La notte del 25 luglio 1956 il transatlantico italiano Andrea Doria, considerato uno dei gioielli della marina mercantile nazionale, scomparve tra le acque dell’Oceano Atlantico. A circa 80 km dall’isola di Nantucket, sulla costa orientale degli Stati Uniti, la nave entrò in collisione con il piroscafo svedese Stockholm. L’incidente causò la morte di 51 persone e divenne uno dei più noti naufragi della storia della navigazione del Novecento. Varata nel 1951 e inaugurata 2 anni dopo, l’Andrea Doria rappresentava l’Italia che si stava rialzando dopo la Seconda Guerra Mondiale. Elegante, moderna e ricca di opere d’arte e innovazioni tecnologiche, era il fiore all’occhiello della flotta della Società Italia di Navigazione e collegava regolarmente Genova a New York, trasportando passeggeri provenienti da tutto il mondo.
La sera del 25 luglio, mentre procedeva verso New York, il transatlantico incontrò una fitta nebbia. Nello stesso tratto di mare navigava la Stockholm, diretta in Europa. Nonostante entrambe le navi fossero dotate di radar, una serie di errori nella valutazione delle rispettive rotte e delle distanze portò a una drammatica collisione. La prua rinforzata della nave svedese penetrò profondamente nello scafo dell’Andrea Doria, aprendo una vasta falla sul lato di dritta.
L’impatto provocò un rapido sbandamento della nave italiana, rendendo inutilizzabili molte delle scialuppe di salvataggio. Nonostante la gravità della situazione, l’equipaggio riuscì a mantenere la calma e a coordinare un’evacuazione che ancora oggi viene ricordata come un esempio di efficienza e coraggio. Decisivo fu anche l’intervento di diverse imbarcazioni accorse in soccorso, tra cui il transatlantico francese Île de France, che contribuì a mettere in salvo centinaia di passeggeri. Dopo oltre 10 ore di agonia, nelle prime ore del mattino del 26 luglio, l’Andrea Doria si inclinò definitivamente e scomparve sotto la superficie dell’Atlantico. La maggior parte delle persone a bordo fu salvata, ma il bilancio finale fu di 51 vittime, tra passeggeri e membri degli equipaggi delle 2 navi.
L’inchiesta che seguì evidenziò una combinazione di fattori, tra cui errori umani, interpretazioni non corrette delle informazioni radar e difficoltà di comunicazione. La tragedia contribuì a rafforzare le norme internazionali sulla sicurezza della navigazione, favorendo il miglioramento delle procedure di utilizzo del radar, dell’addestramento degli equipaggi e dei protocolli per evitare collisioni in condizioni di scarsa visibilità.


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