Nuovi dati positivi dallo studio di fase III EMERALD-3 indicano un potenziale passo avanti nel trattamento del carcinoma epatocellulare, la forma più comune di tumore del fegato. Il regime STRIDE, costituito da una singola dose di tremelimumab seguita da durvalumab a intervalli regolari, in combinazione con lenvatinib e chemioembolizzazione transarteriosa, nota come TACE, ha determinato un miglioramento statisticamente significativo e clinicamente rilevante della sopravvivenza libera da progressione, o PFS, rispetto alla sola TACE nei pazienti con HCC non resecabile eleggibile per l’embolizzazione.
I risultati sono stati presentati in una sessione orale al Congresso 2026 dell’American Society of Clinical Oncology, ASCO, a Chicago, Illinois, come abstract n. LBA4000. La notizia più rilevante riguarda la riduzione del 30% del rischio di progressione di malattia o di morte in assenza di progressione osservata con la combinazione di STRIDE, lenvatinib e TACE rispetto alla sola procedura locoregionale.
Riduzione del 30% del rischio di progressione o morte con STRIDE, lenvatinib e TACE
In un’analisi ad interim pianificata, il regime STRIDE in combinazione con lenvatinib e TACE ha dimostrato una riduzione del 30% del rischio di progressione di malattia o di morte in assenza di progressione rispetto alla sola TACE. Il rapporto di rischio, HR per PFS, è stato pari a 0,70, con intervallo di confidenza al 95% compreso tra 0,57 e 0,86 e valore di p=0,0007.
La sopravvivenza mediana libera da progressione è stata di 13,0 mesi per il regime con STRIDE, lenvatinib e TACE, rispetto a 9,8 mesi con la sola TACE. Il miglioramento della PFS è risultato costante in tutti i principali sottogruppi di pazienti predefiniti, rafforzando il valore clinico del risultato in una popolazione con carcinoma epatocellulare non resecabile eleggibile all’embolizzazione.
Per l’endpoint secondario di sopravvivenza globale, o OS, è stata osservata una sopravvivenza numericamente migliore con il regime STRIDE con lenvatinib e TACE rispetto alla sola TACE. Con il follow-up attuale, tuttavia, la differenza non risulta statisticamente significativa. Il valore di HR è stato pari a 0,84, con intervallo di confidenza al 95% compreso tra 0,65 e 1,09 e p=0,1814.
I dati del braccio STRIDE senza lenvatinib
Lo studio EMERALD-3 ha valutato anche il regime STRIDE senza lenvatinib in combinazione con TACE rispetto alla sola TACE. Anche se non formalmente valutati in questa analisi, gli endpoint secondari di PFS e OS per questo braccio di trattamento hanno mostrato un miglioramento clinicamente significativo.
Per la sopravvivenza libera da progressione, il regime STRIDE più TACE ha mostrato un HR di 0,71, con intervallo di confidenza al 95% compreso tra 0,56 e 0,91 e p nominale=0,0062. Per la sopravvivenza globale, il valore di HR è stato pari a 0,70, con intervallo di confidenza al 95% compreso tra 0,51 e 0,95 e p nominale=0,0233.
La PFS mediana è stata di 12,9 mesi per STRIDE più TACE rispetto a 8,1 mesi per la sola TACE, confermando un segnale clinicamente rilevante anche in assenza di lenvatinib.
Nei pazienti con eziologia non virale emerge un vantaggio con lenvatinib
Un’analisi esplorativa predefinita ha confrontato i due bracci dello studio e ha evidenziato un miglioramento della sopravvivenza libera da progressione a favore del braccio trattato con lenvatinib nei pazienti con eziologia non virale. In questo sottogruppo, il valore di HR è stato pari a 0,70, con intervallo di confidenza al 95% compreso tra 0,44 e 1,09.
Lo studio proseguirà per valutare la sopravvivenza globale e altri endpoint secondari chiave in entrambi i bracci dello studio. Il prosieguo del follow-up sarà quindi essenziale per definire l’impatto complessivo del trattamento sugli esiti a lungo termine dei pazienti con HCC eleggibile all’embolizzazione.
Rimassa: con EMERALD-3 quasi un paziente su tre vivo e senza progressione a due anni
Il razionale dello studio si inserisce nel bisogno ancora elevato di nuove opzioni terapeutiche per i pazienti con tumore del fegato trattabili con embolizzazione, ma non candidabili a resezione.
“Circa il 30% dei pazienti con carcinoma epatocellulare, il più comune tumore del fegato, è eleggibile per l’embolizzazione, una procedura di radiologia interventistica che blocca l’afflusso di sangue al tumore e permette di somministrare la chemioterapia o la radioterapia direttamente al fegato – spiega Lorenza Rimassa, Professore Associato di Oncologia Medica all’Humanitas University e Responsabile dell’UO di Oncologia Epatobiliopancreatica all’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano, Milano –. Nonostante sia lo standard di cura in questo setting, la maggior parte dei pazienti sottoposti a embolizzazione presenta progressione di malattia entro un anno. I pazienti affetti da tumore al fegato idonei all’embolizzazione hanno urgente bisogno di nuove opzioni terapeutiche per ritardare la progressione di malattia e migliorare la prognosi. Nello studio EMERALD-3, è stato utilizzato il regime STRIDE, basato su un innovativo approccio di ‘priming immunitario’ con una singola dose di tremelimumab seguita da durvalumab in monoterapia. Quest’unica somministrazione di tremelimumab è in grado di fornire una ‘spinta’ alla risposta immunitaria, offrendo maggiore efficacia. Con questo regime di doppia immunoterapia, nello studio EMERALD-3 quasi un paziente su tre è vivo e senza progressione di malattia a due anni dal trattamento. Si tratta di un progresso significativo associato a una tendenza al miglioramento della sopravvivenza, con o senza l’aggiunta di lenvatinib. Il razionale di EMERALD-3 si basa sullo studio HIMALAYA, che ha coinvolto pazienti con malattia in stadio avanzato, in cui il regime STRIDE ha dimostrato un beneficio duraturo in termini di sopravvivenza globale e per i quali rappresenta oggi uno standard terapeutico”.
Tumore del fegato in Italia: oltre 12.500 nuove diagnosi ogni anno
Ogni anno in Italia sono stimate oltre 12.500 nuove diagnosi di tumore del fegato. La malattia resta fortemente legata a fattori di rischio noti, ma il quadro epidemiologico sta cambiando, con una progressiva crescita dei casi ad eziologia non virale.
“La maggioranza dei casi è riconducibile a fattori di rischio noti, quali l’infezione da virus dell’epatite B e C – spiega Massimo Di Maio, Presidente AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) -. Negli ultimi anni, si è osservato un progressivo incremento dei casi ‘non virali’, cioè ad eziologia metabolica, in genere legata a sovrappeso e diabete, o ad eziologia mista, metabolica ed etilica. Questo cambiamento epidemiologico è dovuto all’effetto della vaccinazione anti-HBV, in Italia obbligatoria da più di 30 anni, alle terapie antivirali per l’HCV e a stili di vita scorretti, cioè all’alimentazione eccessiva e ricca di grassi e alla sedentarietà, che caratterizzano i Paesi occidentali. La sorveglianza con ecografia epatica semestrale delle persone a rischio, cioè con epatopatia cronica, consente la diagnosi di tumore del fegato in stadio precoce, con interventi potenzialmente curativi, e di migliorare la sopravvivenza. Purtroppo, in più della metà dei casi, la malattia è scoperta in stadio avanzato. L’immunoterapia ha già dimostrato di essere efficace nello stadio metastatico, dove è diventata standard di cura. I risultati dello studio EMERALD-3 sono un esempio della possibilità di sperimentare l’impiego di trattamenti già dimostrati efficaci nella malattia avanzata anche in stadi più precoci, come accaduto in molti tipi di tumori”.
Il ruolo della TACE nello stadio intermedio dell’HCC
Per i pazienti con carcinoma epatocellulare in stadio intermedio, lo standard di cura fino a oggi è stato rappresentato dalla TACE, una procedura di radiologia interventistica che blocca l’afflusso di sangue al tumore e consente di veicolare il trattamento direttamente al fegato. Nonostante il suo ruolo consolidato, la progressione entro un anno resta frequente, rendendo centrale la ricerca di combinazioni capaci di prolungare il controllo della malattia.
Lo studio EMERALD-3 si colloca in questo scenario, valutando l’aggiunta della doppia immunoterapia con durvalumab e tremelimumab, con o senza lenvatinib, alla TACE. I pazienti dei bracci sperimentali sono stati trattati con il regime STRIDE, prima della TACE e successivamente in concomitanza con la procedura.
Trapianto, resezione e gestione multidisciplinare
Il miglioramento della risposta tumorale nei pazienti con malattia confinata al fegato può aprire la strada, in casi selezionati, a strategie potenzialmente curative come la resezione o il trapianto di fegato. In questo contesto, i risultati di EMERALD-3 assumono rilievo anche per la possibile integrazione dei trattamenti sistemici e locoregionali nei percorsi multidisciplinari.
“Il trapianto di fegato può essere parte della cura per pazienti con malattia confinata al fegato, in qualsiasi momento si osservi una sufficiente risposta alle cure per un determinato periodo di tempo – afferma Vincenzo Mazzaferro, Professore di Chirurgia all’Università degli Studi di Milano e Direttore della Chirurgia Oncologica (epato-gastro-pancreatica) e Trapianto di Fegato alla Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano -. Il numero di trapianti in Italia è di circa 1700, con un aumento progressivo e significativo della quota di pazienti oncologici. Per i pazienti con malattia in stadio intermedio, lo standard di cura fino a oggi è stato rappresentato dalla TACE, cioè una procedura di radiologia interventistica. Lo studio EMERALD-3 evidenzia il ruolo importante del regime immunoterapico STRIDE in combinazione con la TACE, quando la funzionalità epatica non è compromessa. Sulla base dello studio EMERALD-3 è verosimile che sarà significativo il numero di pazienti in cui il livello di risposta tumorale sarà compatibile con terapie curative come la resezione del tumore o il trapianto. Va ricordato che la miglior gestione dell’epatocarcinoma, che frequentemente complica un quadro di cirrosi, richiede il contributo di diversi specialisti, che compongono i team multidisciplinari”.
Tumore del fegato: una delle principali cause di morte oncologica
Il tumore del fegato, di cui il carcinoma epatocellulare è la forma più comune, è la terza causa di morte per tumore. Nel 2026, a oltre 200.000 pazienti verrà diagnosticato un HCC eleggibile all’embolizzazione, di cui oltre 180.000 solo in Cina e in Giappone.
L’embolizzazione è una procedura standard di cura che blocca l’afflusso di sangue al tumore e può anche somministrare la chemioterapia direttamente al fegato. L’immunoterapia è già una modalità terapeutica di comprovata efficacia nel carcinoma epatocellulare, con opzioni approvate disponibili per i pazienti con malattia non resecabile e non suscettibile di trattamenti locoregionali come la TACE, tra cui STRIDE.
Come è stato disegnato lo studio EMERALD-3
EMERALD-3 è uno studio globale di Fase III randomizzato, in aperto, in cieco nei confronti dello sponsor, multicentrico, condotto per valutare una singola dose iniziale di tremelimumab 300 mg in aggiunta a durvalumab 1500 mg, seguita da durvalumab ogni quattro settimane, cioè il regime STRIDE, più TACE con o senza lenvatinib rispetto alla sola TACE.
Lo studio ha coinvolto un totale di 760 pazienti con HCC non resecabile eleggibili all’embolizzazione. I partecipanti sono stati randomizzati in rapporto 1:1:1 al Braccio A, con TACE, durvalumab, tremelimumab e lenvatinib; al Braccio B, con TACE, durvalumab e tremelimumab; e al Braccio C, con TACE, fino a quando ciascun braccio ha raggiunto 175 partecipanti.
La randomizzazione è quindi proseguita in rapporto 1:1 ai Bracci A e C fino a quando entrambi hanno raggiunto circa 275 partecipanti. I pazienti hanno ricevuto durvalumab con tremelimumab più TACE, con o senza lenvatinib contemporaneamente, seguiti da durvalumab con o senza lenvatinib fino a progressione.
Lo studio è stato condotto in 171 centri distribuiti in 22 Paesi, tra cui Nord America, Europa, Sud America e Asia. L’endpoint primario è la sopravvivenza libera da progressione per il trattamento con durvalumab più tremelimumab, lenvatinib e TACE rispetto alla sola TACE. Gli endpoint secondari includono la sopravvivenza globale per il trattamento con durvalumab più tremelimumab, lenvatinib e TACE, nonché PFS e OS per il trattamento con durvalumab più tremelimumab e TACE rispetto alla sola TACE.
Dal razionale di HIMALAYA a EMERALD-3
Il razionale di EMERALD-3 si basa sullo studio HIMALAYA, che ha coinvolto pazienti con malattia in stadio avanzato. In quello studio, il regime STRIDE ha dimostrato un beneficio duraturo in termini di sopravvivenza globale ed è oggi uno standard terapeutico per questi pazienti.
I nuovi dati presentati ad ASCO 2026 indicano la possibilità di portare l’approccio immunoterapico in fasi più precoci della malattia, in pazienti con carcinoma epatocellulare non resecabile ma ancora eleggibili a trattamenti locoregionali come la TACE. Il risultato più solido, al momento, riguarda il miglioramento della PFS con STRIDE, lenvatinib e TACE, mentre lo studio continuerà a valutare la sopravvivenza globale e gli altri endpoint secondari chiave.


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