L’intelligenza artificiale può “vedere” la vita aliena anche quando non c’è

Uno studio della Michigan State University rivela che i sistemi di IA impiegati nella ricerca di biofirme possono essere ingannati, aumentando il rischio di falsi allarmi nelle future missioni spaziali

L’intelligenza artificiale è considerata una delle tecnologie più promettenti per aiutare gli scienziati nella ricerca di vita extraterrestre. Grazie alla sua capacità di analizzare enormi quantità di dati e riconoscere schemi complessi, l’IA potrebbe svolgere un ruolo chiave nelle future esplorazioni del Sistema solare e dei pianeti oltre i suoi confini. Un nuovo studio della Michigan State University però lancia un importante campanello d’allarme: questi sistemi possono essere facilmente ingannati, fino a “credere” di aver individuato tracce di vita dove in realtà non esistono. La ricerca, che sarà presentata alla Conferenza sulla Vita Artificiale 2026 in programma ad agosto a Waterloo, in Canada, mette in evidenza una criticità che potrebbe avere conseguenze significative per le future missioni spaziali.

Attualmente non esistono prove definitive dell’esistenza di vita extraterrestre, ma la sua ricerca rappresenta uno degli obiettivi principali di numerosi programmi scientifici. Le missioni della NASA, presenti e future, analizzeranno campioni di suolo marziano, esploreranno le lune ghiacciate di Giove e Saturno e studieranno le atmosfere degli esopianeti alla ricerca di possibili biofirme, cioè indizi compatibili con la presenza di organismi viventi.

In questo contesto, i sensori supportati dall’intelligenza artificiale avranno il compito di interpretare dati estremamente complessi. Tuttavia, come sottolineano gli autori dello studio, non esiste una singola firma biologica in grado di certificare senza dubbi la presenza della vita. Gli scienziati devono quindi affidarsi a una combinazione di caratteristiche considerate tipiche degli organismi viventi. Una delle più importanti, spiega il coautore Christoph Adami, è la capacità della vita di codificare informazioni. Negli organismi terrestri questo ruolo è svolto da molecole come il DNA, che immagazzinano informazioni genetiche e sono in grado di replicarsi.

Per verificare quanto fosse affidabile un sistema di intelligenza artificiale nel riconoscere questa proprietà, i ricercatori hanno utilizzato Avida, un ambiente informatico che simula l’evoluzione di organismi digitali. In questo universo virtuale, programmi informatici si replicano, mutano e si evolvono in modo analogo agli organismi biologici.

Il team ha generato decine di migliaia di organismi digitali, alcuni capaci di autoreplicarsi e altri no, utilizzandoli per addestrare una rete neurale. Durante la fase di addestramento il sistema ha raggiunto un’impressionante accuratezza del 99,97%, dimostrando di distinguere quasi perfettamente le 2 categorie. I risultati sono però cambiati quando l’intelligenza artificiale è stata sottoposta a nuovi test. I ricercatori hanno modificato gradualmente il codice di organismi inizialmente classificati correttamente come incapaci di replicarsi. È bastato alterare poche istruzioni informatiche perché la rete neurale iniziasse a considerarli erroneamente come forme di vita autoreplicanti.

In appena 150 modifiche successive, il sistema è stato completamente tratto in inganno. Ancora più significativo è il fatto che l’esperimento abbia avuto successo in tutti i casi analizzati. “Indipendentemente dalla sequenza di comandi con cui iniziavamo, siamo riusciti a ingannare l’IA nel 100% dei casi“, ha spiegato il ricercatore Ankit Gupta.

Secondo gli autori, il numero di possibili sequenze capaci di confondere la rete neurale è enorme. Questo significa che, in un contesto reale, esiste una probabilità tutt’altro che trascurabile che un sistema di intelligenza artificiale possa interpretare erroneamente alcuni dati come prove di vita extraterrestre. Il rischio principale è quello dei cosiddetti falsi positivi: strumenti automatici potrebbero segnalare una scoperta rivoluzionaria che, dopo analisi più approfondite, si rivelerebbe infondata. Un’eventualità che potrebbe rallentare il lavoro scientifico e rendere ancora più complessa l’interpretazione dei dati raccolti nello Spazio.

Per questo motivo, i ricercatori intendono ora proseguire lo studio addestrando l’intelligenza artificiale con dati reali, anziché simulati, per valutare se anche in condizioni più vicine a quelle delle missioni spaziali il sistema rimanga vulnerabile a errori di classificazione. Lo studio non mette in discussione il valore dell’intelligenza artificiale nella ricerca della vita oltre la Terra, ma ricorda che nessun algoritmo può sostituire il rigore del metodo scientifico. Prima di annunciare una scoperta destinata a cambiare la nostra visione dell’universo, sarà necessario verificare ogni indizio con la massima cautela.