Le molecole organiche complesse possiedono una resistenza davvero sorprendente e riescono a sopravvivere persino all’interno degli ambienti estremi generati dall’esplosione cosmica di una supernova. Questa straordinaria scoperta scientifica arriva direttamente dallo Spazio profondo e cambia drasticamente la nostra attuale comprensione su come gli elementi fondamentali per la nascita di nuovi pianeti possano conservarsi intatti nel tempo. Uno studio recente e molto accurato pubblicato sulla celebre rivista The Astrophysical Journal, coordinato da Takashi Shimonishi dell’Università di Niigata e condotto in stretta collaborazione con i validi ricercatori della Gifu University, del centro RIKEN e della Kyoto University, ha finalmente fatto luce su questo fenomeno affascinante. Osservando attentamente il cosmo, gli esperti hanno dimostrato con certezza che il materiale originario da cui prendono forma i corpi celesti può resistere perfettamente alle intense onde d’urto provocate dalla fine esplosiva di una stella massiccia. I dati raccolti aprono in questo modo nuovi e incredibili scenari sulle reali origini del nostro Sistema Solare e sulla chimica prebiotica dell’intero universo.
I bozzoli protettivi al centro della scoperta
Il gruppo di astronomi ha utilizzato il potente radiotelescopio ALMA per compiere questa impresa astronomica senza precedenti. Per la prima volta in assoluto sono stati individuati 2 cosiddetti “hot core”, ovvero densi bozzoli di gas molecolare caldo che avvolgono e proteggono le stelle appena nate, situati esattamente all’interno del resto della supernova conosciuta come RX J1713.73946. Questo imponente resto cosmico si è originato dalla devastante esplosione di una stella massiccia avvenuta quasi 2mila anni fa. Le supernove rappresentano da sempre alcuni tra gli eventi maggiormente energetici di tutto l’universo, capaci di produrre elementi chimici pesanti e di accelerare i raggi cosmici ad alta energia, influenzando in modo radicale la nascita di nuovi astri. L’elevata sensibilità e l’incredibile risoluzione dello strumento tecnico impiegato hanno permesso ai ricercatori di identificare questi 2 nuclei caldi, svelando in maniera chiara una ricca emissione molecolare che comprende numerose molecole organiche complesse, rintracciate del tutto intatte in un ambiente considerato in precedenza fin troppo ostile.
I segreti dei campi magnetici nello Spazio
Il ritrovamento risponde a una domanda essenziale per gli astronomi, chiarendo definitivamente che gli urti violentissimi e le particelle energetiche non distruggono necessariamente le molecole organiche. In uno dei 2 hot core individuati, le abbondanze relative di queste preziose molecole risultano infatti in gran parte simili a quelle che si osservano regolarmente nelle normali regioni di formazione stellare che non sono mai state investite da esplosioni. Questi specifici ambienti in grado di ospitare i potenziali mattoni della chimica prebiotica potrebbero essere in realtà molto più numerosi di quanto ritenuto finora dalla comunità scientifica.
Gli studiosi propongono 2 distinte spiegazioni per giustificare la resistenza di questo materiale. La prima ipotesi suggerisce che gli hot core abbiano iniziato solamente di recente a subire i forti effetti della supernova, senza dare il tempo materiale alle particelle di alterare la chimica interna. La seconda teoria chiama invece in causa l’azione di campi magnetici estremamente intensi e amplificati dall’onda d’urto, i quali potrebbero agire da vero e proprio scudo cosmico limitando la penetrazione dei raggi cosmici nel gas denso. Le nuove osservazioni future aiuteranno a capire con maggiore certezza se anche il nostro Sistema Solare sia nato originariamente in un ambiente del genere, caratterizzato dalla vicinanza di una violenta esplosione stellare.


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