Il 28 luglio 1987, alle 07:23 del mattino, la Valtellina fu teatro di una delle più gravi catastrofi naturali della storia italiana del secondo dopoguerra. Dopo giorni di piogge incessanti, una gigantesca frana si staccò dal versante del Monte Zandila, travolgendo i piccoli centri di Sant’Antonio Morignone e Aquilone, nel Comune di Valdisotto, in provincia di Sondrio. In pochi istanti, case, strade e attività furono sepolte da milioni di metri cubi di roccia e detriti, provocando decine di vittime e numerosi dispersi.
L’evento si inserì in un quadro meteorologico già estremamente critico. Nell’estate del 1987, precipitazioni eccezionali colpirono l’intera Valtellina, causando esondazioni dei corsi d’acqua, smottamenti e diffuse frane. Il terreno, ormai saturo d’acqua, perse progressivamente stabilità fino al crollo del versante montuoso che generò una massa di detriti capace di spazzare via interi abitati. La frana non provocò soltanto la distruzione dei 2 paesi, ma sbarrò anche temporaneamente la valle, alterando il corso del torrente e creando un grave rischio idraulico. Migliaia di persone furono evacuate dalle aree circostanti per il timore di ulteriori cedimenti e possibili allagamenti, mentre i soccorritori operarono in condizioni estremamente difficili per raggiungere le zone isolate e cercare eventuali superstiti.
L’alluvione della Valtellina rappresentò un punto di svolta nella percezione del rischio idrogeologico in Italia. La tragedia mise in evidenza quanto la combinazione tra eventi meteorologici estremi e fragilità del territorio potesse trasformarsi in una calamità di enormi proporzioni. Negli anni successivi furono rafforzati i sistemi di monitoraggio dei versanti, i piani di protezione civile e gli interventi di consolidamento delle aree più esposte a frane e alluvioni.


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