La vernice più nera del mondo potrebbe risolvere il problema più pressante per l’astronomia

Dalla vernice Vantablack un aiuto contro l'inquinamento luminoso dei satelliti: una nuova versione, composta da nanotubi di carbonio, ha dimostrato, in test effettuati in laboratorio, che satelliti così rivestiti riflettono solo il 2% della luce

L’inquinamento luminoso provocato dai satelliti, il problema più pressante per l’astronomia, interferisce con un numero significativo di immagini acquisite dagli osservatori terrestri. Attualmente, il numero di satelliti in orbita ammonta a circa 14mila, e le attuali proposte per nuovi lanci potrebbero far salire tale cifra a oltre 1,7 milioni di unità, amplificando enormemente il problema. Ora una soluzione potrebbe arrivare dalla vernice più nera del mondo, nota con il nome di Vantablack: una nuova versione di questo materiale, composto da nanotubi di carbonio, ha dimostrato, in test effettuati in laboratorio, che satelliti così rivestiti riflettono solo il 2% della luce. Il risultato è stato pubblicato sulla rivista Monthly Notices of the Royal Astronomical Society da un gruppo di ricercatori guidato dall’Università britannica del Surrey.

Il cielo notturno è una delle finestre più antiche dell’umanità sull’Universo – afferma Astha Chaturvedi, che ha guidato lo studio – ma sta diventando sempre più difficile vederlo”. Per questo motivo, i ricercatori hanno messo a punto una formulazione specifica di uno dei materiali più neri mai sviluppati, chiamata Vantablack 310. Le simulazioni hanno permesso di valutare le prestazioni di questo rivestimento in diversi punti dell’orbita poiché, ad esempio, un satellite riflette più luce quando si trova a passare sopra la neve piuttosto che sopra l’oceano.

Nelle condizioni peggiori possibili, il Vantablack 310 ha registrato valori appena al di sotto della soglia raccomandata dall’Unione Astronomica Internazionale, e molto superiori a quelli ottenuti da un satellite della costellazione Starlink di SpaceX privo di qualsiasi rivestimento. Gli autori dello studio sottolineano, tuttavia, che le performance del materiale devono ancora essere messe alla prova in condizioni reali nello spazio.