Perché un fulmine può essere letale in mare ma non in auto? La risposta è tutta nella fisica

L'acqua e gli spazi aperti favoriscono la propagazione della scarica elettrica, mentre la carrozzeria metallica dell'auto funziona come una gabbia di Faraday, proteggendo gli occupanti

Quando ci si chiede perché il mare aperto o una zona deserta non siano affatto sicuri durante un temporale, mentre la propria auto viene indicata come uno dei luoghi più protetti, la risposta sta tutta nella fisica del fulmine e nel modo in cui l’elettricità si distribuisce negli ambienti che ci circondano. In mare il rischio è particolarmente elevato perché l’acqua è un ottimo conduttore. Quando un fulmine colpisce la superficie marina, la scarica elettrica si espande lateralmente e può viaggiare per decine di metri, attraversando il corpo di chi si trova immerso.

Anche se il punto d’impatto non è esattamente sopra la testa del bagnante, la corrente che si propaga nell’acqua può comunque causare folgorazione, arresto cardiaco e altri gravi danni. Ed è proprio questa capacità del fulmine di ‘correre’ attraverso il mezzo liquido a rendere il mare e i laghi uno degli scenari più pericolosi in caso di temporale.

Fulmini in mare

Una situazione analoga si presenta negli spazi aperti e deserti, come una spiaggia senza strutture, un campo, un altopiano o una pianura priva di edifici. In questi contesti il corpo umano diventa spesso l’elemento più alto e sporgente rispetto al terreno circostante. Il fulmine, che tende a scaricarsi dove trova la via più semplice verso terra, può scegliere proprio quella figura isolata come bersaglio ideale. Anche quando la scarica non colpisce la persona in modo diretto, le correnti che si propagano lungo il suolo dal punto d’impatto possono attraversare il corpo, provocando traumi e danni neurologici. L’assenza di costruzioni o di strutture chiuse fa sì che non ci sia nulla a intercettare la scarica prima che arrivi all’individuo esposto.

Il quadro cambia completamente quando si parla di un’auto. Una vettura con carrozzeria metallica e tetto rigido si comporta, di fatto, come una gabbia di Faraday: la struttura esterna in metallo distribuisce la corrente sulla superficie e offre un percorso preferenziale al fulmine che, una volta colpito l’auto, scorre lungo lamiera, montanti e tetto per poi scaricarsi a terra. L’interno dell’abitacolo rimane così schermato e i passeggeri vengono protetti dall’azione diretta della scarica. È importante chiarire un punto spesso frainteso: non sono le gomme a salvare chi è in macchina. Gli pneumatici hanno un ruolo marginale nell’isolamento; la vera protezione nasce dalla geometria chiusa e dal materiale conduttore della carrozzeria, che guida la corrente all’esterno invece che attraverso le persone sedute all’interno.

Quando un fulmine colpisce un’auto, la scena dall’esterno può apparire impressionante, con scintille e rumore intenso, ma nella maggior parte dei casi all’interno non accade nulla di drammatico, a patto che siano rispettate alcune semplici accortezze. Restare seduti con porte e finestrini chiusi, evitare di toccare parti metalliche esposte come montanti o telaio delle portiere e attendere che il temporale si allontani permette di sfruttare appieno l’effetto gabbia dell’abitacolo. Per questo motivo, in molte linee guida di Protezione Civile, l’auto viene considerata un riparo sicuro, paragonabile a un edificio dotato di idonei sistemi di protezione dai fulmini.

Mare aperto, acqua e grandi spazi, invece, espongono direttamente la persona alla dinamica del fulmine, sia nella forma del colpo diretto sia attraverso le correnti che si diffondono nel suolo o nell’acqua. L’abitacolo di un’auto, al contrario, offre una barriera fisica ed elettrica che intercetta la scarica e la ‘obbliga’ a scorrere all’esterno, proteggendo chi si trova all’interno. È questa sottile, ma fondamentale, differenza nella distribuzione della corrente a spiegare perché in caso di temporale il mare e gli spazi aperti vadano evitati, mentre chiudersi in auto rappresenta una delle scelte più sensate e sicure.