Negli ultimi giorni molti lettori ci hanno scritto chiedendo se il nord Italia stia rivivendo la stessa, grave siccità del 2022 e quanto sia ‘al sicuro’ il Po dopo l’inverno nevoso appena trascorso. È una domanda legittima, perché i segnali di stress idrico tornano a farsi vedere proprio mentre il caldo estremo accelera la fusione della neve sulle Alpi e sugli Appennini, cambiando in poche settimane il quadro di partenza che sembrava finalmente più rassicurante rispetto agli ultimi anni.
Nel corso del 2026 il Po è tornato, almeno inizialmente, vicino ai livelli medi storici grazie a un inverno finalmente generoso di nevicate. Questo ha permesso di recuperare parte del deficit accumulato nelle ultime stagioni, offrendo una boccata d’ossigeno alle risorse idriche del nord Italia.
C’è però un rovescio della medaglia: il grande caldo delle ultime settimane ha accelerato in modo netto la fusione della neve, soprattutto alle medie quote. Nel grafico dell’equivalente idrico nivale del bacino del Po di FONDAZIONE CIMA, la linea arancione che rappresenta la stagione in corso mostra un picco invernale in linea con la banda grigia della media storica, ma una discesa molto più rapida a partire dalla primavera. La neve accumulata non è ‘sparita’, è semplicemente defluita verso fiumi e laghi prima del solito, concentrando in poche settimane un apporto che normalmente si spalma su un periodo più lungo.

La linea azzurra relativa al 2025, visibile nello stesso grafico, racconta una storia diversa: una stagione con uno SWE sotto media fin dall’inverno e una riserva nivale già ridotta prima ancora dell’inizio della fusione. Ancora più critica era stata la situazione del 2022, quando il bacino del Po si era ritrovato con un deficit di neve di oltre il 60% rispetto alle medie climatologiche, condizione che aveva aperto la strada alla grave crisi idrica estiva al Nord. Nel 2026, invece, siamo partiti da un accumulo nettamente migliore: la neve c’era, ma è stata trasformata in acqua in tempi stretti, spinta da temperature superiori alla media e precipitazioni poco generose in primavera.
Oggi il Po non sta vivendo la stessa emergenza nivale del 2022, o perlomeno non ancora. La risorsa nivale accumulata lo scorso inverno ha contribuito a sostenere le portate fluviali e a tamponare, almeno in parte, gli effetti della siccità precedente. Ma lo SWE residuo a fine stagione risulta comunque decisamente inferiore alla media, con un deficit nazionale intorno al –48% e un calo rapido anche sul bacino del Po. In altre parole, il ‘serbatoio neve’ ha funzionato, ma si sta svuotando troppo in fretta.
Per il ciclo dell’acqua questo comportamento è cruciale: una fusione sprint concentra i volumi durante la stagione primaverile e riduce la capacità della neve di ‘alimentare’ gradualmente i corsi d’acqua durante l’estate. Se poi alle ondate di caldo si sommano settimane secche, con poche piogge organizzate, il rischio è di ritrovarsi a luglio e agosto con portate fluviali deboli e livelli di invasi sotto le attese, nonostante un inverno apparentemente favorevole. È uno scenario diverso da quello del 2022, ma che può comunque spingere il nord Italia verso condizioni di scarsità idrica se il pattern atmosferico rimane bloccato su temperature elevate e alta pressione.


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