Microplastiche nel sangue: trovate nell’84% dei pazienti colpiti da infarto, lo studio italiano

Lo studio italiano pubblicato sull’European Heart Journal evidenzia un possibile legame tra micro e nanoplastiche, infiammazione e rischio cardiovascolare

Le microplastiche e le nanoplastiche potrebbero rappresentare un nuovo possibile fattore di rischio per la salute cardiovascolare. È questa la principale evidenza emersa da una ricerca italiana pubblicata sull’European Heart Journal, la rivista scientifica della Società europea di cardiologia, che ha individuato una presenza significativamente più elevata di particelle plastiche nel sangue coronarico dei pazienti colpiti da infarto miocardico acuto rispetto a persone con cardiopatia ischemica cronica o con coronarie sane. Lo studio, condotto da ricercatori della Sapienza Università di Roma, coordinati da Emanuele Barbato, insieme a studiosi dell’Università di Verona e del Centro di ricerca sull’inquinamento ambientale e le malattie cardiovascolari dell’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”, diretto da Giuseppe Paolisso insieme a Raffaele Marfella, aggiunge nuove evidenze sul possibile impatto dell’inquinamento ambientale sui meccanismi che favoriscono le malattie del cuore.

Microplastiche presenti nell’84% dei pazienti con infarto

La ricerca ha coinvolto 61 pazienti, dai quali sono stati raccolti campioni di sangue coronarico e sangue periferico, oltre a informazioni relative alle abitudini di fumo e all’esposizione all’inquinamento atmosferico sia nel giorno del prelievo sia nei due anni precedenti. Le analisi delle particelle plastiche sono state effettuate presso il centro di ricerca dell’Università Vanvitelli e hanno evidenziato differenze rilevanti tra i gruppi esaminati. Le microplastiche e nanoplastiche sono state rilevate nell’84% dei pazienti colpiti da infarto miocardico acuto, mentre la presenza è risultata inferiore nei soggetti con cardiopatia ischemica cronica, dove è stata registrata nel 40% dei casi, e nelle persone con coronarie normali, dove il dato si è fermato al 32%. Nei pazienti infartuati è stata inoltre osservata una maggiore varietà di polimeri plastici, con una prevalenza del polietilene, un materiale ampiamente utilizzato negli imballaggi e in numerosi prodotti di uso quotidiano.

Fumo, particolato atmosferico e plastica: una combinazione che aumenta il rischio

La ricerca ha messo in evidenza anche il ruolo dei fattori ambientali nel determinare l’accumulo di particelle plastiche nell’organismo. In particolare, l’esposizione al PM2,5, il particolato fine in grado di penetrare profondamente nell’apparato respiratorio e raggiungere il circolo sanguigno, sembra essere associata a una maggiore presenza di microplastiche nel sangue. “Chi vive in aree caratterizzate da elevate concentrazioni di Pm2,5, il particolato fine capace di penetrare nel circolo sanguigno, presenta una probabilità maggiore di accumulare microplastiche nel sangue”, rilevano gli esperti. Un dato ancora più marcato riguarda il rapporto tra fumo di sigaretta e presenza di particelle plastiche. Secondo gli autori dello studio, i fumatori mostrano “un rischio circa 6 volte superiore rispetto ai non fumatori”. I risultati suggeriscono quindi un possibile effetto combinato tra fumo, inquinamento atmosferico e microplastiche, tre elementi ambientali che potrebbero agire insieme aumentando il danno a livello cardiovascolare.

Microplastiche e infiammazione: il possibile meccanismo alla base del danno cardiovascolare

Uno degli aspetti più rilevanti emersi dalla ricerca riguarda il legame tra concentrazione di microplastiche nell’organismo e aumento dei livelli di infiammazione sistemica. Nei pazienti con maggiori quantità di particelle plastiche sono stati infatti rilevati livelli più elevati di alcuni importanti marcatori infiammatori, tra cui il fattore di necrosi tumorale alfa (Tnf-α) e l’interleuchina-6 (Il-6). Questi risultati indicano un possibile collegamento tra esposizione alle particelle plastiche e attivazione dei processi infiammatori coinvolti negli eventi cardiovascolari acuti, come l’infarto. Le microplastiche e le nanoplastiche sono ormai diffuse in tutti gli ecosistemi: si trovano nell’aria, nell’acqua e negli alimenti e negli ultimi anni sono state individuate anche in diversi organi e tessuti umani. La loro capacità di entrare nell’organismo e il loro possibile impatto sulla salute rappresentano oggi un tema centrale per la ricerca scientifica.

Lo studio apre nuovi scenari sul rapporto tra inquinamento e malattie cardiovascolari

Ad accompagnare la pubblicazione dello studio sull’European Heart Journal è stato un editoriale firmato dal gruppo di Andreas Daiber dell’Università Johannes Gutenberg di Magonza, in Germania, che richiama l’attenzione sulla progressiva frammentazione delle plastiche nell’ambiente e sulla loro diffusione ormai globale. L’indagine rappresenta una delle prime evidenze cliniche che collegano la presenza di microplastiche nell’organismo a una maggiore gravità dell’infarto del miocardio, anche se gli stessi autori sottolineano la necessità di ulteriori approfondimenti. “Pur trattandosi di uno studio condotto su un campione numericamente limitato – conclude la nota – va sottolineato che i risultati rappresentano una delle prime evidenze cliniche di una possibile associazione tra presenza di microplastiche nell’organismo e maggiore gravità di infarto del miocardio, aprendo nuovi scenari di ricerca sul rapporto tra inquinamento ambientale e salute cardiovascolare”. I risultati non stabiliscono ancora un rapporto diretto di causa-effetto tra esposizione alle plastiche ambientali e infarto, ma indicano una possibile associazione che potrebbe diventare un nuovo ambito di studio nella prevenzione delle malattie cardiovascolari e nella valutazione degli effetti dell’inquinamento sulla salute umana.