Un nuovo farmaco sperimentale potrebbe aprire una prospettiva terapeutica rilevante per i pazienti con epatite cronica Delta, la forma più aggressiva di epatite cronica virale, per la quale le opzioni terapeutiche approvate restano ancora limitate. La molecola si chiama brelovitug ed è un anticorpo monoclonale anti-HBsAg completamente umano. I dati più recenti arrivano dallo studio clinico di Fase IIb AZURE-1 e sono stati presentati al Congresso dell’Associazione Europea per lo Studio del Fegato, EASL, che si è svolto a Barcellona dal 27 al 30 maggio. I risultati indicano che brelovitug ha mostrato un’elevata attività antivirale nei pazienti con epatite cronica da virus Delta, insieme a un miglioramento dei marcatori di danno epatico e a un profilo di sicurezza favorevole. In particolare, alla settimana 24 dello studio, il 100% dei pazienti trattati con brelovitug alla dose di 300 mg una volta a settimana ha raggiunto una risposta virologica, definita come riduzione di almeno 2 logaritmi della viremia rispetto al basale o non rilevabilità dell’RNA del virus Delta nel sangue.
Epatite cronica Delta, la forma più aggressiva di epatite virale
L’infezione cronica da virus dell’epatite Delta, o HDV, si sviluppa esclusivamente nelle persone già infette dal virus dell’epatite B, o HBV. Il virus Delta è infatti in grado di replicarsi autonomamente, ma ha bisogno dell’HBV per completare il proprio ciclo vitale. Per questo motivo, l’infezione riguarda esclusivamente pazienti HBsAg-positivi, cioè portatori cronici di epatite B. In queste persone, l’infezione da HDV rappresenta la forma di epatite cronica virale più severa e a più rapida progressione. Il rischio di evoluzione verso cirrosi epatica, insufficienza epatica e carcinoma epatocellulare è notevolmente più elevato rispetto alla sola infezione da HBV. Molti pazienti arrivano alla diagnosi di epatite Delta quando i danni al fegato sono già in fase avanzata, spesso con fibrosi significativa o cirrosi.
Epatite Delta, una malattia rara ma probabilmente sottodiagnosticata
Stabilire il numero esatto delle persone affette da epatite cronica Delta è estremamente difficile e la cifra resta oggetto di discussione scientifica. Secondo l’OMS, l’epatite cronica Delta interessa quasi il 5% delle persone con infezione cronica da virus dell’epatite B, pari a circa 12 milioni di individui nel mondo. Per questo motivo è considerata una malattia rara. La distribuzione geografica dell’HDV è disomogenea. Come emerge da uno studio pubblicato nel 2020 sul Journal of Hepatology, una prevalenza particolarmente elevata del virus è stata segnalata in Mongolia, in Moldavia e nei Paesi dell’Africa occidentale e centrale. In generale, si ipotizza una forte sottodiagnosi della condizione, tanto che le linee guida EASL raccomandano di eseguire lo screening per l’HDV in tutte le persone positive all’epatite B.
Epatite Delta in Italia, circa 3.000 pazienti stimati
Tra i Paesi in cui l’epatite Delta è diffusa c’è anche l’Italia, dove si ritiene che ci siano quasi 3.000 pazienti. Nel nostro Paese, la prevalenza della malattia si attesta attorno al 3,4% tra le persone HBsAg-positive. I pazienti seguiti nei centri specializzati nazionali risultano però più spesso di origine straniera, provenienti soprattutto dall’Est Europa, dall’Africa sub-sahariana e dall’Asia. Le modalità di trasmissione dell’HDV sono analoghe a quelle dell’epatite B. L’infezione da virus Delta colpisce categorie di popolazione fragili, tra cui migranti, anche per la mancanza in alcuni Paesi del vaccino contro l’epatite B, sex worker e tossicodipendenti, in particolare per l’uso di droghe iniettabili. Sono inoltre esposti al rischio conviventi di portatori cronici di HBV e soggetti a rischio di infezione per via parenterale.
Brelovitug, il nuovo anticorpo monoclonale anti-HBsAg
Brelovitug è un anticorpo monoclonale anti-HBsAg completamente umano di proprietà di Mirum Pharmaceuticals, che ne ha acquisito i diritti globali nel 2026 tramite l’acquisizione della biotech Bluejay Therapeutics, l’azienda che originariamente lo aveva sviluppato. Il farmaco si lega all’antigene di superficie del virus dell’epatite B, o HBsAg, una proteina presente nell’HBV ma anche nell’HDV. Questa proteina viene utilizzata dal virus Delta per diffondersi e infettare nuove cellule. Proprio per questo, il meccanismo d’azione di brelovitug rappresenta un approccio sperimentale mirato in una patologia per la quale resta elevato il bisogno clinico insoddisfatto. Brelovitug ha ricevuto la designazione di Breakthrough Therapy dalla Food and Drug Administration, FDA, statunitense e quella di farmaco orfano dall’Agenzia Europea per i Medicinali, EMA. La stessa EMA ha inoltre ammesso brelovitug nel proprio programma PRIME, pensato per accelerare il processo di regolamentazione di terapie che hanno il potenziale per rispondere a importanti bisogni medici insoddisfatti.
Studio AZURE-1, risposta virologica fino al 100% nei pazienti trattati
Lo studio di Fase IIb AZURE-1 ha coinvolto 53 pazienti con epatite cronica da HDV. Nelle prime 24 settimane di sperimentazione, i partecipanti sono stati suddivisi in tre gruppi per ricevere, in maniera randomizzata, due diversi schemi di dosaggio di brelovitug oppure nessun trattamento. Alla settimana 24, il 100% dei pazienti trattati con brelovitug alla dose di 300 mg una volta a settimana ha ottenuto una risposta virologica. La risposta era definita come riduzione di almeno 2 logaritmi della viremia rispetto al basale o non rilevabilità dell’RNA del virus Delta nel sangue. Nel gruppo trattato con brelovitug alla dose di 900 mg ogni quattro settimane, la risposta virologica è stata del 75%. Nel gruppo di controllo, non sottoposto a trattamento, non è stata invece osservata alcuna risposta.
Miglioramento dei marcatori di danno epatico e sicurezza favorevole
Oltre alla soppressione virale, lo studio AZURE-1 ha valutato un endpoint composito costituito da risposta virologica e normalizzazione dell’alanina aminotransferasi, ALT, un esame indicativo di infiammazione e danno epatico. Questo endpoint è stato raggiunto da una quota significativa dei pazienti trattati con brelovitug: il 45% nel gruppo che ha ricevuto la dose da 300 mg una volta a settimana e il 35% nel gruppo trattato con la dose da 900 mg ogni quattro settimane. Nessun paziente nel gruppo di controllo ha ottenuto lo stesso risultato. Il trattamento con il nuovo anticorpo monoclonale è stato generalmente ben tollerato in entrambi i gruppi di dosaggio, senza segnali di sicurezza tali da interrompere la sperimentazione. Al termine delle prime 24 settimane dello studio AZURE-1, i pazienti con HDV appartenenti al gruppo di controllo sono stati avviati alla terapia con brelovitug nella dose da 300 mg una volta a settimana.
Brelovitug verso la Fase III: i prossimi passi del programma AZURE
“I risultati di AZURE-1 rafforzano il potenziale di brelovitug come monoterapia efficace e ben tollerata in grado di rispondere a un’esigenza clinica ancora insoddisfatta nell’epatite Delta”, ha dichiarato Nancy Shulman, Executive Vice President of Clinical Development di Mirum. Il programma AZURE sta ora proseguendo con gli studi di Fase III, i cui risultati preliminari sono attesi nella seconda metà del 2026. In caso di esiti positivi, l’azienda potrebbe procedere con la richiesta di approvazione di brelovitug alla Food and Drug Administration, FDA, statunitense.
Lampertico: “dati preliminari estremamente incoraggianti”
“I dati preliminari dello studio AZURE-1 presentati al congresso EASL 2026 sono estremamente incoraggianti”, ha affermato il professor Pietro Lampertico, Ordinario di Gastroenterologia all’Università degli Studi di Milano e direttore della S.C. di Epatologia della Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano. “La sperimentazione ha dimostrato elevati tassi di risposta virologica e biochimica in pazienti con epatite cronica Delta trattati con brelovitug in monoterapia per 24 settimane. Se questi risultati saranno confermati dallo studio registrativo di Fase III che è in corso, questo nuovo farmaco permetterà di ottimizzare il trattamento e la gestione dei pazienti con epatite cronica da HDV”. Le parole del professor Lampertico sottolineano il valore clinico dei risultati osservati nello studio di Fase IIb, soprattutto in una patologia come l’epatite cronica Delta, caratterizzata da rapida progressione e da limitate alternative terapeutiche approvate.
Kushner: “forte attività antivirale e miglioramento dei marcatori epatici”
“L’epatite cronica Delta rimane la forma più aggressiva di epatite virale e sono urgentemente necessari nuovi approcci terapeutici”, ha detto la professoressa Tatyana Kushner, della Divisione di gastroenterologia ed epatologia della Weill Cornell Medicine di New York. Secondo la specialista, i dati di brelovitug “dimostrano una forte attività antivirale insieme a un miglioramento dei marcatori epatici, indicatori chiave di beneficio clinico per i pazienti”. Il dato assume particolare rilievo perché combina la riduzione della replicazione virale con segnali di miglioramento biochimico, misurati attraverso la normalizzazione dell’ALT, uno dei principali marcatori utilizzati per valutare infiammazione e danno epatico.
Cohen: “un passo avanti per una comunità di pazienti spesso trascurata”
Per Chari A. Cohen, Presidente della Hepatitis B Foundation, “le persone affette da HDV affrontano un grave carico di malattia con opzioni terapeutiche limitate. Progressi come quelli osservati con brelovitug rappresentano un importante passo avanti verso il miglioramento degli esiti clinici per questa comunità di pazienti spesso trascurata”. L’avanzamento del programma clinico di brelovitug si inserisce dunque in un contesto di forte bisogno terapeutico. L’epatite cronica Delta resta una patologia rara, aggressiva e spesso diagnosticata tardivamente, ma i risultati dello studio AZURE-1 indicano che il nuovo anticorpo monoclonale anti-HBsAg potrebbe rappresentare una nuova opzione di trattamento, qualora i dati vengano confermati negli studi registrativi di Fase III.


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