La terza ondata di caldo dell’estate sta per raggiungere il suo picco e la Sardegna è destinata a diventare, ancora una volta, il cuore rovente d’Italia. Correnti molto calde in risalita dal Nord Africa alimentano un anticiclone particolarmente robusto sull’Europa meridionale, che spinge aria sahariana fin sul Mediterraneo centrale e sul nostro Paese. Ne consegue un aumento progressivo delle temperature, con massime in costante crescita e notti via via più afose, soprattutto lontano dalle coste.
Oggi l’avvezione sahariana è destinata a subire un’ulteriore impennata, rendendo la Sardegna il territorio più rovente d’Italia. Nelle aree interne, meno favorite dalle brezze costiere, si potranno raggiungere picchi di +42/+43°C: un connubio di sole, ventilazione debole e masse d’aria infuocate che regalerà la percezione di trovarsi nel cuore del deserto nordafricano. I paesi posti nell’entroterra subiranno maggiormente questi valori estremi, mentre sulle coste il mare garantirà solo un parziale ‘refrigerio’: la canicola rimarrà comunque opprimente e il disagio per l’afa risulterà elevato anche durante le ore serali e notturne.
La Sardegna, però, non è nuova a questo genere di situazioni. Per capire quanto il caldo di oggi sia intenso, ma non ancora ai livelli ‘storici’, bisogna tornare indietro di oltre quarant’anni, ossia al luglio 1983. Allora l’isola visse una delle ondate di calore più feroci della storia recente, con temperature che superarono diffusamente i +40°C per diversi giorni consecutivi e picchi nelle aree interne prossimi ai +47/+48°C. L’anticiclone africano fu eccezionalmente tenace e la massa d’aria in quota, di chiara origine sahariana, rimase bloccata sul Mediterraneo centrale trasformando la Sardegna in una vera e propria fornace.
Nel luglio 1983 la Sardegna non fu solo la regione più calda d’Italia, ma uno degli epicentri del caldo estremo in Europa. Nella seconda metà del mese, la ritirata dell’anticiclone delle Azzorre favorì la rapida espansione verso nord dell’anticiclone subtropicale africano, che dal Sahara raggiunse l’Europa centrale. L’aria rovente avvolse la Penisola per oltre due settimane, con isoterme di +25°C a 850 hPa e temperature al suolo che superarono diffusamente i +40°C. In questo contesto, la Sardegna registrò alcuni dei valori più alti mai misurati in Italia.
Una delle giornate più calde fu il 22 luglio: a Cagliari Elmas si misurarono +43,6°C, ad Alghero Fertilia +41,8°C e a Carloforte +39,2°C, all’epoca record assoluti per queste località. Nella stessa giornata si raggiunsero valori ufficiali di +47°C a Sanluri e Perdasdefogu, mentre in altre stazioni delle aree interne si sfiorarono punte ancora più elevate, con segnalazioni prossime ai +48°C. Le notti furono tropicali, con minime spesso superiori ai +30°C, mentre l’aria stagnante rendeva praticamente impossibile trovare sollievo dal caldo, né di giorno né di notte.
Quell’estate si caratterizzò non solo per i numeri, ma soprattutto per la loro persistenza. Dal 18 luglio e per circa due settimane, buona parte della Sardegna misurò temperature massime oltre i +40°C, con medie giornaliere nelle zone interne prossime ai +43/+44°C e minime attorno ai +30°C. Le cronache parlano di un primo giorno di caldo in cui, nel sassarese, si passò dai +30°C a mezzogiorno ai +41°C in serata, con sbalzi termici di oltre 10 gradi in poche ore. Le testimonianze dell’epoca descrivono una vita quotidiana vissuta con +47°C all’ombra e +35°C di notte.
L’impatto sul paesaggio si rivelò devastante. L’unione tra caldo torrido, vegetazione inaridita e venti favorevoli generò roghi vasti e rovinosi, con fronti di fuoco estesi per chilometri e cenere che piovve su vaste aree della regione, mentre l’usuale cielo azzurro sardo veniva rimpiazzato da un tono arancione scuro a causa della cortina di fumo e delle polveri sahariane sospese nell’aria. Tra i diversi episodi, il rogo di Curraggia, sull’altura omonima a sud-ovest di Tempio Pausania, rimane uno degli eventi più luttuosi: il 28 luglio 1983 le fiamme incenerirono circa 18.000 ettari di macchia e provocarono 9 vittime e 15 feriti tra operatori di soccorso e volontari impegnati a domare l’incendio.
L’ondata generò pesanti conseguenze anche sulla salute: le analisi successive documentano un’impennata della mortalità ben superiore alle medie del periodo, con un impatto severo su anziani e persone vulnerabili. Anche il comparto zootecnico subì ingenti perdite, con migliaia di animali deceduti per shock termico, specialmente negli allevamenti intensivi, le cui strutture non erano idonee a fronteggiare temperature prossime ai +50°C. Ripensare oggi alla canicola del luglio 1983 aiuta a contestualizzare meglio ciò che sta avvenendo in questa nuova stagione rovente.
La fase attuale, con la Sardegna ancora al centro dell’attenzione e picchi di 42-43°C nelle aree interne, è severa e richiede cautela, ma rimane al di sotto dei livelli eccezionali registrati in quell’estate storica, quando si sfiorarono valori vicini ai 47-48°C con condizioni estreme protratte per più di quindici giorni. Allo stesso tempo, il ripetersi di ondate di caldo torrido con maggiore frequenza negli ultimi anni inserisce queste giornate in un contesto climatico più vasto, in cui il ricordo del 1983 diventa un elemento cruciale per raccontare l’evoluzione delle temperature estreme nel Mediterraneo e per prendere coscienza di quanto vulnerabile sia il territorio davanti a fenomeni sempre più violenti.
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