Un trattamento prolungato con mesoglicano, un farmaco ad azione antitrombotica, potrebbe contribuire a ridurre in modo significativo le recidive della trombosi venosa superficiale nel lungo periodo, favorendo non solo il controllo della formazione di coaguli ma anche il recupero progressivo della parete dei vasi sanguigni danneggiati. È quanto emerge da uno studio italiano coordinato dall’Azienda ospedale-università di Padova e pubblicato sulla rivista scientifica eClinicalMedicine, appartenente al gruppo editoriale Lancet. La ricerca, che ha coinvolto 16 centri ospedalieri italiani, ha evidenziato una riduzione di circa il 30% degli eventi trombotici a 24 mesi nei pazienti trattati con mesoglicano rispetto a quelli che hanno ricevuto un placebo. Un risultato che rafforza l’ipotesi secondo cui il farmaco possa agire attraverso un meccanismo di accumulo, con un effetto riparatore sulla parete venosa che emerge lentamente nel tempo e che può mantenersi anche dopo la conclusione della terapia.
Lo studio italiano sulla prevenzione delle recidive della trombosi venosa superficiale
La ricerca ha coinvolto 553 pazienti con una recente diagnosi di trombosi venosa superficiale, una condizione caratterizzata dalla formazione di un coagulo all’interno delle vene superficiali, spesso degli arti inferiori. Tutti i partecipanti hanno inizialmente ricevuto il trattamento standard previsto dalle linee guida internazionali per la fase acuta della malattia: fondaparinux 2,5 mg al giorno per 45 giorni. Il fondaparinux è un farmaco utilizzato per prevenire la formazione di coaguli di sangue e per il trattamento delle trombosi. Terminata questa prima fase terapeutica, i pazienti sono stati assegnati casualmente a due gruppi distinti: uno ha proseguito con mesoglicano 50 mg due volte al giorno per 12 mesi, mentre l’altro gruppo ha assunto un placebo per lo stesso periodo. Dopo la fine del trattamento con mesoglicano o placebo, i partecipanti sono stati seguiti per ulteriori 12 mesi attraverso un follow-up clinico, arrivando così a una durata complessiva dello studio di 24 mesi. L’obiettivo era valutare l’efficacia del trattamento nel prevenire nuove manifestazioni della malattia anche oltre la fase immediatamente successiva alla terapia.
Il mesoglicano riduce le recidive e mostra un effetto protettivo nel tempo
I risultati hanno mostrato una differenza significativa tra i due gruppi. Nei pazienti trattati con mesoglicano è stata osservata una riduzione statisticamente significativa degli eventi, costituiti prevalentemente da recidive di trombosi venose superficiali, pari a circa il 30% a 24 mesi rispetto al gruppo placebo. Secondo quanto riportato da Giuseppe Camporese, primo autore dello studio e componente dell’Uoc Clinica Medica 1 a indirizzo trombotico-emorragico dell’Aou Padova, il trattamento ha confermato un profilo di efficacia e sicurezza nel lungo periodo. “Lo studio – aggiunge – ha rilevato inoltre un tasso di recidiva di eventi tromboembolici venosi a 24 mesi nei pazienti non trattati del 39%, molto più elevato rispetto a quanto riportato fino a oggi in studi precedenti”. Un dato particolarmente rilevante perché evidenzia come il rischio di nuove manifestazioni della malattia possa essere superiore rispetto alle stime disponibili finora nella letteratura scientifica.
Una nuova ipotesi: il farmaco potrebbe riparare la parete venosa danneggiata
Uno degli aspetti più importanti emersi dalla ricerca riguarda il possibile meccanismo d’azione del mesoglicano. Secondo gli autori, il farmaco non avrebbe soltanto un ruolo nel contrastare la formazione di nuovi coaguli, ma potrebbe intervenire anche sui processi che coinvolgono la parete delle vene dopo un episodio trombotico. L’ipotesi è che il trattamento prolungato consenta un progressivo recupero della funzionalità della parete venosa compromessa dalla malattia. Questo effetto potrebbe spiegare perché il beneficio clinico continui anche dopo la sospensione della terapia. Per Paolo Simini, direttore dell’Uoc Clinica Medica 1 e co-autore della pubblicazione, lo studio rappresenta un passaggio importante nella comprensione della gestione della trombosi venosa superficiale dopo la fase acuta. “Questo studio colma un’importante lacuna nelle conoscenze sulla gestione della trombosi venosa superficiale dopo la fase acuta della malattia. I risultati indicano che il mesoglicano non si limita a un effetto antitrombotico, ma sembra favorire un progressivo recupero della funzionalità della parete venosa danneggiata, traducendosi in una riduzione delle recidive nel lungo periodo. Si tratta di un approccio innovativo, fondato sulla protezione e sulla riparazione del vaso, che potrà contribuire a migliorare la qualità di vita dei pazienti e rappresentare un punto di riferimento per i futuri aggiornamenti delle linee guida internazionali”.
Una ricerca multicentrica che coinvolge l’Italia da Nord a Sud
Lo studio ha visto la partecipazione di numerosi centri clinici distribuiti sul territorio nazionale: Padova, Venezia, Mirano (Venezia), Conegliano (Treviso), Castelfranco Veneto (Treviso), Perugia, Roma, Napoli, Avellino, Palermo, Macerata, Ancona, Firenze, Bari, Avezzano (Aquila) e Varese. La dimensione multicentrica della ricerca ha permesso di raccogliere dati su una popolazione ampia di pazienti e di valutare gli effetti del trattamento in condizioni cliniche differenti, aumentando la solidità delle conclusioni.
Una lacuna ancora presente nelle linee guida internazionali
Nonostante la diffusione della trombosi venosa superficiale, fino a oggi mancavano indicazioni specifiche sulla prevenzione delle recidive dopo il trattamento della fase acuta. Le principali linee guida internazionali, infatti, non riportano raccomandazioni precise sulla gestione del rischio a lungo termine né indicazioni consolidate su eventuali strategie preventive. “A oggi nessuna linea guida internazionale riporta raccomandazioni o suggerimenti su come prevenire le recidive di trombosi venosa superficiale, né tantomeno viene riportato quale sia il reale tasso di incidenza di recidive nel lungo termine – sottolinea lo specialista – In letteratura sono disponibili solo dati da studi o registri retrospettivi, o da studi prospettici con un follow-up al massimo di 3 mesi dopo sospensione della terapia con il fondaparinux”. La nuova ricerca contribuisce quindi a colmare un vuoto conoscitivo importante, fornendo dati prospettici su un periodo di osservazione più lungo rispetto agli studi precedenti.
Verso un nuovo modello di trattamento basato sulla protezione del vaso
I risultati dello studio suggeriscono un possibile cambio di prospettiva nella gestione della trombosi venosa superficiale. L’approccio tradizionale è stato concentrato soprattutto sulla prevenzione della formazione dei coaguli, mentre il ruolo del mesoglicano potrebbe indicare una strategia più ampia, orientata alla protezione dei tessuti vascolari e al recupero della struttura della vena. La possibilità che un trattamento farmacologico possa intervenire sui danni residui lasciati dalla trombosi apre nuove prospettive per la prevenzione delle recidive e per il miglioramento della qualità di vita dei pazienti. I risultati dello studio italiano potranno contribuire alle future revisioni delle linee guida internazionali sulla gestione della malattia.


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