Deforestazione e biodiversità: il costo ecologico del commercio alimentare

Uno studio dell’Università di Torino e della Statale di Milano introduce un nuovo indicatore che integra deforestazione e valore ecologico degli ecosistemi per misurare il rischio di perdita di biodiversità associato alle filiere alimentari globali

Dal caffè al cacao, dalla carne all’olio di palma, dalla soia alla gomma naturale: ogni giorno milioni di tonnellate di materie prime attraversano il pianeta seguendo filiere globali che collegano le abitudini di consumo dei Paesi importatori alla trasformazione degli ecosistemi nei Paesi produttori. Un legame spesso invisibile, ma che trasferisce una parte rilevante del costo ambientale dei nostri consumi nei territori dove queste risorse vengono coltivate o allevate. A fare luce su questa relazione è uno studio pubblicato sulla rivista Ecological Economics, realizzato da un gruppo di ricercatori delle Università di Torino e Milano: Stella Lauro, Silvana Dalmazzone e Marco M. Bagliani del Dipartimento di Economia e Statistica “Cognetti de Martiis” dell’Università di Torino – con Lauro affiliata anche al Collegio Carlo Alberto – e Giorgio Vacchiano del Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali (DISAA) dell’Università degli Studi di Milano. Bagliani, scomparso prematuramente nel 2024, aveva contribuito alla definizione della ricerca e alle sue prime fasi di sviluppo.

Il lavoro introduce un nuovo strumento di valutazione, il Biodiversity Risk, un indicatore pensato per superare i limiti delle tradizionali misure della deforestazione. Non basta infatti sapere quanti ettari di foresta vengono persi: occorre considerare anche il valore ecologico degli ecosistemi coinvolti, la vulnerabilità delle specie presenti e il loro livello di endemismo, cioè la presenza di specie che vivono esclusivamente in determinate aree geografiche. L’obiettivo è offrire una fotografia più precisa del rischio di perdita di biodiversità legato alla produzione agricola e al commercio internazionale delle materie prime.

Per arrivare a questa stima, i ricercatori hanno incrociato dati satellitari sulla deforestazione con le informazioni sui flussi commerciali di 157 prodotti agricoli. L’analisi ha riguardato 166 Paesi produttori e 195 Paesi consumatori, ricostruendo gli impatti generati tra il 2005 e il 2022. Lo studio ha preso in considerazione sia gli effetti immediati della trasformazione degli habitat naturali sia quelli legati all’uso agricolo prolungato del suolo negli anni successivi.

I risultati mostrano che la semplice conta degli ettari di foresta abbattuti non restituisce un quadro completo della crisi della biodiversità. La distribuzione del rischio cambia infatti quando si tiene conto del valore biologico degli ecosistemi coinvolti. Il Brasile resta il Paese con la maggiore superficie forestale convertita, ma è l’Indonesia a emergere come il territorio con il più alto rischio di perdita di biodiversità, a causa dell’elevata presenza di specie endemiche e della fragilità delle sue foreste tropicali.

Lo studio evidenzia anche profonde differenze tra le filiere produttive. Alcune materie prime destinate ai mercati internazionali, come olio di palma, soia e gomma naturale, concentrano una quota significativa del rischio ambientale associato agli scambi globali. Al contrario, produzioni come carne, riso e manioca risultano maggiormente legate ai consumi interni dei Paesi produttori.

La ricerca offre così una nuova mappa degli impatti ambientali delle catene di approvvigionamento mondiali, indicando con maggiore precisione quali settori e quali aree geografiche richiedano interventi prioritari per proteggere gli ecosistemi e fermare la perdita di biodiversità.

Le nostre scelte di consumo dichiarano Stella Lauro e Silvana Dalmazzonepossono avere conseguenze molto lontane da noi, ma non per questo meno rilevanti. Con questo studio abbiamo cercato di rendere quantificabile questo legame. Misurare in modo più accurato l’impatto delle filiere alimentari sulla biodiversità è un passo importante per rendere questi effetti visibili e fornire strumenti utili a orientare politiche e modelli di produzione più sostenibili”.

Proteggere le foreste tropicali – spiega Giorgio Vacchiano significa difendere anche la stabilità del clima, la sicurezza alimentare e la qualità della vita di ciascuno di noi. Per il singolo cittadino non è ancora facile sapere con certezza come sia stato ottenuto ogni prodotto, ma possiamo ridurre gli sprechi, scegliere quando possibile filiere certificate e chiedere maggiore trasparenza a imprese e distributori. Possiamo inoltre far sentire la nostra voce perché il regolamento europeo contro la deforestazione resti ambizioso e venga applicato efficacemente: le scelte quotidiane contano, ma diventano davvero decisive quando contribuiscono a cambiare le regole del mercato”.

Lo studio assume particolare rilevanza anche alla luce dell’European Union Deforestation Regulation (EUDR), il regolamento europeo che impone alle imprese di dimostrare che prodotti come cacao, caffè, olio di palma, soia, gomma naturale, legno e bovini non provengano da aree deforestate. I risultati mostrano tuttavia che la sola tracciabilità deforestation-free non è sufficiente: foreste diverse hanno un diverso valore ecologico e la loro conversione può determinare impatti molto differenti sulla biodiversità. Per questo, integrare indicatori come il Biodiversity Risk nelle politiche pubbliche, nei sistemi di certificazione e nelle strategie di approvvigionamento delle imprese consentirebbe di andare oltre il solo controllo della legalità o della superficie deforestata, orientando importazioni, certificazioni e investimenti verso filiere realmente meno dannose. Le soluzioni possibili passano da catene di fornitura più trasparenti, sistemi di monitoraggio satellitare, accordi con i Paesi produttori, incentivi per produzioni agricole già localizzate in aree degradate o a basso rischio, fino a scelte di consumo più consapevoli.