Capita spesso in estate: guardiamo il cielo sperando che il temporale di fine giornata ‘ripulisca’ l’aria e porti finalmente frescura e invece, dopo il diluvio, ritroviamo un caldo appiccicoso e una sensazione di afa ancora più intensa. Perché succede? Perché non tutti i temporali sono uguali e, in molte situazioni, la pioggia non basta a modificare davvero la massa d’aria che ci interessa. Un temporale estivo nasce proprio grazie a un mix di calore e umidità nei bassi strati. L’aria nei pressi del suolo è molto calda, carica di vapore acqueo e quindi instabile: è la ‘benzina’ che alimenta i cumulonembi, le nubi torreggianti tipiche dei temporali. Quando poi il temporale esplode, la pioggia e le correnti discendenti trascinano verso il basso aria un po’ più fresca. Il risultato, nell’immediato, è un calo percepibile della temperatura, soprattutto nei minuti successivi al rovescio più intenso.
Finita la fase più ‘cruenta’, però, entra in gioco un altro meccanismo, spesso sottovalutato. L’acqua caduta su asfalti, tetti e suolo ancora molto caldo evapora rapidamente. Questo processo di evaporazione immette nuovamente vapore acqueo negli strati d’aria prossimi al suolo: così facendo l’umidità relativa schizza verso l’alto proprio mentre la temperatura, pur essendo scesa di qualche grado rispetto ai picchi pomeridiani, resta comunque elevata. È la combinazione ideale per la sensazione di afa, ossia più vapore acqueo, sudore che evapora con difficoltà, corpo che fatica a raffreddarsi.
In presenza di un robusto anticiclone, ad esempio subtropicale, il temporale si sviluppa come proprio per ‘scaricare energia’, ma non è accompagnato da un vero ricambio di massa d’aria su larga scala. In quota infatti persiste aria molto calda, così come un coperchio comprime gli strati inferiori. In questo modo, dopo la pioggia, ci ritroviamo con aria ancora calda e, per di più, molto umida. La temperatura misurata dal termometro è più bassa rispetto a prima del temporale, ma l’indice di calore, cioè la temperatura percepita considerando l’umidità, può addirittura aumentare.
In ambiente urbano l’effetto è ancora più netto. Asfalti, edifici e infrastrutture accumulano calore durante le ore centrali del giorno e lo rilasciano lentamente dopo il tramonto. La pioggia non riesce a raffreddare in profondità queste superfici, mentre l’umidità aggiuntiva rimane intrappolata tra palazzi e strade poco ventilati. Ecco perché, rientrando a casa dopo il temporale, si ha spesso l’impressione di ‘entrare in una sauna’: meno sole, sì, ma aria più satura di vapore.
Quand’è, invece, che il temporale ‘rinfresca davvero’? Serve un cambio d’aria completo, non solo il passaggio di un singolo nucleo temporalesco. I casi in cui dopo la pioggia sentiamo finalmente sollievo sono quelli in cui, insieme ai rovesci, arriva anche una massa d’aria più fresca e secca, trasportata da correnti ben organizzate principalmente da nord o da ovest. In questi frangenti la temperatura diminuisce non solo al suolo, ma lungo tutta la colonna d’aria, la ventilazione aumenta e l’umidità relativa si riduce: l’afa viene spazzata via e la sensazione di benessere migliora in modo netto.
In sintesi, se il temporale nasce e muore dentro la stessa bolla di aria calda e umida, senza l’arrivo di correnti più fresche, l’effetto sulle nostre sensazioni può essere visto come un vero e proprio ‘bluff’: qualche grado in meno sul termometro, ma un carico di umidità in più che rende il post-temporale più pesante e ‘appiccicoso’ rispetto a prima.


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