Ieri Tadej Pogačar ha infranto uno dei limiti più sacri del ciclismo mondiale: il record di scalata dell’Alpe d’Huez, appartenuto per decenni al mitico Marco Pantani. Tuttavia, per comprendere la reale portata di questo evento sportivo e renderle giustizia da una prospettiva d’indagine, è necessario abbandonare la semplice lettura del cronometro e addentrarsi nei meandri della biomeccanica, della fisica e della fisiologia umana. L’analisi cruda dei dati, priva di contesto, risulta infatti fuorviante.
Occorre anzitutto una precisazione metodologica: i tempi di scalata dell’Alpe d’Huez non costituiscono record ufficiali omologati come quelli dell’atletica leggera, poiché possono variare di alcuni secondi in base al punto esatto dal quale si avvia il rilevamento. Pogačar ha fermato il cronometro su un tempo eccezionale. Il raffronto con le migliori prestazioni storiche evidenzia l’entità del miglioramento, ma anche quanto le prestazioni passate fossero straordinarie per la loro epoca. Ecco le dieci migliori scalate di tutti i tempi:
- Tadej Pogačar (2026): 35’27”
- Marco Pantani (1995): 36’40”
- Marco Pantani (1997): 36’53”
- Marco Pantani (1994): 37’15”
- Lance Armstrong (2004): 37’36”
- Jan Ullrich (1997): 37’40”
- Remco Evenepoel (2026): 37’55”
- Lance Armstrong (2001): 38’03”
- Miguel Indurain (1995): 38’04”
- Alex Zülle (1995): 38’04”
Si può notare che tra i primi dieci, due posizioni (la prima e la settima) sono della tappa di ieri, ben tre (seconda, nona e decima) della tappa del 1995, altre due (terza e sesta) della tappa del 1997. Curioso anche come Pantani si sia mantenuto più o meno sempre sullo stesso tempo, considerando le differenze di percorso della tappa, strategia della corsa e chilometraggio, tra 1994, 1995 e 1997. Purtroppo non ha scalato l’Alpe d’Huez nel 1998 e nel 1999 che sono stati senza ombra di dubbio i suoi due anni migliori, altrimenti avrebbe potuto fare ancora meglio.
La differenza tra l’attuale primato e quello storico del 1995 è di circa 81 secondi, pari ad appena il 3,7% del tempo impiegato da Pantani. Sulla salita ufficialmente indicata in 13,7 chilometri all’8,1% di pendenza media, ciò equivale, approssimativamente, a passare da una velocità di 22,3 km/h a oltre 23,1 km/h, con una VAM (Velocità Ascensionale Media) prossima ai 1.880 m/h.
La dinamica dei fluidi e il vantaggio del “treno”
Il dato cronometrico in sé non racconta la profonda differenza tattica e fisica delle due prestazioni. Su una salita all’8%, la forza di gravità è naturalmente la principale componente resistiva; tuttavia, viaggiando a velocità superiori ai 23 km/h, la resistenza aerodinamica cessa di essere un fattore trascurabile e diventa determinante. In questo ambito, l’efficienza risiede nel concetto fisico del drafting (la scia).
Ieri Pogačar ha beneficiato di una squadra fortissima, la UAE Team Emirates, che ha imposto un ritmo scientificamente calcolato, tirando a ritmo forsennato nei primi chilometri della salita. Essere “protetti” dall’impatto con l’aria, anche in salita a quelle velocità, permette un risparmio energetico misurabile in decine di watt. Al contrario, Marco Pantani nel 1995 era un “outsider“: la sua ascesa fu il frutto di un attacco solitario, scattando dalle retrovie e affrontando il vento frontalmente, senza alcun treno a fargli da scudo. La spesa energetica complessiva di un’azione individuale è nettamente superiore rispetto a una prestazione parzialmente in scia, a parità di velocità di ascesa.
Tappe a confronto: dislivello e depauperamento
La tappa di ieri misurava appena 127,9km con circa 3.500 metri di dislivello. Al contrario, la tappa vinta da Pantani nel 1995 era lunga oltre 160km, comprendeva tre grandi ascese alpine e si concluse dopo più di 5 ore di logorante corsa. Dal punto di vista della fisiologia metabolica, i due sforzi non sono affatto sovrapponibili. Pogačar ha compiuto la sua scalata al termine di una frazione molto più breve, per quanto collocata alla diciannovesima tappa del Tour. Il ciclismo moderno porta l’atleta ai piedi dell’ultima salita con riserve di glicogeno muscolare significativamente meno depauperate. Le condizioni dell’asfalto odierno e il percorso precedente impediscono qualsiasi equivalenza assoluta in termini di dispendio calorico puro.
Tre decenni di evoluzione tecnologica
Pogačar non ha affrontato l’Alpe d’Huez con i mezzi, le conoscenze e l’organizzazione del 1995. Alle sue spalle vi sono tre decenni di evoluzione cumulativa nello sport: misurazione sistematica della potenza, pianificazione scientifica dei carichi e analisi metaboliche. La nutrizione ha subìto una rivoluzione radicale: le miscele ad altissima disponibilità glucidica permettono oggi di assorbire fino a 120 grammi di carboidrati l’ora, ritardando l’esaurimento. A questo si aggiunge l‘ingegneria: abbigliamento testato in galleria del vento, pneumatici a bassissima resistenza al rotolamento e telai progettati mediante fluidodinamica computazionale (CFD). La scienza sportiva considera ormai questi elementi sinergici, capaci di trasformare una moltitudine di vantaggi marginali in un enorme guadagno cronometrico.
È precisamente qui che il nuovo primato cessa di essere una confutazione di Pantani e diviene, piuttosto, la sua più solenne certificazione. È un progresso immenso, ma sorprendentemente contenuto se rapportato ai 31 anni trascorsi: per cancellare il primato del “Pirata” sono occorsi tre decenni di innovazione scientifica e il più dominante corridore della propria generazione (e probabilmente di tutta la storia del ciclismo). Tutto ciò per guadagnare poco più di un minuto.
Il 35’29” di Pogačar non dimostra che il 36’50” di Pantani fosse antiquato. Rivela quanto quel tempo fosse eccezionale rispetto agli standard della sua epoca, quanto Pantani avesse proiettato la prestazione verso un futuro che il ciclismo avrebbe impiegato generazioni a raggiungere. Pogačar ha conquistato l’Alpe d’Huez; ma, nello stesso istante, ha restituito la reale misura di quella di Pantani, fornendogli un termine di paragone degno.
I record, in qualsiasi settore, sono fatti per essere battuti. Ma quanto tempo resistono e chi riesce a batterli fa la differenza. E per Pantani, Pogacar dopo 31 anni è la più grande certificazione di grandezza.



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