Riscaldamento globale, la provocazione del Prof. Franco Battaglia: il caldo può davvero salvare vite umane? Cosa confermano e cosa smentiscono gli studi scientifici

Criticare il modo in cui vengono presentati i dati climatici potrebbe essere legittimo, ma questo non mette in discussione le solide evidenze scientifiche che confermano il cambiamento climatico

Nel dibattito sul riscaldamento globale non contano solo i numeri, ma anche il modo in cui questi numeri vengono mostrati. Un grafico può aiutare a capire una tendenza, ma può anche orientare la percezione del lettore più di quanto faccia la spiegazione testuale. Per questo la comunicazione scientifica sul clima è diventata un tema centrale, soprattutto quando si intreccia con gli impatti sulla salute.

Clima e comunicazione: il peso delle ‘immagini’

Il dibattito scientifico e mediatico che si sviluppa attorno ai grafici climatici mette chiaramente in evidenza un nodo centrale e imprescindibile della moderna divulgazione scientifica: nessuna rappresentazione grafica, per quanto accurata, può essere considerata completamente neutra o priva di una intrinseca componente interpretativa. Fattori apparentemente tecnici o puramente ‘estetici’ come la scelta dell’intervallo temporale di riferimento, la regolazione della scala degli assi cartesiani, il numero e il tipo di variabili da mostrare simultaneamente e persino la scelta delle sfumature di colore utilizzate incidono in modo determinante sulla percezione immediata e sulla lettura approfondita che il pubblico dà del fenomeno descritto.

Nel campo specifico della climatologia, questo effetto di condizionamento ‘grafico’ risulta amplificato e particolarmente influente. Scienziati e divulgatori si trovano spesso infatti a dover maneggiare e sintetizzare serie storiche estremamente lunghe, anomalie termiche globali o locali, complessi scenari previsionali basati su modelli matematici ed eco-indicatori fortemente articolati.

In questo scenario si inserisce l’articolo pubblicato il 23 luglio sulle pagine del quotidiano La Verità a firma del Prof. Franco Battaglia. Il testo pone l’accento sul rischio concreto di una comunicazione fortemente ‘selettiva’ e ‘mirata’ dei dati scientifici, una pratica che si manifesta soprattutto quando vengono estratti singoli grafici o segmenti isolati da contesti di ricerca molto più ampi con il preciso scopo di sostenere tesi precostituite e posizioni ideologiche molto nette.

Quella espressa da Battaglia è una critica che mantiene un  fondamento logico e metodologico: se un’immagine o un diagramma vengono costruiti, diffusi o interpretati senza il necessario e rigoroso contesto metodologico di riferimento, il risultato finale che giunge all’opinione pubblica può essere una percezione fortemente distorta della realtà, anche nell’ipotesi in cui i dati statistici di partenza siano scientificamente corretti, verificati e inoppugnabili.

Tuttavia, è fondamentale tracciare una netta linea di demarcazione concettuale: muovere una critica formale o sollevare dubbi legittimi sulle modalità comunicative con cui un determinato dato viene confezionato e ‘dato in pasto’ al pubblico non significa affatto e non può significare automaticamente, invalidare o azzerare l’intera ed enorme base scientifica, empirica e documentale che attesta la realtà e la gravità del cambiamento climatico globale.

Il caso Bordeaux: cosa mostra e cosa non può dimostrare

In questo specifico contesto si colloca il cosiddetto “caso Bordeaux”, un esempio emblematico che Battaglia utilizza per portare avanti la sua controversa tesi secondo cui il riscaldamento globale avrebbe, paradossalmente, un impatto positivo sulla salute pubblica, arrivando a sostenere che l’aumento delle temperature globali possa “salvare vite”. La logica alla base di questa affermazione appare lineare e immediata: la graduale mitigazione della stagione invernale comporterebbe una drastica riduzione dei decessi causati dal freddo estremo, mentre l’incremento delle temperature nei mesi estivi non risulterebbe così marcato da annullare o superare questo beneficio in termini di mortalità complessiva.

Cambiamento climatico IPCC

Esaminando la questione da un punto di vista strettamente scientifico, si nota come questa argomentazione muova da un presupposto reale e documentato, ma lo spinga ben oltre i suoi reali confini di applicabilità. È infatti scientificamente provato che, storicamente e in diverse aree dell’Europa, la mortalità legata alle temperature rigide sia stata numericamente superiore a quella causata dalle ondate di calore e che una diminuzione degli inverni gelidi possa effettivamente attenuare alcuni specifici rischi sanitari per le fasce di popolazione più vulnerabili.

Tuttavia, l’errore metodologico risiede nella generalizzazione: una singola serie storica locale e circoscritta, come appunto quella della città di Bordeaux, non possiede la solidità statistica né la rappresentatività geografica necessarie per essere proiettata su scala continentale. Di conseguenza, non può in alcun modo essere utilizzata come modello universale per definire il bilancio complessivo, complesso e multifattoriale degli impatti sanitari che il cambiamento climatico sta determinando sull’intera Europa.

Le ricerche epidemiologiche condotte su larga scala offrono una panoramica scientifica decisamente più articolata e complessa rispetto alle semplificazioni mediatiche. Un recente e importante studio scientifico che ha preso in esame i dati epidemiologici di 28 nazioni europee basandosi sull’analisi di ben 40 milioni di decessi registrati nell’arco temporale compreso tra il 2015 e il 2024, evidenzia chiaramente come sia le anomalie termiche negative sia quelle positive agiscano come importanti fattori di incremento della mortalità generale. Tuttavia, l’impatto reale di queste temperature non si distribuisce in modo uniforme sul territorio, ma varia drasticamente in funzione di tre variabili chiave: il microclima locale della regione considerata, il livello di reddito medio della popolazione e il grado intrinseco di vulnerabilità sociale e sanitaria delle zone colpite.

Analizzando il recente passato, i ricercatori hanno osservato un duplice fenomeno contrapposto: da un lato, il verificarsi di stagioni invernali complessivamente più miti rispetto alle medie storiche ha verosimilmente ridotto una quota significativa di decessi tradizionalmente causati dalle patologie legate al freddo; dall’altro lato, però, l’impennata delle temperature estive e la maggiore persistenza delle ondate di calore hanno contemporaneamente fatto registrare una crescita marcata della mortalità estiva, un tributo pagato in massima parte dalle fasce di popolazione più fragili, come gli anziani e i malati cronici.

Quando però lo sguardo della comunità scientifica si sposta verso i prossimi 20-30 anni, le prospettive e i bilanci epidemiologici cambiano in modo radicale. I modelli di previsione (applicati ad oltre 1.300 macro e micro-regioni del continente europeo) stimano che la combinazione di due fattori macroscopici, ossia il progressivo e inarrestabile riscaldamento del pianeta e il contestuale invecchiamento demografico della popolazione europea, modificherà strutturalmente la mortalità. La crescita dei decessi direttamente correlati alle ondate di calore subirà un’accelerazione talmente violenta da surclassare e vanificare qualsiasi tipo di diminuzione delle morti legate alle stagioni fredde. Il risultato finale di questa dinamica sarà un aumento netto e preoccupante della mortalità complessiva attribuibile a temperature non ottimali per l’organismo umano.

Se l’accordo di Parigi dovesse fallire e ci si dovesse trovare di fronte a scenari climatici caratterizzati da un incremento termico globale di +3°C, la mortalità specificamente legata al caldo estremo potrebbe addirittura triplicare rispetto ai livelli statistici attuali. In questo scenario catastrofico, la parallela diminuzione dei decessi invernali a causa del freddo non sarà minimamente sufficiente a controbilanciare il nuovo, enorme carico che graverà sui servizi sanitari nazionali.

Per comprendere la gravità di queste previsioni non serve guardare solo ai modelli matematici, anche perché la storia recente offre già dei severi campanelli d’allarme. In Francia, ad esempio, il drammatico precedente storico dell’ondata di calore che colpì l’Europa nell’estate del 2003 resta ancora oggi un caso di studio emblematico: nello spazio di pochissime settimane, in 13 grandi aree metropolitane francesi, le autorità registrarono migliaia di decessi in più rispetto alle medie stagionali. Gli impatti più letali e devastanti si concentrarono proprio all’interno degli agglomerati urbani più densamente popolati e cementificati, contesti caratterizzati dall’effetto ‘isola di calore’ e storicamente non strutturati né adattati dal punto di vista architettonico e infrastrutturale per sopportare temperature così estreme.

Eventi di tale portata dimostrano in modo inequivocabile che la reale valutazione dei rischi connessi al riscaldamento globale non può e non deve limitarsi al calcolo aritmetico delle medie stagionali o annuali. Al contrario, l’analisi deve focalizzarsi sulla frequenza, sulla durata e sulla straordinaria intensità dei picchi e degli eventi meteo estremi i quali rappresentano, a tutti gli effetti, il tratto distintivo più pericoloso del moderno cambiamento climatico in atto.

Oltre il caldo e il freddo: gli altri impatti sulla salute

Un ulteriore importante elemento che impedisce di giungere alla conclusione affrettata secondo cui il riscaldamento globale possa “salvare vite umane”, basandosi esclusivamente sul caso isolato e specifico di Bordeaux, risiede nella straordinaria complessità e varietà degli impatti che la crisi climatica esercita sulla salute pubblica. Concentrare l’attenzione unicamente sulla mortalità diretta causata dai picchi di caldo o di freddo significa, infatti, osservare solo una porzione estremamente ridotta e parziale di un quadro d’insieme ben più vasto e articolato.

Il cambiamento climatico non si limita a modificare i valori sui termometri, ma agisce come un amplificatore del rischio. Esso infatti altera in modo significativo la qualità dell’aria che respiriamo, riduce la disponibilità e la potabilità delle risorse idriche, mette a rischio la sicurezza e la stabilità degli approvvigionamenti alimentari e favorisce la proliferazione e la diffusione dei cosiddetti vettori delle malattie infettive, come zanzare e zecche. A tutto ciò si aggiunge lo stress strutturale a cui sono sottoposte le infrastrutture e le reti di distribuzione di energia, messe a dura prova dagli eventi estremi. Ognuno di questi fattori concatenati possiede una ricaduta diretta e misurabile sui tassi di mortalità della popolazione.

Le evidenze scientifiche raccolte attraverso il monitoraggio delle principali metropoli europee dimostrano chiaramente che i rischi sanitari legati alle ondate di calore non sono distribuiti in modo uniforme. Essi si amplificano drammaticamente all’interno dei contesti urbani caratterizzati da un’elevata densità abitativa, dove il fenomeno noto come ‘isola di calore’ acuisce le temperature elevate e dove si registra una forte presenza di fasce di persone vulnerabili, in particolare gli anziani.

Questo squilibrio appare ancora più evidente e critico nel bacino del Mediterraneo. In quest’area geografica, infatti, l’esposizione a temperature estreme è già storicamente elevata e i fattori di vulnerabilità sociale risultano spesso più accentuati. Di conseguenza, il rapporto matematico tra la riduzione dei decessi legati alle stagioni invernali meno rigide e l’impennata di quelli provocati dalla canicola estiva tende a sbilanciarsi in modo netto. Il risultato finale è un pesante e inequivocabile aumento del ‘carico sanitario’ complessivo a danno delle strutture ospedaliere e della salute dei cittadini.

Sottolineare questa realtà non significa voler negare o ignorare il dato storico secondo cui alcune specifiche macro-regioni abbiano potuto beneficiare, nel corso della storia recente, di un calo della mortalità grazie a inverni meno rigidi e più miti. Significa piuttosto ribadire con forza un principio fondamentale: qualunque valutazione scientifica e complessiva degli impatti climatici sulla salute umana non può e non deve basarsi su aneddoti o su singoli esempi virtuosi ma isolati. Al contrario, essa deve poggiare rigorosamente su studi epidemiologici condotti su vasta scala, su analisi statistiche multi-città consolidate nel tempo e sull’elaborazione di scenari previsionali futuri che siano accurati, realistici e scientificamente fondati.

Il cambiamento climatico non è in discussione: conta anche come lo raccontiamo

I principali rapporti pubblicati dall’IPCC continuano a rappresentare il punto di riferimento più solido, rigoroso e autorevole per qualunque analisi scientifica relativa all’evoluzione del clima globale. La straordinaria affidabilità di questi documenti non poggia mai sulla singola interpretazione o su un isolato grafico di tendenza, bensì sulla convergenza di molteplici linee d’indagine del tutto indipendenti tra loro, che includono osservazioni sul campo, simulazioni modellistiche avanzate, analisi fisiche approfondite e rigorosi test statistici.

Da questo punto di vista, la realtà ‘fisica’ del riscaldamento globale e del cambiamento climatico non è più oggetto di controversia o di dibattito all’interno della comunità scientifica internazionale, dove esiste un consenso pressoché unanime. Il vero terreno di confronto e di evoluzione riguarda invece le metodologie di divulgazione: la sfida è trovare il modo migliore per comunicare una tale mole di dati scientifici alla società, traducendo l’estrema complessità dei fenomeni in messaggi che siano al contempo chiari, accessibili e profondamente responsabili.

La questione cruciale, dunque, non risiede nel verificare se il cambiamento climatico sia in atto, dato che su questo presupposto fondamentale vi è piena convergenza. Il nodo cruciale si sposta interamente sul come queste informazioni vengano presentate al pubblico, interpretate dai media e contestualizzate dalle istituzioni. Una divulgazione scientifica di alto livello ha il dovere morale di non enfatizzare in modo drammatico i segnali osservati, così come non deve attenuarli artificialmente per minimizzarne la portata. Al contrario, una buona comunicazione deve prendersi carico di rendere leggibile la complessità della materia, spiegando con assoluta trasparenza i limiti degli strumenti attuali, i margini di incertezza intrinseci alla scienza stessa e la netta distinzione tra le anomalie meteo su scala locale e i trend climatici su scala globale.

È soltanto adottando questo approccio metodologico rigoroso che casi specifici e circoscritti, come ad esempio le anomalie registrate nella regione vinicola di Bordeaux, possono essere valorizzati ed esaminati nel modo corretto: non più utilizzati come slogan ideologici o argomenti di propaganda da una parte o dall’altra, ma compresi come singoli, preziosi tasselli che vanno a comporre un ‘mosaico’ globale molto più ampio e strutturato.