Dopo le valutazioni negative espresse dall’Ispra e dalla Commissione europea, anche la Conferenza delle Regioni e delle Province autonome solleva una lunga serie di criticità sulla proposta di riforma della legge 157 del 1992, che disciplina la tutela della fauna selvatica e l’attività venatoria in Italia. La presa di posizione assume un peso particolare perché arriva dalle amministrazioni direttamente chiamate ad applicare gran parte della normativa sulla caccia, attraverso la definizione dei calendari venatori, la pianificazione faunistica, il rilascio delle autorizzazioni e l’organizzazione delle attività di controllo. A rendere ancora più significativa la valutazione è, secondo le associazioni, la tradizionale attenzione di molte amministrazioni regionali verso le istanze del mondo venatorio. Nel documento approvato il 23 luglio 2026, la Conferenza non mette in discussione la necessità di aggiornare una normativa risalente a oltre trent’anni fa, ma contesta numerose misure contenute nel nuovo testo. Le osservazioni riguardano sia gli aspetti amministrativi e gestionali sia la compatibilità della riforma con il diritto dell’Unione europea e con gli obiettivi di conservazione delle specie.
Riforma della legge 157, le Regioni contestano l’impianto del testo
La Conferenza delle Regioni dichiara di condividere l’obiettivo di un’evoluzione della normativa, alla luce dei cambiamenti ambientali e gestionali intervenuti dall’approvazione della legge 157 nel 1992. Regioni e Province autonome confermano anche la disponibilità a collaborare nella fase attuativa del provvedimento, trattandosi di una materia direttamente collegata alle competenze regionali. La valutazione complessiva, tuttavia, evidenzia difficoltà rilevanti. Pur non presentando formalmente una serie di proposte emendative, il documento individua numerosi problemi applicativi e chiede che venga salvaguardata la competenza specifica delle Province autonome. Il disegno di legge propone una revisione strutturale della disciplina venatoria e della tutela della fauna. Cambierebbe innanzitutto il titolo della legge, con l’inserimento del concetto di “gestione” accanto a quello di protezione della fauna selvatica. L’attività venatoria verrebbe inoltre indicata come uno degli strumenti che, entro i limiti previsti dalla normativa, può concorrere alla tutela della biodiversità e dell’ecosistema, mentre il valore delle tradizioni entrerebbe tra i criteri da considerare nella gestione. Tra le altre novità figurano la legalizzazione dell’utilizzo di visori ottici e optoelettronici, la revisione dell’impianto sanzionatorio e l’equiparazione automatica alle abilitazioni italiane dei titoli per l’esercizio venatorio rilasciati negli altri Paesi dell’Unione europea o dello Spazio economico europeo.
Richiami vivi e roccoli, rischio di nuove procedure di infrazione
Uno dei rilievi più netti riguarda la possibile riapertura degli impianti di cattura degli uccelli destinati a essere utilizzati come richiami vivi. I cosiddetti roccoli e le altre attività di cattura sono fermi da circa vent’anni proprio in seguito a una procedura di infrazione comunitaria. Secondo la Conferenza, la loro riattivazione potrebbe esporre nuovamente lo Stato italiano a contestazioni da parte delle istituzioni europee. Si tratta di una delle due disposizioni centrali della riforma che vengono sostanzialmente respinte dalle amministrazioni regionali, insieme alla possibilità di prolungare la stagione venatoria oltre la prima decade di febbraio. Il documento affronta anche gli aspetti pratici legati alla gestione dei richiami. Vengono manifestate perplessità sull’obbligo di consegnare agli enti competenti gli animali morti per ottenerne la sostituzione. Una procedura ritenuta difficilmente applicabile, anche per gli oneri logistici e igienico-sanitari derivanti dalla conservazione e dalla gestione delle carcasse negli uffici regionali. La Conferenza propone di valutare strumenti alternativi, come il tracciamento digitale o l’autocertificazione, ritenendo che le tecnologie già disponibili possano garantire trasparenza e monitoraggio senza imporre la presentazione fisica del richiamo deceduto. Viene invece condiviso il trasferimento alle Regioni della disciplina autorizzatoria, chiedendo però che il numero massimo degli appostamenti fissi venga determinato attraverso la pianificazione faunistico-venatoria regionale, tenendo conto della densità dei cacciatori e della tutela delle rotte migratorie.
Caccia oltre il 10 febbraio, il nodo della Direttiva Uccelli
La seconda misura duramente contestata è l’eliminazione del limite temporale che fissa alla prima decade di febbraio la chiusura della stagione venatoria. Secondo le Regioni, consentire il prolungamento della caccia potrebbe determinare un contrasto diretto con l’articolo 7 della Direttiva Uccelli, perché il mese di febbraio coincide con l’avvio della migrazione pre-riproduttiva di diverse specie. Il passaggio contenuto nella presa di posizione è particolarmente netto: “l’abolizione del limite della prima decade di febbraio per la chiusura della caccia – scrive la Conferenza – potrebbe comportare la violazione diretta dell’articolo 7 della Direttiva Uccelli, poiché eliminare il limite del 10 febbraio significa colpire gli uccelli in migrazione pre-riproduttiva, minando la conservazione delle specie”. La possibile estensione del calendario venatorio non viene quindi presentata soltanto come una questione organizzativa. Per la Conferenza potrebbe trasformarsi in un problema di compatibilità europea, con il rischio di nuove procedure di infrazione e di conseguenze dirette sulla conservazione degli uccelli selvatici durante una fase particolarmente delicata del loro ciclo biologico.
Demanio forestale, le Regioni chiedono valutazioni ecologiche e sicurezza
Un altro punto controverso è rappresentato dall’apertura generalizzata alla caccia programmata nel demanio forestale dello Stato, delle Regioni e degli altri enti pubblici. Secondo il documento, l’accesso venatorio a queste aree non dovrebbe avvenire automaticamente, ma essere subordinato a specifiche valutazioni ecologiche e a precise condizioni di sicurezza. Nei territori forestali, infatti, l’attività venatoria deve convivere con escursionismo, attività ricreative, lavori forestali e altre forme di utilizzo pubblico. La Conferenza chiede quindi cautela, sottolineando la necessità di valutare preventivamente la compatibilità della caccia con le caratteristiche ambientali delle singole aree e con la sicurezza delle persone che frequentano i boschi per ragioni diverse dall’attività venatoria.
Esclusione delle Province e raccolta dei dati faunistici
Forti perplessità riguardano anche l’esclusione delle Province dal processo di pianificazione e coordinamento territoriale. Secondo la Conferenza, le Province rappresentano il livello di governo più vicino ai territori e la loro estromissione rischierebbe di produrre frammentazione amministrativa. La conseguenza potrebbe essere una minore capacità di adattare gli interventi alle diverse condizioni locali e una riduzione dell’efficienza nella raccolta dei dati sulla fauna e sull’attività venatoria. Informazioni che risultano fondamentali per programmare i prelievi, valutare lo stato delle popolazioni animali e verificare gli effetti delle decisioni adottate. Le Regioni condividono la necessità di assicurare un monitoraggio rigoroso e il rispetto degli obblighi europei, ma giudicano sproporzionata la formulazione del potere sostitutivo statale, che prevede un intervento congiunto del Ministero dell’Agricoltura e del Ministero dell’Ambiente entro tre mesi. La richiesta è di concedere alle amministrazioni regionali più tempo per raccogliere ed elaborare i dati e di introdurre un confronto preventivo prima di una diffida formale, in modo da verificare le ragioni degli eventuali ritardi e concordare un piano per la trasmissione delle informazioni.
Territori vincolati, dubbi sulla nuova soglia prevista dalla riforma
Il documento critica inoltre la sostituzione della soglia certa del 40% del territorio con la formula più generica della “maggior parte del territorio interessato”. Secondo la Conferenza, questa formulazione introdurrebbe un elemento di forte indeterminatezza giuridica, rendendo più complessa l’attività istruttoria degli uffici regionali. L’innalzamento della quota potrebbe inoltre rendere più difficile per le comunità locali e per i proprietari dei terreni opporsi all’introduzione di vincoli sui propri fondi. Il rischio indicato è quello di comprimere la partecipazione e la concertazione democratica nelle decisioni che interessano direttamente la gestione del territorio e la pianificazione faunistico-venatoria.
Forme esclusive di caccia, allarme per l’aumento della pressione venatoria
La Conferenza si oppone anche all’eliminazione dell’obbligo per i cacciatori di scegliere in via esclusiva una determinata forma di caccia. Il mantenimento di questo vincolo viene considerato funzionale alla programmazione e soprattutto alle attività di vigilanza. La sua soppressione potrebbe permettere una maggiore mobilità tra differenti modalità venatorie, con il conseguente aumento della pressione sugli animali e sul territorio. Secondo le Regioni, un sistema meno vincolato renderebbe inoltre più difficile il lavoro degli organi incaricati dei controlli, complicando il monitoraggio delle attività e la verifica del rispetto delle autorizzazioni e dei limiti previsti dalla normativa.
Caccia sulla neve, rischio di abbattimenti indiscriminati
Tra le misure contestate rientra la possibilità di autorizzare la caccia al cinghiale in braccata sui terreni innevati. La Conferenza segnala innanzitutto un grave pericolo per la sopravvivenza della piccola fauna stanziale, particolarmente vulnerabile durante le fasi caratterizzate da neve e basse temperature. La presenza del manto nevoso riduce drasticamente le possibilità di fuga degli animali, rendendo più semplice il loro inseguimento e la loro individuazione. La caccia in queste condizioni potrebbe quindi tradursi in abbattimenti indiscriminati e non selettivi, in contrasto con i principi della gestione faunistica. Nel documento vengono richiamati espressamente i rischi di uccisione di cuccioli e femmine gravide, oltre alle conseguenze per le altre specie che condividono lo stesso ambiente e che potrebbero essere disturbate o colpite durante le braccate.
Deroga sullo storno, contestata la distanza fissa di 500 metri
Un’ulteriore criticità riguarda la deroga prevista per il contenimento dello storno entro una distanza fissa di 500 metri dalle coltivazioni. Le Regioni osservano che non emergono basi scientifiche sufficienti per giustificare una quantificazione uniforme della distanza. Applicare in modo generalizzato il limite dei 500 metri, senza considerare le caratteristiche ambientali e agricole delle diverse zone, potrebbe esporre ancora una volta l’Italia a censure da parte delle istituzioni europee.
Lupo, oca selvatica e piccione di città tra le modifiche previste
Il testo della riforma interviene anche sull’elenco delle specie protette e cacciabili. Il lupo verrebbe rimosso dall’elenco delle specie particolarmente protette, mentre l’oca selvatica e il piccione di città entrerebbero tra le specie cacciabili. La proposta eliminerebbe inoltre l’obbligo tassativo di uniformarsi ai pareri dell’Ispra nelle decisioni riguardanti la gestione venatoria. Nei pressi degli aeroporti, le attività finalizzate alla sicurezza verrebbero estese a tutta la fauna selvatica e alle specie domestiche inselvatichite. Viene anche rimosso il vincolo del “senza fini di lucro” per le Aziende faunistico-venatorie, mentre nelle Aziende agro-turistico-venatorie diventerebbe possibile estendere il periodo di caccia dopo una Valutazione di incidenza ambientale.
Sciacallo dorato, la richiesta di una gestione basata sui dati scientifici
Una posizione differente viene espressa sullo sciacallo dorato. La Conferenza chiede che la specie venga eliminata dall’elenco della fauna particolarmente protetta, ricordando che è inserita nell’allegato V della Direttiva Habitat, insieme a specie il cui prelievo in natura può essere sottoposto a misure di gestione. Il documento evidenzia la progressiva espansione dello sciacallo dorato nel Nord Italia, in particolare nel territorio della Provincia autonoma di Bolzano. L’aumento della sua presenza viene collegato alle crescenti interazioni con le attività agricole e zootecniche e ai possibili impatti sulla fauna selvatica e sugli allevamenti di piccole dimensioni. L’eventuale introduzione di strumenti di gestione dovrebbe comunque avvenire, secondo le Regioni, sulla base delle evidenze scientifiche e dei risultati delle attività di monitoraggio, seguendo modalità già utilizzate in altri Stati membri dell’Unione europea.
Le associazioni chiedono il ritiro definitivo della proposta
La valutazione della Conferenza delle Regioni viene interpretata dalle associazioni come la conferma del fallimento tecnico della riforma. Dopo i rilievi della Commissione europea e dell’Ispra, le contestazioni provenienti dai soggetti istituzionali incaricati di applicare la legge colpiscono infatti proprio gli elementi centrali del provvedimento: richiami vivi, calendario venatorio, pianificazione territoriale, vigilanza e tutela delle specie. “Quella della Conferenza delle Regioni – commentano le associazioni – dopo Commissione europea e Ispra, è una nuova e clamorosa conferma della gravità di questo testo, che arriva stavolta direttamente dai soggetti attuatori della legge, e tocca i punti cruciali del testo. Il tentativo di riforma è tecnicamente fallito. È ora che la proposta sia definitivamente abbandonata”.


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