Gli uomini che corrono una maratona hanno circa il doppio delle probabilità rispetto alle donne di andare incontro a un crollo improvviso del ritmo nella seconda metà della gara, il fenomeno che i runner conoscono come “hitting the wall”, ovvero “sbattere contro il muro“. È la conclusione di un’ampia ricerca pubblicata sulla rivista Scientific Reports, parte del gruppo editoriale Nature, condotta da Beat Knechtle e colleghi su un campione senza precedenti per dimensioni. Gli autori suggeriscono che i maratoneti potrebbero ridurre questo rischio adottando una strategia opposta a quella istintiva: partire più lentamente e accelerare progressivamente nel corso della gara.
Cosa significa “sbattere contro il muro” nella maratona
Nel linguaggio del running, “hitting the wall” indica quel momento, spesso collocato oltre il trentesimo chilometro, in cui le gambe sembrano improvvisamente cedere e il passo rallenta in modo brusco e difficilmente recuperabile. A differenza delle gare più brevi, dove la prestazione dipende soprattutto dal massimo consumo di ossigeno (V̇O₂max) e dalla potenza muscolare, la maratona impone un vincolo fisiologico peculiare: il limite finito delle scorte di glicogeno, la forma in cui l’organismo immagazzina il glucosio come fonte di energia. Per questo il successo sulla distanza dei 42,195 chilometri non dipende soltanto da quanto velocemente si riesca a correre, ma da quanto efficientemente si riesca a gestire l’energia disponibile. La strategia di passo diventa così il fattore tattico più decisivo dell’intera prova.
Nello studio, i ricercatori hanno definito in modo operativo lo “sbattere contro il muro” come un rallentamento di almeno il 20% nella seconda metà della maratona rispetto alla prima. Si tratta di una soglia scelta sulla base della letteratura fisiologica, perché corrisponde alla magnitudine del calo di rendimento atteso quando l’organismo passa dall’utilizzo prevalente dei carboidrati a quello dei lipidi, una transizione metabolica che riduce la potenza sostenibile in misura compresa tra il 15 e il 25%.
Un archivio di 27 anni e quasi 900.000 arrivi
La forza dell’indagine sta nei numeri. Il gruppo di ricerca ha analizzato i tempi della Maratona di Berlino registrati tra il 1999 e il 2025, attingendo all’archivio ufficiale della corsa e ai dati raccolti tramite cronometraggio elettronico con transponder. Dopo la pulizia del dataset, sono stati inclusi nell’analisi 873.334 arrivi. In questo arco di tempo, il 76% dei partecipanti era di sesso maschile e oltre la metà del campione aveva un’età compresa tra i 35 e i 49 anni, a conferma del profilo maturo tipico di questa distanza. La scelta di Berlino non è casuale. La gara è una delle World Marathon Majors e vanta un percorso notoriamente pianeggiante e condizioni ambientali storicamente costanti, caratteristiche che riducono al minimo l’influenza dell’altimetria sulle scelte di passo e permettono di isolare meglio la variabile sesso. Va però precisato, come fanno gli stessi autori, che nell’analisi sono stati inclusi soltanto i runner che hanno tagliato il traguardo e che uno stesso atleta può comparire più volte negli anni, avendo corso diverse edizioni.
Più veloci ma meno costanti: il paradosso dei maratoneti uomini
Il dato più sorprendente emerge proprio dal confronto tra velocità assoluta e stabilità del ritmo. Gli uomini hanno chiuso la maratona, in media, più rapidamente delle donne: un tempo finale medio di quattro ore e due minuti contro le quattro ore e ventinove minuti delle runner. Eppure, nonostante questo vantaggio cronometrico, sono risultati molto più esposti al crollo. La prevalenza dello “sbattere contro il muro” è stata infatti del 17,63% tra gli uomini e del 9,66% tra le donne, una differenza che corrisponde a un Odds Ratio pari a 2,00: in termini concreti, per ogni donna che crolla nella seconda metà della Maratona di Berlino, due uomini vanno incontro allo stesso destino. Il rallentamento medio è risultato del 10,73% per i maratoneti contro l’8,34% delle maratonete, con una variabilità nettamente maggiore nel gruppo maschile, segno di esecuzioni di passo più irregolari e meno disciplinate.
Tra i più forti il divario esplode: sei volte più a rischio sotto le tre ore
Forse il risultato più controintuitivo dell’intero studio riguarda proprio gli atleti più performanti. Si tende infatti a credere che una preparazione fisiologica superiore e una maggiore esperienza proteggano dagli errori di passo. I dati raccontano l’opposto. Mentre l’incidenza assoluta del crollo diminuisce con l’aumentare della velocità, il divario relativo tra i sessi si amplia proprio ai vertici della prestazione. Nella categoria Competitive, quella dei runner capaci di scendere sotto le tre ore, gli uomini sono risultati circa sei volte più a rischio di andare incontro a una decelerazione catastrofica rispetto alle donne dello stesso livello: l’1,42% contro lo 0,23%. Un dato che, secondo gli autori, mette in discussione l’idea che gli errori di passo siano semplicemente frutto di inesperienza e suggerisce piuttosto che i maratoneti d’élite possano essere inclini ad adottare strategie ad alto rischio, correndo molto vicino al proprio limite fisiologico, spinti anche dalle dinamiche della competizione.
All’estremo opposto, nella categoria Casual (oltre le quattro ore e mezza), l’incidenza diventa drammatica in termini assoluti: quasi la metà dei runner uomini (41,62%) sbatte contro il muro, contro il 17,66% delle donne.
Quando e come arriva il crollo: l’analisi chilometro per chilometro
Per andare oltre il semplice esito finale, i ricercatori hanno studiato la forma del rallentamento lungo il percorso, analizzando i frazionari ogni cinque chilometri su un sottoinsieme di 856.759 arrivi. Anche in questo caso il passo maschile è risultato sistematicamente meno regolare di quello femminile. Gli uomini tendono a rallentare più tardi nel corso della gara, intorno al venticinquesimo chilometro, mentre le donne mostrano il punto di flesso più precocemente, attorno al ventesimo. Soprattutto, una quota maggiore di runner femminili riesce a mantenere un passo uniforme dall’inizio alla fine: il 52% delle donne, contro il 36% degli uomini, non presenta un punto di rallentamento netto e definito lungo il tracciato. Negli ultimi cinque chilometri, infine, il calo medio è stato del 18% per gli uomini e di circa il 13% per le donne, a riprova di una tenuta nettamente migliore della componente femminile nella fase decisiva.
Le possibili spiegazioni: dal glicogeno alla psicologia della gara
Perché questa differenza così marcata? Gli autori avanzano alcune ipotesi, distinguendo con prudenza tra meccanismi fisiologici e fattori comportamentali. Sul versante metabolico, ricerche precedenti indicano che le donne tendono a presentare tassi più elevati di ossidazione dei lipidi e una maggiore proporzione di fibre muscolari di tipo I, caratteristiche che favoriscono un risparmio di glicogeno. Conservando più a lungo questa preziosa riserva energetica, le maratonete riuscirebbero a ritardare l’insorgenza della fatica da deplezione, cioè proprio quel “muro” che spezza la gara di tanti uomini. Sul versante comportamentale, gli autori richiamano la letteratura di economia comportamentale, secondo cui gli uomini tenderebbero in media a sovrastimare le proprie capacità competitive e a tollerare un rischio maggiore nei contesti agonistici. In una prova autogestita come la maratona, questo potrebbe tradursi in partenze troppo aggressive e in una minore disciplina di passo. Si tratta, però, di un’interpretazione presentata esplicitamente come ipotesi da verificare: lo studio non ha raccolto misurazioni psicometriche dirette e non può quindi dimostrare questo legame.
I limiti dello studio e cosa resta da chiarire
Pur per la sua scala imponente, la ricerca presenta alcuni limiti che gli stessi autori sottolineano con chiarezza. Il dataset si basa esclusivamente sui tempi di arrivo e sui frazionari, senza misure fisiologiche dirette come frequenza cardiaca, lattato o livelli di glicogeno: la definizione di “muro” resta quindi un indicatore operativo del crollo, non la prova diretta dell’esaurimento del substrato energetico. Inoltre, l’analisi comprende soltanto chi ha completato la gara, escludendo i ritirati, il che potrebbe portare a sottostimare la reale frequenza dei collassi di passo. Infine, e non è dettaglio da poco, i risultati riguardano un solo percorso, quello di Berlino, e andranno confermati su altre maratone e in condizioni differenti.
Cosa possono imparare i runner
Al di là delle implicazioni scientifiche, lo studio offre un’indicazione pratica preziosa, soprattutto per i maratoneti uomini orientati a obiettivi cronometrici ambiziosi. Il suggerimento degli autori è di imitare l’approccio femminile: partenze conservative e ricerca del cosiddetto negative split, ovvero una seconda metà di gara corsa più velocemente della prima. Mentre gli uomini dispongono dei vantaggi fisiologici che fissano i limiti superiori della velocità assoluta, le donne sembrano possedere meccanismi di regolazione dell’energia più efficaci. Una lezione di umiltà e di gestione, che ricorda come la maratona, prima ancora che una sfida di potenza, sia una questione di strategia ed efficienza sull’intera distanza dei 42,195 chilometri.


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