Lipu e WWF Italia hanno presentato ricorso al Tribunale superiore delle Acque Pubbliche contro gli atti con cui il Commissario straordinario ha approvato il Documento di Fattibilità delle Alternative Progettuali, il cosiddetto DOCFAP, e ha individuato il sito di Vetto come alternativa da sviluppare nella successiva fase progettuale della diga sull’Enza. L’iniziativa giudiziaria riguarda la legittimità dell’intero procedimento amministrativo che ha condotto alla scelta di Vetto e individua numerosi elementi di criticità, tanto sul piano procedurale quanto sotto il profilo tecnico, ambientale ed economico. Le due associazioni chiedono che il Tribunale annulli gli atti impugnati e disponga un nuovo esame del procedimento, fondato su criteri di trasparenza, completezza dell’istruttoria e corretta comparazione delle diverse soluzioni progettuali.
Ricorso contro la diga di Vetto: contestato il procedimento amministrativo
Il ricorso presentato da Lipu e WWF Italia non si limita a contestare singoli aspetti della proposta progettuale, ma mette in discussione il percorso amministrativo attraverso il quale il Commissario straordinario ha approvato il DOCFAP e selezionato il sito di Vetto come soluzione da approfondire. Secondo le associazioni, la decisione sarebbe stata assunta al termine di un procedimento caratterizzato da diverse criticità. Tra i punti sollevati figurano la completezza degli approfondimenti effettuati, la qualità della valutazione comparativa, la considerazione degli impatti ambientali e la capacità dell’istruttoria di offrire una base tecnica adeguata per una scelta infrastrutturale di tale portata. La realizzazione di una diga sull’Enza è infatti un intervento destinato a produrre conseguenze durature sul territorio, sulla gestione delle risorse idriche, sugli ecosistemi e sulle comunità locali. Proprio per questo, secondo Lipu e WWF Italia, ogni passaggio decisionale dovrebbe essere sostenuto da dati completi, valutazioni rigorose e una verifica effettiva di tutte le alternative disponibili.
DOCFAP e alternative progettuali: i dubbi sulla valutazione comparativa
Uno dei punti centrali del ricorso riguarda il modo in cui sarebbero state esaminate e confrontate le diverse alternative progettuali previste dalla normativa sui contratti pubblici. Secondo le associazioni, il Dibattito Pubblico e il DOCFAP non avrebbero garantito una valutazione realmente effettiva e imparziale delle differenti soluzioni possibili. Viene contestata, in particolare, la metodologia impiegata per mettere a confronto le opzioni progettuali e per arrivare alla selezione del sito di Vetto. La funzione del DOCFAP dovrebbe essere quella di analizzare in modo trasparente e documentato le varie alternative, mettendone in evidenza vantaggi, criticità, costi, conseguenze territoriali e impatti ambientali. Per Lipu e WWF Italia, questo confronto non sarebbe stato condotto con un livello di approfondimento adeguato alla complessità dell’opera. La scelta di sviluppare ulteriormente una sola alternativa, escludendo o ridimensionando le altre, avrebbe quindi richiesto una motivazione tecnica particolarmente solida, accompagnata da criteri comparativi chiari, verificabili e applicati in modo uniforme.
Dibattito Pubblico sulla diga dell’Enza: osservazioni non adeguatamente considerate
Il ricorso solleva anche dubbi sull’effettiva valorizzazione delle osservazioni emerse durante il Dibattito Pubblico. Secondo le associazioni, non sarebbe stata assicurata un’adeguata considerazione dei contributi presentati dagli enti competenti e dai soggetti che hanno partecipato al confronto. Le osservazioni formulate nel corso della procedura avrebbero dovuto contribuire alla costruzione di una decisione più completa e consapevole, soprattutto per quanto riguarda gli impatti ambientali, la sostenibilità dell’opera e la valutazione delle alternative. Il Dibattito Pubblico rappresenta infatti uno degli strumenti attraverso cui amministrazioni, istituzioni, associazioni e soggetti interessati possono confrontarsi su progetti infrastrutturali di particolare rilevanza. La sua efficacia, tuttavia, dipende dalla capacità del procedimento di recepire, valutare e motivare le risposte alle questioni sollevate. Nel caso della diga di Vetto, Lipu e WWF Italia ritengono che questo passaggio non abbia prodotto una valutazione sufficientemente approfondita delle criticità rappresentate nel corso del confronto pubblico.
Tempi istruttori ritenuti incompatibili con la complessità dell’opera
Un ulteriore profilo contestato riguarda i tempi dell’istruttoria, considerati dalle associazioni non compatibili con la complessità tecnica, ambientale e finanziaria dell’intervento. Una grande infrastruttura idrica richiede analisi approfondite su numerosi aspetti, tra cui la disponibilità della risorsa, la sicurezza dell’opera, la conformazione del territorio, gli impatti sugli habitat, la presenza di specie protette, la sostenibilità economica, la compatibilità con le politiche di adattamento climatico e l’effettiva utilità dell’intervento rispetto alle esigenze individuate. Secondo Lipu e WWF Italia, la rapidità del percorso decisionale avrebbe potuto limitare la possibilità di esaminare in modo completo tutti questi elementi. Da qui la richiesta di un riesame del procedimento che consenta di ricostruire una base istruttoria più ampia, trasparente e scientificamente solida.
Biodiversità e rete Natura 2000 al centro del ricorso
Particolare rilievo assume la questione della tutela della biodiversità, indicata come uno degli aspetti più delicati dell’intera vicenda. Il ricorso richiama la stessa documentazione tecnica predisposta nell’ambito del DOCFAP, dalla quale emergerebbero impatti rilevanti sugli habitat e sulle specie tutelate dalla rete Natura 2000. Gli elaborati tecnici prevederebbero effetti significativi su ecosistemi caratterizzati da un elevato valore naturalistico. La rete Natura 2000 costituisce il principale sistema europeo di aree destinate alla conservazione della biodiversità. La presenza di habitat e specie protette impone quindi valutazioni particolarmente rigorose, capaci di verificare gli effetti diretti e indiretti di un’opera infrastrutturale e di stabilire se tali conseguenze possano risultare compatibili con gli obiettivi di conservazione. Per le associazioni, le criticità ambientali emerse dagli stessi documenti progettuali avrebbero richiesto un peso maggiore nel confronto tra le diverse alternative. La tutela degli ecosistemi non dovrebbe essere affrontata come un elemento accessorio o subordinato, ma come una componente essenziale della pianificazione.
Impatti ambientali della diga sull’Enza e tutela degli ecosistemi
Il progetto della diga sull’Enza, secondo quanto evidenziato nel ricorso, potrebbe produrre conseguenze rilevanti sugli equilibri ecologici dell’area interessata. La trasformazione del territorio connessa alla realizzazione di un invaso può incidere sugli habitat naturali, sulle dinamiche fluviali, sulla continuità ecologica, sulla disponibilità di ambienti idonei per le specie e sul funzionamento complessivo degli ecosistemi. Lipu e WWF Italia ritengono che tali conseguenze debbano essere analizzate fin dalle prime fasi della pianificazione e non soltanto nei successivi passaggi autorizzativi. Una comparazione corretta delle alternative progettuali dovrebbe infatti includere anche il diverso livello di pressione ambientale esercitato da ciascuna soluzione. La valutazione degli impatti non dovrebbe quindi limitarsi alla sola possibilità di adottare misure compensative o mitigative, ma dovrebbe verificare in via prioritaria se esistano soluzioni meno dannose per la biodiversità e per gli ecosistemi tutelati.
Principio DNSH: i dubbi sulla conformità del progetto
Il ricorso richiama inoltre il principio europeo del Do No Significant Harm, conosciuto con l’acronimo DNSH, secondo il quale gli investimenti finanziati attraverso risorse pubbliche non devono arrecare un danno significativo agli obiettivi ambientali. Secondo le associazioni, gli impatti evidenziati dalla documentazione tecnica pongono seri interrogativi sulla conformità del progetto a questo principio, richiamato dalla normativa europea e nazionale come requisito fondamentale per l’accesso ai finanziamenti pubblici destinati agli investimenti infrastrutturali. Il rispetto del DNSH implica una valutazione che non si fermi alla finalità generale dell’opera, ma che esamini concretamente gli effetti prodotti sull’ambiente. Nel caso della diga di Vetto, le conseguenze potenziali sugli habitat, sulle specie e sugli ecosistemi di elevato valore naturalistico dovrebbero quindi essere considerate in modo sostanziale nell’ambito delle decisioni progettuali e finanziarie. Per Lipu e WWF Italia, la compatibilità con il principio DNSH non può essere trattata come un adempimento formale, ma deve rappresentare una condizione effettiva della pianificazione e dell’eventuale finanziamento dell’intervento.
Completezza dell’istruttoria e ponderazione degli impatti ambientali
Tra i profili di criticità indicati nel ricorso compare anche la completezza dell’istruttoria. Le associazioni contestano la capacità del procedimento di rappresentare in modo esaustivo tutti gli elementi necessari per una decisione consapevole. La valutazione avrebbe dovuto integrare gli aspetti tecnici, economici, ambientali e territoriali, mettendo in relazione i benefici attesi con i possibili costi e con le conseguenze sugli ecosistemi. Il ricorso solleva inoltre dubbi sulla ponderazione degli impatti ambientali, ossia sul peso concretamente attribuito alle criticità naturalistiche nella scelta finale. Secondo Lipu e WWF Italia, non sarebbe sufficiente registrare la presenza di possibili danni ambientali. Sarebbe invece necessario dimostrare che tali effetti sono stati attentamente valutati, confrontati con quelli associati alle altre alternative e considerati nella motivazione della decisione.
Copertura finanziaria e congruità delle procedure tecniche
Il ricorso prende in esame anche la copertura finanziaria dell’intervento e la congruità delle procedure seguite nella predisposizione degli elaborati tecnici. La sostenibilità di una grande opera pubblica dipende infatti non soltanto dalla sua fattibilità ingegneristica, ma anche dalla disponibilità effettiva delle risorse economiche necessarie per realizzarla, gestirla e mantenerla nel tempo. Le associazioni evidenziano la necessità di verificare che il quadro finanziario sia definito in modo chiaro e realistico, evitando che le decisioni progettuali siano assunte in assenza di una rappresentazione completa dei costi. Allo stesso modo, viene contestata la congruità delle procedure attraverso cui sono stati predisposti e valutati gli elaborati tecnici. La qualità della documentazione rappresenta un elemento decisivo, perché da essa dipende la possibilità di confrontare le alternative, individuare i rischi e motivare in modo trasparente la soluzione prescelta.
La richiesta al Tribunale superiore delle Acque Pubbliche
Con il ricorso, Lipu e WWF Italia chiedono al Tribunale superiore delle Acque Pubbliche di annullare gli atti impugnati e di disporre il riesame del procedimento. L’obiettivo è ottenere una nuova valutazione che rispetti i principi di trasparenza, completezza istruttoria, corretta comparazione delle alternative progettuali e piena applicazione della normativa nazionale ed europea in materia di tutela ambientale. Il ricorso viene presentato dalle associazioni come uno strumento di tutela della legalità amministrativa e dell’interesse pubblico. Un’opera di tale rilevanza, sostengono, deve essere fondata su analisi tecniche complete, trasparenti e scientificamente solide, nel pieno rispetto delle procedure previste dalla legge.
Biodiversità e infrastrutture: un principio giuridico vincolante
La posizione espressa da Lipu e WWF Italia sottolinea che la tutela della biodiversità e degli ecosistemi non può essere considerata un interesse secondario rispetto alle esigenze infrastrutturali. La protezione dell’ambiente rappresenta un principio giuridico vincolante sancito dalla normativa europea e nazionale. Di conseguenza, le decisioni pubbliche devono tenerne conto fin dalle prime fasi della programmazione e della progettazione. Questo significa che la tutela degli habitat e delle specie non dovrebbe essere rinviata alle fasi successive, quando le scelte fondamentali sono già state assunte, ma dovrebbe entrare direttamente nella valutazione delle necessità, nella definizione degli obiettivi e nel confronto tra le possibili soluzioni. Per le associazioni, una pianificazione realmente sostenibile deve essere capace di evitare o ridurre gli impatti fin dall’origine, selezionando le alternative che consentano di rispondere alle esigenze idriche con il minore costo ambientale possibile.
Gestione della risorsa idrica e cambiamenti climatici
Il ricorso si inserisce in un confronto più ampio sul futuro della gestione della risorsa idrica, sulla capacità dei territori di adattarsi ai cambiamenti climatici e sulla necessità di programmare gli investimenti pubblici in modo efficiente e sostenibile. Lipu e WWF Italia ritengono che ogni scelta debba essere assunta sulla base di dati completi, valutazioni rigorose e confronti effettivi tra tutte le alternative disponibili. La sicurezza idrica non può essere affrontata separatamente dalla tutela degli ecosistemi, perché la disponibilità e la qualità dell’acqua dipendono anche dalla funzionalità dei bacini idrografici, dei corsi d’acqua, delle aree naturali e degli habitat. Allo stesso tempo, l’adattamento ai cambiamenti climatici richiede interventi capaci di affrontare scenari futuri caratterizzati da variazioni delle precipitazioni, periodi di siccità, eventi estremi e crescente competizione tra diversi utilizzi della risorsa.
Una pianificazione integrata per il futuro dell’Enza
Per Lipu e WWF Italia, una gestione moderna della risorsa idrica richiede una pianificazione capace di integrare sicurezza idrica, adattamento ai cambiamenti climatici, tutela della biodiversità e uso efficiente delle risorse pubbliche. L’obiettivo del ricorso è garantire che ogni decisione sul futuro della gestione dell’acqua nel bacino dell’Enza sia adottata nel rispetto della normativa vigente e dei principi dello sviluppo sostenibile. Le associazioni chiedono che la scelta finale non sia il risultato di un percorso già orientato verso una determinata soluzione, ma l’esito di un confronto effettivo tra tutte le alternative, sostenuto da analisi indipendenti, dati completi e valutazioni verificabili. La questione della diga di Vetto non riguarda quindi soltanto la localizzazione di una nuova infrastruttura, ma il metodo con cui vengono assunte decisioni pubbliche destinate a incidere sul territorio per molti anni. Per Lipu e WWF Italia, trasparenza, rigore scientifico, legalità amministrativa e tutela dell’ambiente devono rappresentare condizioni imprescindibili di ogni futura scelta.


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