno schianto avvenuto in Texas ha intentato una causa legale contro Tesla e contro il conducente del veicolo, un Model 3. Al centro della vicenda c’è una domanda che la scienza dell’automazione si pone da anni: quando un’auto dotata di sistemi avanzati provoca un incidente, la responsabilità è della macchina, del software o dell’essere umano al volante? Il caso, ancora tutto da chiarire sul piano giudiziario, offre l’occasione per approfondire in termini scientifici come funzionano realmente questi sistemi, dove finisce l’assistenza e dove inizia la responsabilità del conducente.

Cosa è successo: la causa e le accuse alla casa automobilistica

La causa è stata depositata dalla figlia della vittima, Martha Avila, insieme al marito. Secondo l’atto, alla base della tragedia ci sarebbe un difetto di progettazione (un “design defect”) e una mancata segnalazione dei rischi da parte del costruttore. Le accuse formali parlano di negligenza sia nei confronti di Tesla sia nei confronti del conducente, identificato come Michael Butler. Quest’ultimo, stando alla ricostruzione dell’ufficio dello sceriffo della contea di Harris, avrebbe dichiarato di avere un sistema avanzato di assistenza alla guida attivo al momento dell’impatto. Il conducente non mostrava segni di intossicazione e ha collaborato con le autorità. La causa cita inoltre un’analisi giornalistica di dati governativi secondo cui sarebbero stati individuati almeno 17 incidenti mortali collegati all’Autopilot di Tesla, un riferimento che alimenta da tempo la discussione sulla sicurezza di questi dispositivi.

La versione di Tesla: l’override del pedale e i dati di telemetria

A poche ore dai primi titoli che attribuivano l’incidente all’Autopilot, l’amministratore delegato di Tesla Elon Musk e il responsabile dell’intelligenza artificiale Ashok Elluswamy hanno contestato pubblicamente quella ricostruzione. Secondo i vertici dell’azienda, i sistemi Autopilot e Full Self-Driving non viaggiano alle velocità registrate dalle telecamere del veicolo, indicate in circa 73 miglia orarie (poco meno di 120 km/h). Il dato più rilevante sul piano tecnico è quello rivelato da Elluswamy: i log interni del veicolo mostrerebbero che il conducente ha scavalcato il sistema (in inglese override) premendo il pedale dell’acceleratore al 100%, e che il pedale sarebbe rimasto schiacciato a fondo persino dopo l’impatto. Tesla non ha però reso pubblici questi dati di telemetria, verosimilmente perché in corso di condivisione con le agenzie federali nell’ambito dell’indagine ufficiale. Si tratta, dunque, di una versione di parte che dovrà essere verificata in modo indipendente: è un elemento centrale da tenere presente leggendo l’intera vicenda.

I livelli di guida autonoma SAE: perché “Autopilot” non significa auto autonoma

Per comprendere scientificamente cosa sia in discussione occorre partire dalla classificazione di riferimento a livello internazionale: la scala dei livelli di guida autonoma definita dalla norma SAE J3016, che articola l’automazione in sei livelli, dallo 0 al 5. Al Livello 0 non c’è automazione; ai Livelli 1 e 2 si parla di assistenza alla guida, in cui il sistema può controllare sterzo e/o accelerazione e frenata, ma il conducente resta pienamente responsabile e deve sorvegliare la strada in ogni istante. È solo a partire dal Livello 3 che la macchina assume in determinate condizioni il controllo dinamico della guida, mentre il Livello 4 e il Livello 5 descrivono veicoli realmente autonomi, capaci di operare senza intervento umano in scenari sempre più ampi. Il punto cruciale, spesso ignorato dalla comunicazione popolare, è che sia l’Autopilot sia il Full Self-Driving (Supervised) di Tesla sono classificati come sistemi di Livello 2. Nonostante il nome evocativo, non rendono l’auto autonoma: il conducente rimane il responsabile legale della guida e deve poter riprendere il controllo in qualsiasi momento. È la stessa Tesla a ribadire che il Full Self-Driving non è un sistema autonomo e non è mai stato presentato come tale.

Come funziona davvero l’Autopilot di Tesla: telecamere, Tesla Vision e reti neurali

Sul piano dell’architettura tecnologica, l’Autopilot combina due funzioni principali: il controllo della velocità di crociera adattivo (Traffic-Aware Cruise Control), che regola l’andatura mantenendo la distanza dal veicolo che precede, e l’Autosteer, che mantiene l’auto in corsia agendo sullo sterzo. Negli ultimi anni Tesla ha adottato un approccio definito Tesla Vision, basato esclusivamente su un sistema di telecamere distribuite intorno al veicolo, abbandonando il radar che equipaggiava i modelli precedenti. Le immagini vengono elaborate in tempo reale da reti neurali artificiali addestrate su enormi quantità di dati di guida, che ricostruiscono uno spazio tridimensionale intorno all’auto, riconoscono ostacoli, segnaletica, pedoni e altri veicoli, e prendono decisioni di traiettoria e velocità. Si tratta di un esempio paradigmatico di intelligenza artificiale applicata alla mobilità: un sistema probabilistico che apprende dall’esperienza e che, proprio per questo, può comportarsi in modo eccellente nella stragrande maggioranza dei casi ma non garantisce l’infallibilità assoluta. Comprendere questa natura statistica è essenziale per inquadrare correttamente sia i pregi sia i limiti della tecnologia.

La logica dell’override: cosa accade quando il conducente preme l’acceleratore

Il cuore tecnico della disputa è il concetto di override del conducente. Nei veicoli Tesla, come in molti altri dotati di sistemi di assistenza, la pressione del pedale dell’acceleratore ha la priorità sulla regolazione automatica della velocità. In altre parole, se il guidatore spinge l’acceleratore, il sistema interpreta quel gesto come una volontà esplicita di accelerare e cede il controllo della velocità: la regolazione automatica viene temporaneamente scavalcata. È una scelta progettuale fondata su un principio di sicurezza intuitivo, ovvero che l’essere umano debba sempre poter avere l’ultima parola sul mezzo. Un effetto collaterale tecnico, però, è che in molte implementazioni la pressione decisa del pedale può anche disattivare temporaneamente la frenata automatica d’emergenza, perché il sistema presume che il conducente stia compiendo una manovra intenzionale, per esempio un sorpasso. Se i dati di telemetria citati da Tesla fossero confermati da un’analisi indipendente, descriverebbero esattamente questo scenario: un acceleratore premuto al massimo che avrebbe annullato gli interventi automatici del sistema. Resta da chiarire, e sarà compito dell’indagine, la dinamica complessiva e il ruolo eventuale dello sterzo automatico.

La “scatola nera” dell’auto elettrica: EDR e log di guida

Un aspetto poco noto al grande pubblico è che le auto elettriche moderne, e i veicoli Tesla in particolare, registrano una mole impressionante di dati. Oltre all’Event Data Recorder (EDR), la cosiddetta scatola nera automobilistica obbligatoria in molti mercati che memorizza i parametri nei secondi attorno a un impatto (velocità, posizione dei pedali, attivazione degli airbag, stato dei sistemi), Tesla raccoglie log di guida dettagliati che documentano lo stato dei sistemi di assistenza, gli input del conducente e le decisioni del software. Sono proprio questi dati telemetrici a costituire la prova decisiva in casi come quello in esame, perché permettono di stabilire con precisione se l’Autopilot o il Full Self-Driving fossero attivi, a quale velocità procedesse il veicolo e quale fosse la posizione esatta dei pedali istante per istante. La questione, sempre più dibattuta, riguarda l’accesso indipendente a queste informazioni: in molti contenziosi il costruttore detiene la chiave di lettura dei dati, e la loro analisi da parte di enti terzi è ciò che consente di superare le contrapposte versioni delle parti.

Il dibattito sui numeri: la sicurezza statistica e i miliardi di miglia percorse

Sul piano scientifico, la difesa di Tesla si fonda su un argomento di tipo statistico: secondo l’azienda, l’utilizzo dei propri sistemi di guida assistita sarebbe più sicuro della guida puramente manuale, un dato che Elluswamy ha dichiarato misurato su oltre 10 miliardi di miglia percorse. È un’affermazione che merita un’analisi rigorosa. I confronti tra chilometri percorsi con assistenza e incidenti sono metodologicamente complessi: i sistemi tendono a essere usati soprattutto in autostrada, dove il tasso di incidenti per chilometro è strutturalmente più basso rispetto alla guida urbana, e questo può introdurre distorsioni nei confronti diretti. Allo stesso tempo, anche i critici riconoscono che l’automazione ben progettata può ridurre gli errori umani, che restano la causa preponderante degli incidenti stradali. La verità scientifica, come spesso accade, richiede dati trasparenti, confrontabili e validati da soggetti indipendenti: senza questi presupposti, tanto le affermazioni entusiastiche quanto gli allarmismi rischiano di essere fuorvianti.

Il nodo della comunicazione e dell’attribuzione mediatica

Un tema che emerge con forza dalla vicenda è quello dell’attribuzione mediatica. Tesla lamenta da anni che gli incidenti che coinvolgono i suoi veicoli vengano riportati citando il marchio già nel titolo, mentre per altre case automobilistiche questo accade molto più raramente. Elluswamy ha definito irresponsabile una parte della copertura giornalistica, sostenendo che diffondere timori infondati possa allontanare il pubblico da una tecnologia ritenuta più sicura. Si tratta di un punto delicato: da un lato è corretto pretendere precisione, distinguendo tra sistema attivo e sistema scavalcato dal conducente, perché confondere i due piani genera disinformazione; dall’altro, la presenza di un’indagine ancora aperta e di dati non resi pubblici impone prudenza anche nel senso opposto, evitando di accreditare in via definitiva la sola versione del costruttore prima delle verifiche indipendenti. La correttezza scientifica e quella giornalistica coincidono qui in un’unica esigenza: attendere i fatti accertati.

Un precedente illuminante: il caso del 2021 in Texas

Non è la prima volta che un incidente in Texas viene inizialmente attribuito all’Autopilot per poi rivelarsi diverso a un esame approfondito. In un episodio risalente al 2021, l’indagine del National Transportation Safety Board (NTSB) stabilì che l’Autopilot non era nemmeno disponibile nel punto in cui era avvenuto lo schianto e che l’Autosteer non era mai stato attivato, segno che il veicolo era sotto il controllo manuale del conducente. In quel caso, i dati indicarono una pressione dell’acceleratore fino a quasi il 99% e una velocità elevata in un’area residenziale. Questo precedente mostra perché, sul piano metodologico, sia indispensabile distinguere tra la dichiarazione iniziale di chi era alla guida e i dati oggettivi ricostruiti dalle agenzie investigative. Allo stesso tempo, ogni caso fa storia a sé: l’esistenza di un precedente non implica automaticamente che la dinamica si ripeta identica, e per questo l’indagine in corso sull’incidente di Martha Avila andrà valutata sui suoi specifici riscontri.

Il quadro normativo: il ruolo di NHTSA e NTSB

Negli Stati Uniti la sicurezza dei veicoli e i sistemi di assistenza alla guida sono sotto la lente di due agenzie federali. La NHTSA (National Highway Traffic Safety Administration) ha competenze regolatorie e può aprire indagini, richiedere richiami e imporre prescrizioni ai costruttori; il NTSB (National Transportation Safety Board) è invece un organismo investigativo indipendente che analizza le cause degli incidenti e formula raccomandazioni. Negli anni questi enti hanno più volte esaminato il funzionamento dell’Autopilot, contribuendo a definire standard di monitoraggio del conducente e di trasparenza dei dati. La vicenda texana si inserisce in questo contesto di crescente attenzione normativa, che riguarda l’intera industria dell’auto a guida assistita e non un singolo marchio: man mano che la mobilità elettrica e automatizzata si diffonde, regolatori e tribunali sono chiamati a ridefinire il confine tra la responsabilità del costruttore e quella di chi siede al volante.

Cosa ci insegna questo caso sul futuro della mobilità automatizzata

Al di là dell’esito giudiziario, ancora tutto da scrivere, il caso del Model 3 in Texas illumina una delle questioni decisive della transizione tecnologica in atto nella mobilità: il rapporto tra uomo e macchina nei sistemi di guida assistita di Livello 2. La denominazione commerciale di queste tecnologie, da “Autopilot” a “Full Self-Driving”, può ingenerare nell’utente una fiducia eccessiva e una percezione distorta del proprio ruolo, alimentando il fenomeno che gli esperti chiamano automation complacency, ovvero il calo di vigilanza dovuto all’affidamento al sistema. La sfida scientifica e regolatoria dei prossimi anni sarà duplice: da un lato perfezionare l’intelligenza artificiale e i sensori per ridurre il margine di errore, dall’altro garantire che il conducente resti consapevole della propria responsabilità finché l’auto non sarà davvero autonoma. Solo con dati trasparenti, verifiche indipendenti e una comunicazione rigorosa la società potrà valutare in modo equilibrato i reali benefici e i rischi di una rivoluzione, quella dell’auto elettrica e della guida autonoma, destinata a cambiare profondamente il nostro modo di muoverci.